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Una storia di giaden

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Qualcosa è cambiato

Pubblicato il 28 luglio 2017

Qualcosa è cambiato, penso, appena squilla il telefono. Una certezza improvvisa, come una premonizione.

“Luca?” È la voce di Tina. È roca, incrinata, come un vetro spaccato. Tina è la mia zia più grande.

“Sì”.

“Devi tornare qui”.

“Ok”. Riattacco e resto seduto sul letto. Sono le otto del mattino di lunedì 19 febbraio. Casa mia è vuota. Fuori c’è un gelido sole.

Ho passato la notte in clinica, appollaiato sul divano. Guidando verso casa ho passato in rassegna le cose che ho fatto, la routine dell’assistenza notturna e di quella mattutina, gli orari delle medicine, il cambio della flebo. Bisogna stare attenti, con la flebo. Bisogna chiudere l’erogatore prima che tutto il liquido sia passato nella cannula altrimenti si formano bolle d’aria che vanno nel sangue e i giochi sono fatti. I giochi sono fatti comunque, a dire il vero. Lo penso da settimane ormai. Lo pensiamo tutti, senza dirlo. Lo pensa anche lei.

No, Luca, lo pensava anche lei. Lo pensava. Devo abituarmi al tempo passato.

Mia madre è stata una ballerina. Da quando tutto è cominciato ho guardato spesso le sue foto ingiallite dal tempo, lei piccolissima con il tutù e le scarpette da punta, i capelli ben raccolti in una crocchia sulla nuca. Quelle dei primi saggi, in cui è già più grande, e degli esordi nel corpo di ballo. Una ragazza bellissima, dritta e sottile, con il mento in fuori e lo sguardo fiero, le gambe forti fasciate dalla calzamaglia bianca, le spalle diritte. Difficile non capire mio padre, che si è innamorato di lei appena l’ha vista.

Ora dell’altera ragazza della foto non sono rimasti che gli occhi, ancora di un caldo colore nocciola. Il resto è un mucchietto di ossa spolpate dal cancro, rivestite da una pelle sottile e di un brutto colore. La sua ultima danza è girarsi su un fianco ogni cinque minuti, o accasciarsi in avanti, puntellata da una pila di cuscini. Colpa delle piaghe sulla schiena e del liquido nei polmoni, che le fanno male e le complicano la respirazione.

Mi sposto nel bagno, con la testa pesante. Lascio scorrere l’acqua nel lavandino, con gli occhi chiusi, concentrato sul rumore. Ho fatto appena in tempo a svuotare lo zaino e fare un giro per casa. Ho addosso ancora i vestiti del giorno prima. Butto via il maglione, tolgo la camicia, mi strofino la faccia, il collo, le ascelle, con l’acqua bollente che appanna lo specchio e mi arrossa la pelle. Penso alle cose da fare. Mi vengono in mente pratiche burocratiche e poco altro. I mesi a venire sono uno schermo bianco su cui non si vedono immagini. “Prenderai una pensione”, mi ha detto qualcuno. “Potrai finire gli studi e cercarti un lavoro”. In mancanza di altro, questo sembra il piano migliore.

Cambio la camicia, mi ravvivo i capelli, controllo il mio aspetto. Non è tanto male.

Non voglio lasciarmi andare. “Vivere bene la vita”, mi ha detto una volta, quando ancora riusciva a fare conversazione, “è il modo migliore per onorare gli assenti”. Ho provato a sperimentarlo con mio padre. Ora mi tocca ripassare la lezione.

Alla clinica trovo lo stesso parcheggio della sera prima. Percorro l’atrio affollato, superando la reception dove la gente riempie i moduli, protesta, aspetta stizzita che qualcuno le dia retta. L’ascensore, per fortuna, è vuoto. Premo il pulsante del quinto piano e aspetto. Cerco di assumere un’espressione normale. Dopo qualche secondo sbuco nel corridoio. Cammino piano, come sulle uova, prendo confidenza con la mia nuova dimensione.

Le mie zie sono lì. Piccole, infagottate, gli occhi protetti dagli occhiali da sole. Non lontano ci sono un paio di infermieri che confabulano, ma fanno silenzio appena mi vedono. Conosco la storia: per un po’ sarò io l’uomo di cristallo che tutti si sforzeranno di maneggiare con cura.

Tina mi viene incontro. “Luca”, mi dice. “Luca”, e nient’altro. Si appoggia al mio braccio e cammina con me fino alla porta della stanza 511. Ci fermiamo sull’uscio. “Ti accompagno o vuoi entrare da solo?”

“Entro da solo”. Sento qualcuno che insiste: “Accompagnalo”. Ma Tina resta ferma dov’è.

L’ordine che regna nella stanza mi coglie impreparato. Nelle ultime sei settimane è stato un continuo viavai di dottori, infermieri, lontani cugini di cui non ricordavo il nome, amici passati per visite di cortesia. Ho stretto mani sfuggenti, ho sopportato sguardi compassionevoli, mi sono sforzato di ridere a tutte le battute, ho finto di credere a tutte le cazzate. Mi sono abituato alle bottiglie d’acqua a portata di mano, ai bicchieri di plastica, alle scatole di cioccolatini mai aperte e a quelle di biscotti ammonticchiate sulla scrivania; ai maglioni di ricambio lasciati sulla sedia, ai plaid, agli scialli, alle riviste di moda e a quelle di gossip, alle pianelle di spugna lasciate sotto il divano.

È sparito tutto. La stanza è asciutta ed essenziale. Le ante dell’armadio sono chiuse, il divano è pulito. La scrivania sotto la finestra è sgombra, la sedia accostata. Non ci sono dottori, non ci sono parenti, non ci sono riviste, non si sente un rumore. Allora è questo, il futuro: una silenziosa assenza di cose e persone.

Mia madre è sul letto. La spalliera è stata riportata in posizione orizzontale. Ora può stare sdraiata, le piaghe non le fanno più male. Qualcuno, certamente Tina, si è preoccupato di tenerla in ordine. Le ha messo la vestaglia rosa pulita, le ha lasciato il berretto di lana che ha usato per nascondere la calvizie innaturale della chemio, le ha chiuso gli occhi nocciola e fatto in modo che sembrasse addormentata. Le ha anche rimboccato le coperte, come sa fare lei, coi bordi perfetti. Così com’è, mia madre sembra una scolaretta.

Passo del tempo con lei. Senza parole d’addio e senza gesti eclatanti. In piedi, da solo, con le mani in tasca mi chiedo se ho fatto abbastanza. Spero che la risposta sia sì. Un infermiere entra nella stanza. È minuto, giovane, ha un’aria gentile. Gli occhiali di tartaruga gli fanno due occhi grandi da cartone animato. “Se sei pronto”, mi dice. “La portiamo via”.

Le dò un’ultima occhiata. Mi resta impresso, per qualche motivo, il profilo dei suoi piedi alla fine del letto, un piccolo cono che punta il soffitto. Non sono pronto, penso, ma faccio sì con la testa.

Lui fa un cenno al collega. Resto a guardare mentre la caricano sulla barella, stringono le cinghie, la portano fuori. Mi sembra che siano troppo veloci, troppo bruschi nei modi. Sono sul punto di dirgli di fare attenzione.

Nel corridoio si è formata una piccola folla. Sono arrivati altri zii, altri cugini. Altri malati e i loro parenti formano capannelli compiti sulla porta delle camere. Avverto mormorii e singhiozzi sommessi, parole smozzicate. Gli infermieri portano mia madre verso una porta di servizio. Le ruote della barella stridono sul pavimento. La porta si apre e si richiude, mia madre sparisce lì dietro.

“Vieni”, mi dice Tina. “Abbiamo parlato con l’amministrazione. Ci danno un’ambulanza e la portiamo a casa. La salutiamo lì”. Mi lascio guidare docilmente verso gli ascensori. I miei parenti mi seguono. Per la prima volta mi chiedo se conosco davvero qualcuno di loro.

Capisco di essere solo.

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