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Una storia di CinziaPerrone

Nella foresta vergine

Le avventure di Takai

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Pubblicato il 11 giugno 2018 in Fiabe

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Le avventure di Takai

Molti anni fa, esisteva in una foresta vergine delle Americhe del sud, una tribù di indigeni, conosciuta col nome di Crabon.

La tribù dei Crabon era formata da valenti cacciatori e guerrieri; era risaputo, anche dalle altre comunità della zona, che gli appartenenti a questa tribù, fossero tutti carnivori, abili nel procacciare le loro prede e disposti a combattere per mantenere il possesso su quello che cacciavano e sulla loro zona di caccia.

Infatti essi erano assai temuti e rispettati e le altre tribù si guardavano bene dal dargli fastidio, altrimenti avrebbero subito le loro ritorsioni.

In questo clima, che possiamo definire equilibrato, viveva Takai, un ragazzino mite e pacato, con la sua famiglia. Takai e la sua famiglia, non solo non amavano il cibarsi degli animali della foresta, aberrando l’attività di cacciatore e l’uso di armi, ma lo rifiutavano categoricamente, guadagnandosi così il disprezzo e la derisione di tutti gli altri membri della tribù.

Di certo non erano persone inoperose; Takai e suo padre, Geisor, si dedicavano alla raccolta di tutti i possibili frutti che la benevola natura potesse loro concedere, avventurandosi ogni giorno nella foresta, senza mai portare con sé un’arma. Si raccontava, che durante una di queste spedizioni per raccogliere frutti, semi o altro, Geisor avesse ipnotizzato una tigre col suono del suo guiro, uno strumento che aveva ricavato da una zucca cavata e intaccata su tutta la superficie esterna, su cui raschiava con un legnetto.

Nzicai invece, la madre di Takai, mentre i due maschi della famiglia erano nella foresta in cerca di cibo, curava o perlomeno cercava di curare con le poche conoscenze che aveva a disposizione, la terra intorno alla loro casa, cercando di far venir fuori qualcosa di commestibile dalla madre terra.

Nascondeva in casa anche una specie di pecora, che il suo compagno era riuscito ad ammansire e portare dalla foresta, che avevano addomesticato e che dava loro sempre del gustoso latte. Ma guai! Se l’avessero scoperto gli altri della tribù per il povero animale si sarebbe messa davvero male.

Così, tutta la famiglia, continuava a mantenere le proprie scelte di vita, ben lontane dagli altri abitanti del villaggio, che non solo guardavano male all’intera famiglia, schernendoli ed emarginandoli, ma in più di un’occasione cercarono persino di costringerli al proprio stile di vita.

Questo continuo essere additati, se non scombussolava più di tanto i genitori, tutt’altro effetto aveva su Takai, che avrebbe voluto trovare compagnia presso gli altri ragazzini della tribù. Ma questi erano assai diversi da lui, anche per quanto riguardava i giochi e i passatempi, fatti di lotte, arrampicate sugli alberi e sassate agli uccelli della foresta. Takai invece, era un ragazzino pacifico, a cui era stato insegnato il rispetto profondo per la natura e per ogni suo essere vivente.

Mai avrebbe potuto lottare contro un altro, neanche per gioco, in quanto la lotta rappresentava uno scontro, mentre nella visione pacifica che aveva appreso dai genitori, esistevano solo unioni e punti d’incontro.

Gli alberi erano anch’essi elementi importanti dell’ambiente e come tali dovevano essere rispettati; un solo ramo spezzato durante un’arrampicata, era una grave ferita inflitta a un altro essere vivente.

Per quanto riguardava gli uccelli, non c’è neanche bisogno di spiegare le ragioni della deprecabilità nel prenderli a sassate per puro divertimento.

Quindi, gli altri evitavano la compagnia di Takai, ritenuto strano per quelle bizzarre idee, ma del resto Takai stesso, con loro si sentiva un pesce fuor d’acqua, anche se era desideroso di unirsi agli altri e non starsene sempre per conto proprio o con i genitori.

Gli stessi genitori, a volte rattristati per la solitudine del figlio, avevano pensato che parte della colpa fosse loro, perché erano così diversi dagli altri componenti della tribù e di conseguenza avevano anche educato loro figlio diversamente dagli altri ragazzi.

Anche se si compiacevano a vedere nel loro figlio tutta la mitezza e la saggezza trasfusagli, restava sempre la tristezza nel vederlo così malinconico.

Ma potevano mai cambiare per compiacere gli altri? Era sbagliato rinnegare i propri principi, oltre al fatto che ormai per loro sarebbe stato troppo tardi.

Come dovevano regolarsi? Cosa avrebbero dovuto continuare ad insegnare a Takai?

Il ragazzino a volte, pensava che fosse meglio cambiare per farsi accettare dal resto della comunità.

I genitori continuarono a insegnargli a pensare con la propria testa, con la convinzione che mai sarebbe dovuto andare contro ai principi in cui credeva fermamente, ma che allo stesso tempo doveva imparare ad accettare anche quelli degli altri pur non condividendoli; lui avrebbe dovuto avere pazienza se gli altri non avessero accettato i suoi principi, ma a tempo debito avrebbe dovuto anche lottare per affermare ciò in cui credeva, ma sempre nel rispetto delle reciproche differenze.

Pacifica convivenza poteva anche esserci tra modi di vivere diversi, e magari col tempo, ognuno avrebbe imparato a rispettare l’altro imparando a comprendere le ragioni delle proprie diversità e delle proprie scelte.

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