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Una storia di Marilena

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IL SOLE RISPENDE

Memoria di un olocausto

Pubblicato il 01 dicembre 2017

Era un pallido mattino senza sole. L’aria fredda attraversava la mia lunga veste facendomi rabbrividire. Nel silenzio che mi circondava risuonava solo l’eco della mia presenza. La mia unica compagna era l’infelicità che, sempre fedele, mi aveva accompagnata tutta la vita. Soltanto adesso ero riuscita a darle un nome.

Come in un sogno camminavo sopra uno sconfinato tappeto di nuvole. Il loro denso biancore nascondeva un suolo stepposo e il sentiero che i miei passi avrebbero dovuto seguire. Così era il mio cuore ad indicarmi il percorso che aveva iniziato ad imprimere dentro di sé da quando aveva iniziato a pulsare per la prima volta.

Trascinando il peso delle lacrime, che si erano saldamente aggrappate al mio animo affinché non potessero andare perdute, con pazienza camminavo da molto tempo senza chiedermi quando sarebbe finito il mio pellegrinaggio. Nel guardarmi intorno non riuscivo a scorgere nulla che cambiasse l’aspetto del paesaggio.

Ormai camminavo da diverso tempo, quando qualcosa aveva attirato la mia attenzione. Era un grosso acero. Solo dopo essermi avvicinata ad esso, mi ero accorta che da sotto il suo abbraccio ombroso in poi, c’era qualcosa che mi chiamava nonostante il suo silenzio e che non faceva altro che accrescere la mia pena.

Raggiunto l’albero avevo scoperto una lunga distesa di piccole lapidi tutte uguali, disposte in file ordinate, infinite, le une accanto alle altre. In un attimo le mie lacrime erano esplose fuori, in un pianto che non aveva mai raggiunto una disperazione simile. Ero caduta in ginocchio, davanti alla solitudine di tutte quelle vite strappate con sofferenza dalla morte, anime senza nome, abbandonate a quell’oblio. Era molta la pena per il dolore che veniva trattenuto nel freddo di quelle lastre senza nome.

Soltanto in un secondo momento, mi ero accorta che, vicino a me, tra alcune di esse, c’era qualcosa che seminascosto, si muoveva tra l’erba. Strappando i folti ed imbrigliati fili, consapevole che era lì che si nascondeva il vero significato del mio viaggio, mi accingevo a svelarne il segreto. Allora rimasi sconcertata da quello che vedevo. Una lapide, diversa dalle altre, emergeva, con delicatezza, finalmente dal terreno. Era viva? La superficie della pietra sembrava pulsare.

Sembrava essersi accorta di me e sembrava cercarmi. Un impulso incomprensibile mi spingeva ad accarezzarla e a confortarla col calore della mia mano. La fredda materia rispondeva al mio contatto con delle vibrazioni, simile alle fusa di un gatto. Carezza dopo carezza, mi accorgevo che cominciavo a percepire lo strazio che racchiudeva dentro di sé.

Ma stava accadendo un’altra cosa strana. Lentamente entravo dentro di lei, fondendomi con essa, fino a diventare io stessa la sua anima. Il mio corpo ad un tratto non mi apparteneva più. La sua carne si era trasformata in calda luce ed era diventata Dio. E Dio piangeva stracolmo di compassione sulla mia tomba, avvolgendomi con la sua silenziosa voce confortante. Mi diceva che non si sarebbe mai dimenticato di me, che mi amava e che mi era stato sempre vicino. Dopo avermi detto che d’ora in poi l’avrei sempre sentito dentro di me, la sua luce si era alzata e il suo caldo chiarore si andava posando ovunque. In quel momento la mia irrespirabile solitudine era svanita, lasciando spazio alla pace eterna.

Nel mio mondo era ritornato il sole che con i suoi raggi scaldava tutto ciò che incontrava.

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