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Una storia di OrnellaStocco

Il collezionista di orologi

Antonio aveva mosso i suoi primi passi dentro a quelle quattro mura, la sua prima parola fu Tic la seconda Tac

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Pubblicato il 20 agosto 2018 in Altro

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Tutte le mattine, puntuale come un orologio, Antonio alzava la serranda del suo negozio.
Il più vecchio della città. Nonno Giosuè aveva iniziato l’attività di orologiaio in quella piccola stanza: cinque metri per cinque con la porta d’ingresso a vetri e una sola piccola finestra posizionata in alto, quasi a toccare le antiche travi e dalla quale non passava mai un raggio di sole.
Un vecchio tavolo da cucina, trovato in soffitta, era addossato alla parete sotto quell'unica finestra e dava appoggio ai piccoli attrezzi da lavoro: minuscole viti, piccolissime molle e l'immancabile lente usata come fosse un terzo occhio. Una sedia impagliata, chiesta in prestito al suo amico Mario, gestore della vicina osteria, completava il modesto arredo.
Antonio aveva mosso i suoi primi passi dentro a quelle quattro mura, la sua prima parola fu Tic la seconda Tac. Aveva appreso da papà Giosuè, che portava lo stesso nome del nonno, tutti i segreti per diventare un bravo e stimato orologiaio. A quel tempo il lavoro non mancava, tutti possedevano orologi da taschino, sveglie, pendole, insomma di lavoro ce n'era in abbondanza.


A quei tempi.


Gli anni passavano e le mode si sa cambiano velocemente. Le alte pareti erano pressoché ricoperte da orologi di tutte le forme appesi a grossi chiodi oramai arrugginiti, mentre sulle vecchie mensole trovavano posto grandi sveglie in metallo dalla suoneria assordante. Il tempo scandito ad ogni ora del giorno e della notte dai ticchettii degli "ospiti", così Antonio amava chiamare i suoi orologi, davano la percezione che in quel piccolo mondo non dovesse mai passare, in un irreale gioco del tempo, il tempo!

Invece anche nel negozio del tempo di nonno Giosuè il trascorrere dei giorni, mesi, anni, si era arreso. Gli orologi a pendolo non scandivano più le ore e le sveglie, dalla suoneria fragorosa, si erano zittite. Dentro a quelle quattro mura tutto si era fermato. In una sorta di fatale controsenso, nel luogo dove il tempo veniva scandito ogni mezz'ora, dove i minuti trascorrevano con quel melodioso tic tac, il silenzio aveva inghiottito senza remore, minuti, secondi, ore, giorni e anni di lavoro.

Antonio, dopo avere ereditato dal padre l’attività, pieno di energia e ottimismo, si era divertito a dare un nome ad alcuni “ospiti”: "Lady Sofia" era la pendola più anziana, dalle forme eleganti e dai rintocchi soavi, era stata dimenticata, abbandonata come un oggetto che non serviva più, da un cliente facoltoso entrato nella orologeria con quella pendola sotto il braccio. Antonio aveva trascorso molte ore per aggiustare il complicato ingranaggio pregustando già il buon ricavo da quel lungo e complicato lavoro. La vista iniziava a farsi debole e per lui era sempre più faticoso lavorare considerando le minuscole dimensioni di alcuni ingranaggi.


Un altro cliente gli aveva consegnato, pregandolo di fare molto in fretta il "signor Camillo"un prezioso orologio da taschino con la catena d'oro che l'antico proprietario aveva deciso di lasciare in pegno. "mister Allegro" era il nome di una vecchia sveglia che trillava quando voleva lei. Per "mister Allegro" il tempo era un suo personale concetto. Quando Antonio, alle otto in punto entrava nel suo piccolo negozio veniva festosamente accolto dal suono di decine e decine di orologi di ogni forma ed epoca. Una specie di orchestra che lo metteva di buonumore. E gli sembrava ancora di vedere il nonno seduto sulla vecchia sedia che ancora aggiustava orologi o il papà Giosuè che controllava le cariche. Antonio adorava quel piccolo spazio fuori dal mondo che per lui era tutto il suo mondo. Chiudeva la porta dietro di se mentre la sua cagnolina Betty si accucciava sotto il tavolo affascinata anche lei dai battiti come il rumore regolare di un cuore. Anche Betty si era fatta anziana, prendeva sonno non appena si raggomitolava, accompagnata dai ticchettii come una dolce ninna nanna.

Antonio, aveva raggiunto l’età in cui la maggior parte delle persone si godevano la pensione ma lui no, non voleva abbassare per sempre quella serranda, non voleva smettere di ascoltare il “parlottare” di Lady Sofia e Mister Allegro. Gli unici "ospiti" che ancora davano qualche segno di vita.


Di clienti se ne vedevano sempre meno, nessuno portava più orologi ad aggiustare; alcuni nostalgici a volte entravano più che altro per curiosare, per osservare, raramente per salutare. Il vecchio negozio di orologi oramai era una specie di museo. E lui, Antonio, per tutti era diventato "il collezionista di orologi". L’osteria del suo amico Mario era stata trasformata in un moderno negozio di divani, sull'altro lato della strada la bottega del verduraio aveva lasciato il posto al negozio di un giovane parrucchiere per signora. Insomma i tempi erano cambiati e quel piccolo, antico negozio di orologi destava solo curiosità. Molti si fermavano ad osservare dall'esterno, Antonio allora scorgeva in quegli sguardi anche tristezza mista a commiserazione e quella no, la compassione non riusciva proprio a sopportarla. Allora abbassava la testa sentendosi inutile. Sconfitto.

Antonio non aveva avuto figli e sapeva che il negozio dopo di lui si sarebbe trasformato in qualche cosa di molto diverso; probabilmente l’ennesimo bar. Questo lo rattristava poiché non avrebbe potuto mantenere la promessa fatta a suo padre in punto di morte.
-Antonio, figlio mio tu sai quanto il nonno tenesse ai suoi orologi, promettimi che resteranno per sempre al loro posto. Per sempre.
-Stai tranquillo papà, gli orologi resteranno sempre lì, dove il nonno li aveva appesi, te lo prometto.

Purtroppo quella promessa era destinata a non essere mantenuta.

L'ultimo giorno in cui Antonio alzò la serranda con il cuore gonfio e gli occhi lucidi Betty non volle entrare, se ne rimase fuori accucciata sul marciapiede con il muso appoggiato a terra e gli occhi tristi. Antonio per l'ultima volta caricò tutti gli orologi, sistemò ordinatamente i piccoli attrezzi sopra il vecchio tavolo tarlato, salutò "Lady Sofia" il "signor Camillo" e "Mister Allegro", si mise nel taschino un prezioso orologio con la catena d'oro, il suo preferito, si sedette sulla sedia mai restituita al suo amico Mario, guardò una ad una le pendole appese al muro con i grossi chiodi piantati dal nonno.

La mano un poco tremava ma non per la paura, per la malattia che non gli permetteva più di aggiustare i suoi amati orologi. Lo sparo nessuno lo sentì.


Il tempo si era fermato. Per sempre.










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