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Una storia di SimonePaparazzo

3

C'è qualcosa di sbagliato

Violenza animale

Pubblicato il 17 febbraio 2017

Ricordo che il cielo era limpido quel giorno. Una tavolozza azzurro intenso, solo a sprazzi sporcata da qualche nuvola informe. Il vento fischiava felice tra i pochi alberi, insinuandosi tra le foglie, accarezzando i nidi degli uccelli, cullando dolcemente gli steli d’erba, che pigri si piegavano al suo passaggio. Un ruscello inumidiva il terreno e, il suo gorgoglio sommesso, faceva da sottofondo alle grida gioiose di due bambini intenti a rincorrersi. A catturare la mia attenzione fu un uccellino dal piumaggio sgargiante, il suo battito d’ali frenetico lo precedette durante l’atterraggio. Lo guardai a lungo, colpito da tanto splendore in un corpo così piccolo. Mi piaceva ammirare gli animali più piccoli, più indifesi, e contemplare la loro dolce innocenza.

Anche se il mio orizzonte era spezzato da una recinzione ero felice. Come avrei potuto non esserlo? Ero bello. Ero forte. Avevo una famiglia numerosa. Cosa avrei potuto volere di più dalla vita?

Ricordo. Perché queste immagini, ora solo fotografie infilate nell’album delle memorie del mio cuore. Dopo quell’istante il nulla.

Fui investito da un treno, dove ogni carrozza trasportava un rumore, un odore, un gusto che non seppi riconoscere, né fui capace di rievocare in seguito.

Ora sono qui. Su di me si staglia un cielo grigio a causa di nuvole furibonde, ma non sono all’aperto. Il terreno è morto. Nemmeno un filo d’erba interrompe la monotonia della terra battuta. Tutt’attorno si alzano spalti gremiti di gente esultante, alcuni guardano me, altri rivolgono la loro attenzione ad un uomo al centro dell’arena vestito come mai avevo visto prima. All’interno di quell’aria delimitata ci siamo solo io e lui.

Mi scruta con attenzione. Studia i miei movimenti. I suoi occhi sono imperturbabili. Anzi, qualcosa riesco a scorgere, sembra una passione ardente, qualcosa che da dentro lo accende di un fuoco intenso. Capisco subito dopo il mio errore. Non è passione. È follia.

Mostra con spavalderia un grande drappo di tela colorata. Il gesto non provoca in me alcun tipo di reazione, ma è il suo sguardo, il suo atteggiamento ad infastidirmi. Cerca di sfidarmi.

Lentamente riduco la distanza che ci separa. Provo una carica debole. Non voglio ferirlo, solo intimorirlo. Lui scansa il mio capo come stesse ballando un valzer. Riprovo, ma il risultato non cambia. D’un tratto qualcosa mi ferisce sul collo. Guardandomi attorno noto subito degli uomini in sella a cavalli, armati di lunghe lance. Torno a puntare il mio nemico. Sghignazza sicuro di sé. Quell’attimo di distrazione basta per subire un altro attacco.

Non posso più esitare. Con gli zoccoli graffio il terreno, mi preparo a colpire, questa volta per far male. Mentre corro sento la terra tremare sotto la mia potenza. Scarta di lato lasciandomi correre a vuoto. Gli spettatori, ad ogni suo movimento, gridano come in preda a convulsioni.

Lo sento. È per loro che sta accadendo.

Il tempo passa. Le ferite aumentano. Il sangue si mescola alla polvere, in un impasto stucchevole subito secco sulla mia pelle. Aumenta anche la fatica. I muscoli sono rigidi, tanto che mi è impossibile mantenere la testa alzata. Come se non bastasse, sei lame sono ora conficcate nella mia schiena, sulle cui estremità svolazzano nastri colorati, forse per schernirmi.

Siamo di nuovo soli. Io e lui. La follia è ancora viva in lui, palpabile e inconfondibile. Divampa imperterrita sulla sua vittima. Non si fermerà, ne sono sicuro, e proprio per questo non posso arrendermi, devo continuare a combattere.

Inspiro. L’aria sembra carta vetrata nei polmoni, serve però a darmi l’ultima manciata di energia. Espiro, ma le dimensioni del mio torace non cambiano, ho bisogno di tutta la mia stazza per l’ultimo affondo. Carico, prima lentamente, poi sempre più veloce. Nel giro di pochi secondi sono faccia a faccia con quell’abominio, solo alcuni metri a separarci. Le mie corna riflettono la luce artificiale e in quello sfavillio si tramutano in armi micidiali. Non basta.

L’uomo fa un solo passo, leggiadro, ed esce fuori dalla mia portata. Per un istante ci guardiamo, entrambi consapevoli di cosa questo voglia dire. Solleva al cielo la sua spada. La guardo, mentre lentamente si abbassa. La sento. Tra le spalle. Scende fino a lambire il cuore, assetata di sangue.

Sono ancora cosciente mentre le ginocchia non reggono più il peso del corpo, facendomi crollare in avanti. Il muso nella sabbia, da dove non si rialzerà più.

Una polvere di stelle mi danza davanti agli occhi.

Perché è successo tutto ciò?

Io non capisco.

C’è qualcosa di sbagliato.

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