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Una storia di Valeriaiannini

Quel posto che ci appartiene in cui non abbiamo mai vissuto

Lo stretto legame tra il narrare e il camminare

Pubblicato il 07 dicembre 2017 in Giornalismo

Tags: camminare MartinBuber narrare storie viandanti

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Coloro che hanno fatto un cammino, i pellegrini, i viandanti, hanno spesso la necessità di raccontare la loro esperienza, sebbene quasi tutti riconoscano che la maggior parte del tempo, più che ammirare il cielo e le lontananze, il pensiero era concentrato in basso, sui piedi. Prima delle stelle vediamo tracce, proprio come gli animali e questo non cambia, per quanto abbiamo conquistato la posizione eretta. (Anzi, pare che il verbo to learn, “apprendere” derivi dal protogermanico liznojan, che ha per significato base “seguire o individuare una traccia”; «apprendere», perciò, significherebbe in origine “seguire una traccia”).

Quando mi sono trovata, dopo circa venti anni dall’ultima volta, a fare trekking, il mio cervello non riusciva a produrre pensieri che non fossero: “ho fame”, “ho sete”, “vorrei fermarmi”. Niente di profondo, dunque. E anche il paesaggio dopo un po’ mi appariva uguale, monotono. Mi chiedevo: a che scopo andare avanti?

In montagna ogni passo richiede un’attenzione estrema ed è come se si dovesse imparare a camminare di nuovo. La ricerca della stabilità mentre si tenta di attraversare un ruscello saltando da una pietra all’altra - dove le pietre sono bagnate e irregolari - già mi sembrava, prima di mettermi in cammino, una cosa impossibile. Sai che il modo migliore è attraversarle velocemente per non perdere l’equilibrio, sebbene tutto ciò non abbia senso, e appaia contro ogni legge della fisica. Quindi superi i tuoi blocchi mentali, quasi chiudi gli occhi mentre saltelli e canti un motivetto in testa, come se stessi balzando sui tasti colorati di uno xilofono. Follia. Ma ci riesci. E già ti senti un po’ meglio e puoi fare un respiro profondo. Pian piano però ti accorgi che in fondo non stai pensando solo ai piedi doloranti e ai passi incerti, capisci che stai riflettendo in modo diverso, aderisci alla realtà in una maniera nuova. Ti scopri relativo, scopri di essere il punto di partenza ma non la meta. Per quanto sei concentrato su te stesso ti rendi conto però che è un tipo di concentrazione differente da quella che solitamente avverti quando cadi nel vortice interiore senza fondo dei problemi quotidiani. Camminando torni in te, ma decentrandoti. Ed è qui la meraviglia. Il tuo corpo lo senti in tutto e per tutto, non è solo un peso che ti trascini, non è solo la maschera che mostri ogni giorno, non è un accessorio: è ciò che ti permette di essere. Sei completamente incarnato in quei momenti. Sei i tuoi piedi, sei le tue gambe, sei i tuoi polmoni. Però, dicevo, ti scopri relativo. Devi scendere a patti con la natura, accettare di tornare parte di lei e affidarti. In questo modo ti decentri scoprendo che non sei il centro del mondo ma che il centro del mondo è in te – anche in te – se accetti di uscire dalle strettoie dell’ego.

Martin Buber apre l’opera Il cammino dell’uomo con la domanda “Uomo dove sei?” che Dio rivolge ad Adamo che si era nascosto (Gen 3,9), domanda che ogni essere umano dovrebbe rivolgere a se stesso in ogni attimo della propria esistenza e alla quale dovrebbe rispondere senza tentativi di nascondimento o affermazioni di impotenza. Cosa sto facendo della mia vita? Dove sono rispetto ai miei sogni?

Quando raggiungi la vetta, dopo ore di faticoso cammino, quando il tuo respiro rallenta e senti che le forze non ci sono proprio più, allora lo guardi quel cielo che fino ad allora era stato solo un nemico foriero di arsura o di pioggia, sollevi finalmente lo sguardo, distendi la schiena e tutte le vertebre del collo. È come se avessi ripercorso l’intera catena evolutiva dell’umano, e oltre alla soddisfazione per essere riuscito dove non pensavi di farcela, sorge in te la risposta al: “Dove sei?”. Sai che in quel momento sei completamente lì e che lì sei a casa.

Narrare e camminare sono intrecciati: anche la narrazione ha a che fare col desiderare e col “tornare a casa”. Quando leggiamo libri che amiamo particolarmente abbiamo la sensazione di essere condotti in luoghi dove non saremmo mai riusciti ad arrivare da soli, e proviamo un senso di gratitudine verso quegli autori che sono le nostre “guide”. Le storie sono lo strumento per andare in una zona sconosciuta: un posto che ci appartiene ma in cui non abbiamo mai vissuto.

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