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Una storia di Jelena

Questa storia è presente nel magazine Trecentosessantacinque

Uno su dodici

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Pubblicato il 12 febbraio 2018 in Storie d’amore

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E' trascorso un mese da quando mi hai piantato in asso, sono sopravvissuta. Ho tutte le ossa, ma sono più fragili, ho sempre la mia testa razionale ma adesso è più sbadata, il cuore batte ancora allo stesso identico modo ma io lo sento più lento, persino quel piccolo soffio che lo caratterizza adesso sembra un lamento. Me lo hai comunicato con un messaggio, in un domenica fredda di gennaio e quel gelo adesso continuo a sentirlo dentro, su quel divano sul quale mi sono arresa dopo aver fissato il display per dieci minuti, senza capire il senso delle tue parole, correndo a perdifiato tra i tuoi pensieri, tra quelli che non sono mai riuscita a leggere e quelli che mi nascondevi. Mi ripetevi che ero la migliore, eppure poco dopo mi hai strappato il premio dalle mani per consegnarlo a chi probabilmente è persino migliore di me. E non lo hai mai capito che quel trofeo era il tuo cuore, che mi sentivo vincitrice solo per averne conquistato una piccola parte, ma tutta la fatica per arrivare in vetta è stata premiata con una gioia durata appena qualche respiro.

Sono stata la migliore ma anche la più triste, sono sempre rimasta ai margini della tua vita disegnandone io stessa i confini, non mescolando il suono della tua risata con quello della mia restando ad ascoltare le tue parole maliconiche, disilluse, scontrose e poi felici, condividendo la tua vita senza condividere la mia. Chissà se anche con lei proverai ciò che hai provato con me, chissà se ridi delle sue stranezze, se le accarezzi i capelli mentre dorme, chissà se ogni tanto pensi ancora a noi.

Non sarò ipocrita, non sono felice per te, non posso esserlo fin quando avrò cura di me, fin quando le parole di quello schermo si insinueranno nei diversi momenti della mia giornata, quando preparando il caffè o facendo una doccia mi sentirò sfinita da quelle frasi che ancora mi fanno tremare, che come una bomba ad orologeria scoppiano nei momenti più impensabili accecando e fermando il tempo. Ma non s'è fermato niente, i treni ancora passano ma io non ci salgo, i sentimenti mutano ed io resto sempre la stessa, le onde continuano a nascere ed io vorrei morirci dentro come ogni volta, ancora cammino, rido, esco, lavoro e scrivo, ma i contorni sono svaniti, tutto è in trasparenza, sono qui e sono altrove. Dove non lo so. Mi sono persa. Sono passati i giorni freddi e quelli soleggiati, è ancora inverno e non credo possa finire in fretta questa volta, sono trascorse le notti e mi sono sembrate eterne ma mi sono svegliata ogni volta.

Sono più bionda di un mese fa, questo non te l'ho detto, ma ricordo che facevo la finta offesa quando mi dicevi che preferisci le more e cercavi di limitare i danni confessando che l'unica che era riuscita a farti cambiare idea ce l'avevi davanti.

Ero felice e rassegnata al tempo stesso, in quel momento ero il tuo mondo, ma chiusa la porta avresti sentito il bisogno di esplorarne altri. Te l'ho lasciato fare, ti ribadivo che non cambio i piani di nessuno. Ammetto solo ora di aver mentito.

Ero diversa già un attimo dopo averti parlato ed è stato come se fino a quel momento fossi stata meno io, mi sentivo finalmente completata, ma era solo un vuoto che si sommava ad un altro.

Sono passati trenta giorni, un intero mese.

Uno su dodici.

Passeranno gli altri modificando la percezione del tempo, sarò sempre io, stesse ossa, stessa carne, stesso cervello.

Resterò la migliore per te?

Restarai il migliore per me?

Sarebbe stato meglio solamente restare

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