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Una storia di Martinach

sfumature di felicità

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Pubblicato il 17 agosto 2018 in Poesia

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Fin da piccola aveva sempre amato colorare, vedeva nei colori qualcosa di speciale. Ogni tanto, nei pomeriggi vuoti, ricolmi di noia e di odore di detersivi, spargeva tutti i colori per terra e si lasciava andare. La figura sfuggente della mamma con i guanti di gomma che si affacciava alla porta del soggiorno dava all'aria di quei giorni accenni di ripetitività e monotonia, ma con un forte senso di familiarità e di adeguatezza. Ancora da ragazza, se le capitava di entrare in una cartoleria, non riusciva a trattenersi dal recarsi negli scaffali con le penne colorate, dall’aprirle e dal provarle, sentirne l’odore; allo stesso modo vendendo dei bambini colorare, restava per qualche momento assorta nella forma dei pennarelli, nel tappo bianco e nella punta ordinata, nella loro perfezione, che riportava alla perfezione della sua infanzia. Il passaggio all’adolescenza era avvenuto come l’interruzione di una splendida armonia nel suo punto più bello. All’improvviso la sensazione di sicurezza, così potente e scontata, era stata travolta da una prepotente imprevedibilità, dalla mancanza di appigli a cui aggrapparsi, era piombata in un involucro di emozioni che non risultavano facili da esprimere, opponendosi alla trasparenza e spontaneità dell’essere bambini. A tratti il suo mondo appariva in bianco e nero, come se sentisse i colori appartenere a quella parte di sé ormai cresciuta e ai luoghi incantati della sua immaginazione. Ma, a tratti, sapeva ancora evadere proprio in quegli stessi luoghi, quando era troppo difficile saper stare in quelli reali, trovare modi per sentirsi approvati per non restare soli: riprendeva i colori. E quel mondo si riempiva di sfumature. Poteva essere ancora lì, su quel pavimento, con un sorriso come linguaggio universale e con l’indeterminatezza che poteva raffigurare solo una parola impronunciabile. Poteva sentire quell’animo innocente e abbracciarlo il tempo sufficiente a rubare un po' di colore. Infine a tratti, guardando quel disegno finito, era consapevole di averlo fatto a due mani: una della sua sé presente, e una più piccola e delicata, della sua sé bambina. E quell’attimo di consapevolezza serviva a ricordare proprio quella parte che non può morire mai, quella che rimane nascosta e riemerge in quegli attimi bui con la sua irripetibile spensieratezza, ti prende per mano e ti porta a fermarti su quei brevi e inafferrabili momenti di felicità, che proprio perché fuggenti costituiscono l’essenza della vita.

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