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Una storia di sugarkane

Penalty

"Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore"

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Pubblicato il 29 maggio 2018 in Altro

Tags: sport calcio rigore penalty

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Migliaia di persone in piedi, cariche, pronte ad esultare o disperarsi sul posto, altrettante (se non di più) a casa con le goccioline di sudore che scendevano dalla fronte. Il cuore nel petto di tutti batteva sempre più forte, fino ad arrivare alla testa e far pulsare le tempie secondo il suo ritmo. Attorno al campo, seduti sulle panchine, con i piedi frementi e le mani sulle labbra per mangiarsi le unghie, i compagni di squadra e gli avversari guardavano agitati le ultime scene di quell’avventura consumarsi da sole. Non dovevano fare altro che aspettare che succedesse qualcosa, ma l’attesa stava diventando insostenibile. Ogni persona presente quella sera deglutiva vistosamente e mostrava uno sguardo a metà fra il preoccupato e il concentrato. Avrebbero tutti avuto bisogno di darsi una sonora calmata! Le luci ai lati dello stadio illuminavano dai quattro angoli ogni centimetro del suolo, ogni giocatore ed ogni spettatore, mentre lo schermo gigante teneva il punteggio e rivelava il volto corrucciato di uno piuttosto che le imprecazioni a denti stretti dell’altro. La tensione era tale da poter essere tagliata col coltello e l’agitazione era palpabile.

In mezzo al campo erano rimaste solo due persone: la prima, gambe piegate e busto protratto in avanti, pronta a muoversi cercava di concentrarsi il più possibile; la seconda, in piedi, con le mani sui fianchi, guardava il nemico come un leone che punta la preda. Non “avversario”, non in quel caso, ma proprio “nemico”. Aveva una sola possibilità e non avrebbe dovuto sprecarla sbagliando la mira o mancando l’obbiettivo. Chiuse gli occhi un istante e tutti gli attimi degli ultimi novanta minuti gli passarono davanti veloci, per poi scomparire in una nuvola di fumo. Respirò profondamente. Sentiva una strana forza pervaderlo da capo a piedi, l’adrenalina gli avrebbe fatto fare qualsiasi cosa in quel momento … Tornò in sé, presente alla scena che avrebbe potuto portarlo su due strade opposte: la venerazione nazionale oppure l’indignazione della gente; si sarebbe sentito davvero in colpa se avesse dovuto percorrere la seconda, non lo avrebbe mai potuto accettare. Inspirò nuovamente col naso, fece passare quanta più aria poteva nei polmoni e serrò i pugni lungo i fianchi; espirò dalla bocca qualche secondo dopo, lasciando uscire molta della paura che serbava da tantissimo tempo ma che gli tornò subito. Gli venne in mente un’immagine, quella di suo padre seduto sulla poltrona del salotto accanto all’intera famiglia, fiero nel vedere il suo bambino (ormai grande e grosso) con il destino dei successivi quarantotto mesi tra le mani, o meglio, ai piedi. Sarebbe stato felice ed orgoglioso di lui anche in caso di errore, questo lo sapeva, ma non lo avrebbe fatto soprattutto per il suo papà, per saperlo in lacrime ad abbracciare tutti e gridare: E’ mio figlio! Quello è il mio ometto!

Con un nodo alla gola grande come una casa continuava a fissare il suo obbiettivo e nello stesso tempo l’ostacolo che li allontanava. Aspettava il segnale per prendere la rincorsa e poi avrebbe scaricato tutta la tensione nell’ultimo, decisivo, calcio di rigore. Deglutì ancora, i tifosi gli facevano fischiare le orecchie, quando il direttore di gioco prese il fischietto tra le labbra e ci soffiò dentro: il suo momento era giunto.

Una possibilità.

Un obbiettivo da raggiungere.

Doveva riuscire a togliersi dalla testa e dagli occhi ogni distrazione.

Le vene del collo, delle mani e nelle tempie sembravano più gonfie e si potevano vedere avvicinandosi. Fece tre passi indietro, guardò velocemente il bersaglio e cominciò a correre. In meno di quattro secondi aveva ridotto al minimo la distanza con la palla e, spostando il peso sulla gamba sinistra, la colpì il più forte possibile con l’altra. L’impatto fu così potente da generare un suono grave e intenso, come quello di un sasso che cade nell’acqua da una grande altezza. Il pallone, da sferico di natura, per alcuni istanti mutò in ellissoidale, dritto nella sua traiettoria. Veloce come il vento, “il nemico”, il portiere in difesa della porta scattò con atteggiamento felino a destra, buttandosi verso il basso; il tiro, ben orientato, finì sì in quella direzione, ma in alto, dove i pali si incontrano. La rete bianca si mosse e la palla cadde dietro la linea, con dei piccoli rimbalzi. In un urlo generale tutto il pubblico si alzò, gemente, chi in lacrime di gioia e chi di tristezza. Dagli altoparlanti una voce gridò l’esito della partita e decretò la vittoria del campionato mondiale alla squadra del giovane rigorista. Assalito dai suoi compagni, era caduto sull’erba sintetica senza riuscire ad alzarsi e piangeva come un bambino, senza trovare il modo per uscire dalla bolgia e festeggiare all’aria aperta. «Papà, ho segnato!» gridava a squarciagola. «Abbiamo vinto, abbiamo vinto!» Finalmente era in piedi, abbracciato ai suoi “fratelli di maglia”, i suoi migliori amici, si portava le mani sulla faccia e lasciava che i cori dei tifosi scalmanati lo ubriacassero e gli facessero venire mal di testa. Intorno a lui la folla di persone che corse ad accogliere al meglio la Coppa stava aumentando vistosamente, ma la cosa gli importava poco: aveva appena reso felici milioni di persone e suo padre era il primo di esse. Piangeva anche per quello. Avrebbe voluto correre subito da lui e sapeva che l’adrenalina in giro per il corpo gliel’avrebbe permesso davvero.

Felice, felice, felice! Ecco cos’era e nessuno gli avrebbe tolto il sorriso dalle labbra, le lacrime dagli occhi e le urla dalla gola. Oltre il gruppo dei suoi amici, il ragazzo vide la squadra avversaria sparpagliata per il campo: alcuni stavano seduti con le mani a nascondere la faccia, altri distesi a Uomo Vitruviano a piangere e altri ancora andavano negli spogliatoi, tristi ed arrabbiati. Voleva avvicinarsi a loro e stringere la mano per congratularsi nonostante la sconfitta, ma capì di poter risultare di troppo e fuori luogo, così rimase a scrutarli da lontano.

«Che fai, non vieni a prendere il premio?» gli chiese un compagno, buttandosi sulle spalle.

«Sì, sì: arrivo subito!» rispose lui, continuando a guardare i perdenti fino all’ultimo, fino a quando non dovette voltarsi per forza e raggiungere gli altri.

Il capitano della squadra, “diretto” dalla voce dello stadio, prese l’agognata Coppa tra le mani, la baciò sulla sommità e con un finto sforzo la alzò al cielo, emettendo il grido più forte che potesse. Nonostante anche i fautore della vittoria stesse celebrando con tutto se stesso e con il più adatto degli spiriti, dentro una parte di sé non poteva che pensare a cosa sarebbe successo se …

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