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Una storia di Franco.frasca.bhae

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RICCI E CAPRICCI

Pubblicato il 16 settembre 2015

Avevano letto da qualche parte che bisognava parlargli lentamente vicino all’orecchio, di fatti accaduti nella vita, ridestare una emozione, inventare una storia formidabile o persino raccontare una barzelletta. Era davvero un gigante il loro figlio. Sfiorava i due metri ed era il più forte, il più buono e il più generoso di tutti. Ed era anche il più bello! Sembrava stare in una vetrina di un negozio. Tutti a guardare da fuori, amici e parenti, quello che c’era esposto in quella stanza. Un letto di ferro, luci che pulsavano, tubi che inalavano aria, liquidi che entravano ed uscivano da quel corpo fasciato, immobile, indifeso. Un incidente pauroso, uno di quelli del sabato sera, uno scontro frontale che aveva causato la morte del guidatore ubriaco e di un passeggero dell’altro veicolo . Quel loro figlio tornava da un torneo di calcio estivo in compagnia di due amici che erano rimasti fortunatamente illesi mentre ora lui versava in uno stato di coma profondo ad un passo dalla irreversibilità. Il primario di anestesia era stato fin troppo chiaro. Non c’era altro tempo da perdere, bisognava autorizzare subito l’espianto degli organi! Quel cuore forte, doveva e poteva continuare a battere nel petto di un altro essere umano. I margini d’intervento erano ormai ristrettissimi e ogni altro indugio avrebbe vanificato le speranze di chi era in attesa in un altro letto d’ospedale .

“ Dovete decidervi ora, i miracoli non esistono, sono fiabe per adulti. Purtroppo non c’è più alcuna ragionevole speranza di un risveglio, le funzioni vitali si stanno esaurendo e prima che questo accada bisogna intervenire per effettuare il prelievo” .

“ Ci dia ancora tutta questa notte, per dirgli le ultime cose, per raccomandargli di non dimenticarsi mai di noi e per rassicurarlo di non avere alcuna paura”.

Altre cinque ore di tempo, questo era tutto quello che avevano ottenuto. Lui gli stava seduto accanto perché voleva parlargli fino all’ultimo minuto. Lei gli aveva poggiato sul cuore un santino benedetto dal Vescovo che lo aveva cresimato e recitava brani del vangelo a bassa voce, come se avesse timore di disturbare. Lui gli aveva finito di leggere tutto il calendario delle partite di calcio che era stato pubblicato il giorno prima, perché sapeva che questo gli avrebbe fatto piacere e poi così per caso iniziò a raccontargli di quando con la mamma cercavano un posto per mangiare del buon pesce a Venezia durante il loro viaggio di nozze ed erano entrati in un ristorante con un nome molto invitante “Ricci e Capricci”. Si accorsero però che era solo un salone di parrucchiera e senza perdersi d’animo per non fare la figura degli imbranati , aspettarono il turno, a stomaco vuoto, per un taglio di capelli per lei , alla Sylvie Vartan. A distanza di anni scappava loro ancora da ridere, a lui gli venne una smorfia tutta sghemba, altre rughe che si accartocciavano su quel volto stanco, lei smise di pregare solo per un attimo e deglutì la saliva che aveva in bocca come far scivolare al proprio interno un ricordo oscenamente allegro in quel tragico momento, il figlio emise un grugnito quasi animalesco forse per il boccaglio dell’ossigeno , cominciò a tremare come folgorato da una scossa elettrica e aprì gli occhi di scatto come se qualcuno glielo avesse improvvisamente ordinato. Le macchine sembravano impazzite, si erano messe a suonare, la intermittenza delle lucine aveva cambiato ritmo, quel corpo tornava con prepotenza a funzionare, il loro figlio era risorto!

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