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Una storia di paolosolombrino

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IL PRINCIPE VUOTO

Il Piccolo principe si imbatte nel mondo odierno, e conosce lati del mondo adulto a lui sconosciuti

Pubblicato il 04 novembre 2017

CAPITOLO 1 – Un mondo vivo che sembra morto

Un viaggio lunghissimo, straziante a tratti, che mi ha lasciato estenuato, ma lo ricordo come un momento felicissimo. Non vedevo l’ora di tornare sul mio piccolo asteroide, a prendermi di nuovo cura dei miei tre vulcani e della mia rosa, che anche se farà l’orgogliosa, so che non vede l’ora di scambiare due chiacchiere con me. Spero che la campana di vetro lo abbia protetto, perché le sue quattro spine non gli serviranno a molto, anche se sono sicuro darà il merito a loro e non alla mia premura nei suoi confronti.

Questa è la parte più gioiosa dell’esperienza che sto per raccontarvi, che mi ha lasciato meravigliato, ma allo stesso tempo mi ha fatto riflettere su alcuni dei sentimenti umani che non conoscevo così a fondo. Sto cominciando a pensare che magari gli adulti non siano bizzarri, ma solo tristi.

Non mi ero risvegliato sul mio asteroide, ma in un luogo dove il sole non c’era, però stracolmo di luci, costruzioni altissime, e quelle che poi ho imparato a chiamare “strade”.

La cosa che mi ha più colpito è stata la moltitudine di persone che mi passavano davanti. Rimasi a bocca aperta, non ne avevo mai viste così tante tutte assieme, ma scorgendole meglio notai un dettaglio molto curioso: alcune persone sembravano parlare da sole, con all’orecchio un apparecchio strano che chiamano “telefono”, ma molte altre invece avevano un’espressione triste e camminavano con la testa abbassata, come quando ricevi una grossa delusione, o un rimprovero.

CAPITOLO 2 - Affari in rovina

Armato di positività e di speranze di conoscere altri amici e di creare legami, provai a mischiarmi tra la folla, magari proponendo la domanda che mi frullava in testa da un po’, ossia dove mi trovassi.

Provai a rompere il ghiaccio con qualche signore che mi passava davanti:

“Scusa, sai dove ci troviamo”?

Il signore non mi degnò neanche di uno sguardo, e credetemi, per una persona abituata a fare tante domande come me, non essere meritevoli nemmeno di una risposta, è abbastanza doloroso.

Provai con una signora che era comodamente seduta su una panchina a godersi il chiaro di luna, non mi sembrava indaffarata, mi avvicinai e le dissi:

“ Sai dove ci troviamo, signora”?

Lei rispose con una parola strana, un semplice: “what”?

Provai più e più volte a ripeterle la domanda ma nulla, non mi capiva. Questo è stato un altro colpo duro al mio animo curioso, come posso far domande se non riesco a farmi capire?

Mi incamminai insieme alla moltitudine di persone, fino a che un signore, in giacca e cravatta non attirò la mia attenzione. Un uomo che sembrava perso nei suoi pensieri, gli avvicinati e mi chiesi dove siamo, la sua risposta fu una sorpresa per me:

“Siamo nella città dove si fanno delle promesse, dove si danno delle speranze e dove tutti dicono di essere felici quando gli si vede in faccia che soffrono. Io ad esempio ero un importante uomo d’affari, l’azienda puntava molto sul mio operato, ma alla fine ho ceduto alla mia più grande debolezza: quel tavolo verde che sembra avere un centro gravitazionale, che non ti lascia più andare finchè sei talmente leggero che sei costretto ad abbandonarti agli eventi. Ed eccomi qui, ho perso tutto, il mio lavoro, il mio amore, la mia dignità.”

CAPITOLO 3 - "Il mio governo era nullo"

Rimasi sconvolto dalle parole di quell’uomo, che senza dire nulla si coricò per poi sprofondare nel sonno, tra leggerissimi singhiozzi.

Decisi di lasciarlo in pace, senza nemmeno salutarlo, avrei interrotto i suoi sogni, nei quali magari è felice. Tutto intorno a me era diventato molto più scuro, più inquietante, ma il silenzio era interrotto dal borbottio dei passanti, tra i quali uno di loro, con un po’ di pancetta ed una bombetta sul capo, sembrava rallegrato dalla serata. Era molto buffo, aveva un naso a patata, baffi lunghi ed occhi piccoli e neri.

Decisi di rivolgergli la parola, e lo salutai timidamente.

Si girò di scatto, con un sorriso quasi beffardo e due guance scarlatte che spiccavano sul viso.

“Non è tardi per andare in giro da solo, ragazzino”? disse quell’uomo, che poi mi accorsi avere in mano una bottiglia.

Quel dettaglio mi incuriosì molto, e gli chiesi cosa stesse bevendo.

L’uomo mi guardò incredulo e poi esclamò :”Questo è vino, e serve per dimenticare.”

“Dimenticare cosa”? domandai al signore

La sua espressione cambiò, corrugò la fronte, e con la voce rotta disse quasi sotto voce: ”Chi sono stato”.

“Sai, ragazzo” continuò “io ero il sindaco di questa città, sono stato eletto a voto unanime dal popolo, un animale che non sa mai cosa vuole. Era stupendo, sembrava che tutto mi fosse concesso, mi sentivo bene, mi sentivo forte, e mi vedevano come un “salvatore”, essendo salito in carica dopo uno scandalo politico che aveva coinvolto il mio predecessore. La mia sete di potere dilagò, pretendevo sempre di più dai miei concittadini, a vote con leggi e programmi politici ai limiti della giustizia, fino a che, dopo numerosissime proteste e manifestazioni, fui spodestato. Ed eccomi qui, un omuncolo che prima credeva i suoi cittadini schiavi, e che ora è schiavo della bottiglia. Credevo di comandare su tutto, ma alla fine il mio era un governo nullo.”

CAPITOLO 4 - La scintilla

Il silenzio tra me e l’ex sindaco regnava in quel momento, era in preda ai suoi pensieri, ai suoi ricordi, forse quella bottiglia dagli effetti mistici poteva rallegrarlo. Fino a che mi disse: ”Mi sembri molto spaesato, perché non vai d divertirti al Luna Park sul molo”?

“Luna Park ? E cos’è “?

“ E’ un posto dove i bambini della tua età vanno a giocare, con attrazioni giganti e spettacoli dal vivo, dovresti farci un giro sai? Basta che continui dritto su questa strada”.

La felicità strabordava in me, mi luccicavano gli occhi, e dopo averlo salutato mi diressi precipitosamente verso questo fantomatico posto.

Arrivato al molo vidi subito un’ enorme insegna che mi indicava la strada, contornata da luci sfavillanti. Sentivo odore di dolcetti, il tutto accompagnato dal flebile ma assordante suono delle risate dei bambini, era un posto dove essere felici sembrava un obbligo.

Tutto ad un tratto i miei occhi caddero sulla costruzione più strana che io abbia mai visto: una ruota, gigantesca, che si reggeva su quello che sembrava un enorme palo della luce, come quello che vidi dal lampionaio, con l’unica differenza che qui era tutto scintillante. Il dettaglio che mi incuriosì di più era il fatto che su questo palo ci si poteva salire, anzi, era fatto a posta per farcisi un giro sopra.

Volevo provarlo, mi ci avvicinai, ma venni subito bloccato da un ragazzo che mi disse di “rispettare la fila ed aspettare il mio turno”.

Inizialmente rimasi perplesso, ma semplicemente girandomi ho notato una serie di persone messe in fila, uno dietro l’altro, aspettare il proprio turno per salire sopra questa costruzione.

“E’ bella vero”? disse il ragazzo “ questa è una ruota panoramica, salendoci sopra puoi vedere dall’alto tutte le luci della città. Io sono l’unico capace di azionarla, premendo solamente un tasto”.

Ero sbalordito, lui era una specie di motore umano, la scintilla che azionava quella meraviglia, aveva il potere di rendere felici le persone con uno sforzo minimo , eppure l’unico che non sembrava contento era proprio lui.

Titubante gli chiesi :” Deve essere un sogno passare la giornata in compagnia di bambini, e rendere felice la gente, non è vero”?

Abbassò lo sguardo “ In parte lo è. Lo faccio perché questo è il mio lavoro, vengo ricompensato con del denaro per spingere un pulsante. Faccio solo questo. Premo pulsanti e tiro piccole leve, accompagnato solo da un cronometro che mi avverte quando scade il tempo di svago per i clienti. Nient’altro. E’ strano eh? La monotonia riesce a rendere deprimente la felicità”.

Mi spinse dolcemente con una mano sola, esortandomi ancora a fare la fila, ma a mente lucida mi sedetti sul molo a riflettere, in un turbinio di pensieri :” Anche la forma più pura della gioia ha un tempo limite quindi, scandito per lui da un cronometro, e può essere abbattuta dalla sua stessa ripetitività. Gli adulti sono veramente strani”.

CAPITOLO 5 - "Educazione"

Fissavo il mare, seduto li, su quel molo, con le risate dei pargoli che alle mie spalle si affievolivano pian piano, l’unica mia compagnia era il faro, oltre al rumore delle onde. C’era un’atmosfera quasi surreale con tutti quei rumori uniti ad una leggera brezza che mi rinfrescava il viso.

In quel momento ero molto confuso, ma stranamente divertito dai comportamenti dei più grandi. Quel molo fu il teatro della discussione più interessante che ho avuto durante il mio viaggio nella psicologia adulta, avuta con una signora un po’ avanti con gli anni:

“Dovresti andare a casa giovanotto, domani c’è scuola” mi disse dolcemente.

“Scuola”? Chiesi io perplesso, non avevo idea di cosa fosse.

“Non ci vai? Strano, eppure per te dovrebbe essere un obbligo andarci, è li che ti insegnano l’educazione, dove fai le prime amicizie, è il tempio dell’informazione e delle buone maniere. Di solito si va di mattina, le varie discipline vengono suddivise in ore, e la si deve frequentare almeno 5 volte alla settimana. Io insegno in un istituto tecnico, anche se il mio sogno era un altro, ovvero recitare. Esibirmi di fronte a migliaia di persone, su un palcoscenico enorme. Purtroppo mia madre ha insistito per farmi concentrare al cento per cento sugli studi. Voleva per forza che io seguissi le sue orme, ed oggi insegno a dei ragazzi fredde nozioni scritte in caratteri bianchi e neri su dei libri”.

La guardai perplesso, ero rimasto molto colpito, ma anche amareggiato dalla sua storia, ma una sola cosa mi ronzava per la testa, ovvero il significato del termine “educazione”. Così decisi di chiederglielo.

La signora, dopo qualche secondo di silenzio, emise una leggera risata, con la mano davanti la bocca, un atteggiamento che mi ha fatto un po’ stizzire, mi faceva sentire l’ultimo degli ignoranti.

Finito di ridere mi rispose con pacatezza :” E’ il modo di comportarsi. Ad esempio nel relazionarsi con un adulto, sai, è buona educazione dare del “lei” alle persone più grandi che non si conoscono”.

“Mi scusi allora, sono stato un maleducato” dissi con la voce rotta per l’imbarazzo, mi alzai, e dopo averla salutata e promesso che avrei frequentato la scuola, mi diressi in un luogo dove passare la notte. Magari la mattina dopo avrei ragionato su come trovare una maniera per tornare sul mio asteroide, concentrato, proprio come quando si segue una lezione a scuola.

CAPITOLO 6 - Tutto ha una causa

Trovai finalmente il mio angolo di paradiso in città, un parco pubblico, con un bellissimo prato verde pronto a cullarmi durante la notte. Era pieno di piante bellissime, le quali mi facevano ripensare alla mia rosa che, poverina, attende ancora il mio ritorno. Ero in pensiero non solo per lei, ma anche per i miei vulcani che in tutto questo tempo potrebbero essersi attivati, ed in quel caso non avrei seriamente nessun posto dove andare, ma soprattutto la mia pecora non avrebbe mai visto la sua vera casa.

Steso sul prato verde, guardai verso l’alto alla ricerca del mio asteroide, in un cielo più stellato che mai. LO vedevo, per fortuna, sempre sfavillante.

Non riuscivo a prendere sonno, stavo facendo una specie di resoconto in tutto ciò che ho visto in questa giornata, dove ho conosciuto tantissime persone accomunate da una cosa molto particolare : l’infelicità.

L’uomo d’affari aveva gettato la sua vita al vento per via del gioco d’azzardo, il politico è caduto nella trappola che si è inconsciamente preparato da solo, quello della brama di potere, il “lampionaio” portava invece gioia, ma solo per denaro, non curandosi della sua felicità, e l’insegnante parlava della sua scuola come se fosse una sorta di prigione per la fantasia.

In questo viaggio ho imparato che tutto ha una causa, forse anche la mia comparsa qui ce l’ha. Ho infatti sempre pensato che una volta diventati adulti si cambiasse modo di pensare a prescindere, ma mi sbagliavo. Mi sono sempre sbagliato. Non è l’essere adulti a portare quell’ alone di “stranezza” che vedevo sempre in loro, ma gli eventi. Nessuna delle persone che ho incontrato è potuta sfuggire all’avvicendarsi di sventure ad opporsi a scelte che non hanno preso loro. Mi sento un po’ vuoto in questo momento, le mie più grandi certezze sono cadute una dietro l’altra, ma questa avventura mi sarà da stimolo, non ho intenzione di piegarmi alle vicende, tragiche o non, della vita, non perderò mai la voglia di raggiungere i miei obiettivi, come il voler tornare a casa.

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