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Una storia di Ivanbavuso74

3

Come una mosca sul vetro

«Dopo c’è Dio?» «Forse.» «Forse, non è una risposta.» «Ma neppure una bugia.»

Pubblicato il 01 gennaio 2017

Mia madre non era ancora morta, quando un profondo turbamento m’investì in pieno. Io e i miei familiari stavamo assistendo al consumarsi di una vita. Era un epilogo doloroso che però avrei voluto affrontare con più coraggio. Avrei voluto parlare di quello che stava accadendo direttamente con mia madre, ma non lo feci. Non lo fece nessuno della mia famiglia. Lei sapeva e noi sapevamo, ma non affrontammo mai l’argomento della sua morte. Non ne parlammo mai.

Mio padre si accollò tutto il peso dell’assistenza di cui mia madre aveva bisogno. Io andavo a trovarla in ospedale e a casa, le stringevo le mani, le baciavo la fronte, cercavo di distrarla… Poi lei morì e tutti fummo molto più sollevati. La persona che amavamo aveva smesso di soffrire. In realtà, il nostro, era un sentimento egoistico. Finalmente saremmo potuti andare avanti senza più assistere alla dolorosa sofferenza di un essere umano.

Durante tutto il periodo della malattia, ero assillato dal buio dei pensieri inespressi di mia madre: che cosa pensava quando fissava la finestra dell’ospedale? Lei era stata una credente per “convenzione”, aveva educato me e mio fratello a un cattolicesimo poco ortodosso. Voleva che andassimo a messa e detestava le bestemmie, ma non era un’integralista. Un giorno le dissi che ero agnostico e lei, senza sapere bene cosa significasse quella parola, si rattristò.

Dopo qualche mese dal funerale di mia madre, iniziai a scrivere questo racconto il cui senso, a distanza di più di tre anni, mi sfugge ancora oggi.

Era una piccola macchia nera: solo una macchia nera appesa al vetro della finestra. Ogni tanto, con ossessivo movimento, l’insetto affilava le sue zampette anteriori proprio davanti alla proboscide pelosa. I suoi sensi, sempre all’erta, non gli sarebbero serviti a granché se qualcuno, entrando nella stanza, avesse voluto levarlo dalla faccia della Terra. Ma per il momento nessuno ci aveva ancora pensato, e il moscone se ne stava lì, appeso al vetro a sfregare le zampette. Alle volte decideva di muoversi in su e in giù. Trenta metri più in basso, un cane pisciava contro un alberello rinsecchito nel giardino dell’ospedale. La porta della stanza numero 36 si aprì e il moscone cadde a terra stecchito.

«Cara, come ti senti oggi?»

«Come il solito, non tanto bene.»

L’uomo gettò uno sguardo fugace al vassoio posato sul porta vivande del letto. Si accorse che la moglie aveva appena toccato la densa brodaglia che le era stata preparata. Non poteva cibarsi d’altro per colpa del cancro.

«Se non mangi sarai sempre più debole e non sopporterai le chemio, devi fare uno sforzo cara. Devi sforzarti di mandare giù qualcosa… Ora ti aiuto io.»

La donna scosse la testa e con le poche energie che le restavano, fece volare di mano il cucchiaio al marito.

«Sembra merda» sussurrò la donna che con occhi fissi si era messa a guardare le macchie di cibo marrone sparse sulle lenzuola bianche.

«Che cosa hai detto?» domandò l’uomo che, senza perdere la pazienza, aveva cominciato a raccogliere col tovagliolo di carta lo sporco. Ora gli scuri grumi avevano lasciato il posto ad ampie e sbiadite macchie liquide.

«Chi era quell’uomo che è arrivato con te poco fa?»

«Di chi stai parlando?»

«Di quell’uomo alto con i capelli lunghi che ti ha seguito quando sei entrato.»

«Tesoro, non c’era nessuno con me.»

«Non sei entrato da solo. C’era qualcun altro. L’ho visto. Ho il cancro non l’Alzheimer.»

No. Non aveva l’Alzheimer, ma da quando le sue condizioni erano peggiorate, qualcosa nel suo cervello aveva cominciato a vacillare. Non era più lucida come prima. Aveva accusato dei problemi con la memoria a breve termine. Il marito se n’era reso conto e tollerava le stranezze della moglie come ormai ogni altra sua intemperanza.

«Oggi pomeriggio passeranno anche i ragazzi, verranno insieme.»

«Sono contenta» disse la donna scrutando la morbidezza delle nuvole fuori dalla finestra.

La diagnosi della gastroscopia che aveva fatto due mesi prima era stata impietosa: Adenocarcinoma scarsamente differenziato, ulcerante e infiltrante. Attraverso conoscenze personali era riuscita a fissare un appuntamento con un luminare della chirurgia esofagea. La donna era stata ricoverata d’urgenza e dopo pochi giorni era stata preparata per un intervento di rimozione del sarcoma e di ricostruzione della parte lesionata. Purtroppo gli accertamenti avevano rilevato la presunta presenza di metastasi ai polmoni e dagli esami del sangue era risultato che gli indici tumorali erano elevati. La donna era stata portata comunque in sala operatoria, e le era stato applicato, per via endoscopica, uno stand che le avrebbe permesso di nutrirsi con del cibo semiliquido.

«Ora l’importante è partire con le cure chemioterapiche. Dopodiché, se riusciremo, penseremo a intervenire chirurgicamente per asportare la massa tumorale, sempre che la malattia non abbia compromesso il sistema linfatico» aveva spiegato il primario al marito e ai figli.

Dietro quelle parole si nascondeva una sentenza definitiva e senza appello. L’uomo, che per quasi quarant’anni era stato il compagno della donna ridotta a un sacchetto di pelle e ossa, era rimasto in silenzio. Il chirurgo lo aveva guardato negli occhi, consigliandogli, d’ora in avanti, di consultarsi solo con gli oncologi della struttura.

«Volevo solo fare la nonna. Non chiedevo altro.»

Fu la prima cosa che disse ai suoi figli che erano venuti insieme a trovarla.

«Riuscirai a farla» tentò di consolarla il maggiore che aveva due bambini.

«E fra poco arriverà anche Luca e sarai persino stufa di avere dei mocciosi in giro per casa» disse il minore che presto, anche lui, sarebbe diventato papà.

«Sì certo, forse avete ragione voi» tagliò corto la donna. «A casa tutto ok?» s’informò.

I figli annuirono. Lei prese le mani dei suoi ragazzi e scivolò nel letto tentata dal sonno.

Rimasero così tutto il tempo. Infine la donna si destò dal suo inquieto dormiveglia e invitò i figli a tornare a casa poiché abitavano a una sessantina di chilometri dall’ospedale.

Le chemio furono implacabili. Per ventidue ore al giorno, la donna subiva la somministrazione di cocktail micidiali. Ben presto iniziò a perdere i capelli. Si diradarono velocemente. Lunghe ciocche paglierine le rimanevano impigliate fra le dita, oppure se le trovava sparpagliate come fili di seta sbiaditi sul cuscino. Non volle rasarsi e neppure nascondere la testa sotto dei foulard, ma si vedeva che soffriva per quella perdita. Era il segno evidente dell’inutile lotta contro la malattia. Da ragazza aveva avuto lunghi capelli neri, flessuosi e selvaggi: una cascata inquieta di onde scure. Ora, quel poco che le restava sul pallido cranio, erano alghe secche e fragili.

Era ormai ricoverata in quel reparto da diverse settimane, quando la stanza fu riempita di altre due sventurate. Una era molto vecchia e taciturna. L’altra un poco più giovane di lei, ma non chiudeva mai la bocca.

La prima notte dopo l’arrivo delle due nuove degenti fu terribile. La vecchia era un lamento unico. Mugugnava e tossiva, piangeva e sussultava, mentre lei, a stento, tratteneva i conati di vomito causati dalla terapia. Nel momento più drammatico, senza che una sola infermiera si fosse affacciata nella stanza, la donna scorse di nuovo quell’uomo che, qualche tempo prima, era entrato insieme al marito e che poi s’era dileguato nel nulla. Lo vide fermo sull’uscio. Un’ombra altissima che si stagliava nella luce tremolante dei neon del corridoio. Rimase lì per pochissimo, subito dopo la vecchia s’acquietò. Tornò il silenzio, lei smise di sentire l’oppressione alla bocca dello stomaco e chiuse gli occhi. Dormì.

La mattina dopo un piccolo sciame di mosche giaceva inerte sul pavimento sotto la finestra.

«È stato qui anche questa notte.»

«Chi è stato qui?»

«L’uomo dai capelli lunghi.»

Il marito emise un lungo sospiro. L’ultimo sbuffo di una vecchia locomotiva senza più spinta. Senza aggiungere altro cominciò a trafficare per mettere un po’ d’ordine sul grigio comodino di metallo della donna.

«Tu non mi credi, vero?» insistette la malata dopo essere rimasta un momento a contemplare quello che stava facendo il marito.

«Non è che non ti credo, penso solo che ti stai facendo suggestionare da qualche incubo. Sai… sarebbe del tutto naturale.»

«No! Tu non capisci… D’altra parte non hai mai provato a capirmi in quarant’anni di matrimonio. Chissà cosa m’ero messa in testa. Non ti dirò più niente. Ti lascerò in pace se la cosa ti fa stare meglio.»

«Perché fai così? Dove sto sbagliando? Non credere mi piaccia vederti in questo letto» esplose il marito. Aveva gli occhi umidi. Una lacrima salata si fece strada tra le rughe del viso: s’infilò spaccandosi fra i rovi ispidi di una barba malfatta e svanì come assorbita dalle crepe del deserto. La donna si voltò a fatica sul fianco dandogli le spalle. Sapeva bene che anche il marito soffriva. Quando lei non ci sarebbe più stata cosa avrebbe fatto lui? Come se la sarebbe cavata? Avrebbe voluto afferrare quel volto bruno tra le sue mani ossute e dirgli che lo amava come se non fossero trascorsi tutti quegli anni. Avrebbe voluto consolarlo, aiutarlo a superare la paura che lui cercava di nascondere dietro a quegli occhi verdi dove la speranza si era ormai ridotta a fango. Invece non gli disse nulla perché ancora una volta era arrabbiata.

Venne un’altra notte e venne l’uomo misterioso dai capelli lunghi. Entrò nella stanza come sempre, di soppiatto, senza fare rumore. Il fruscio delle ali del trench di pelle fu sufficiente a interrompere il sonno della malata. L’uomo si chinò verso la vecchia del primo letto e le sussurrò qualcosa all’orecchio. L’anziana donna sorrise senza dire nulla e s’acquietò come una ninfea sul pelo dell’acqua. La malata che aveva visto tutto si tirò su col busto. L’altra paziente, che occupava la posizione centrale della stanza, russava leggermente e non sembrava essersi accorta di nulla. Il ronzio monotono di un condizionatore inquinava il silenzio notturno. L’uomo con l’impermeabile fissò i suoi occhi neri in quelli acquosi della malata, dopodiché, prima di uscire nel corridoio, si portò un indice davanti alla bocca in segno di dolce ammonimento.

All’alba giunse il primo tramestio degli inservienti dell’ospedale. Quando le infermiere entrarono nella sua stanza, la malata era rivolta verso la finestra a contemplare l’arrivo di una nuova giornata. Alle sue spalle udì un frenetico movimento di passi e frasi smozzicate, non si stupì di sapere che la vecchia se n’era andata per sempre. Neppure si voltò quando portarono via il letto, solo allora, l’altra donna, abbandonò il regno di Morfeo.

«Ma che succede?» domandò con voce impastata.

«È morta» disse la malata senza aggiungere altro.

Era domenica il cappellano dell’ospedale passò tra i pazienti per somministrare loro il sacramento della comunione. La malata si sporse per afferrare quella cialda di pane azzimo che era il corpo di Cristo e se la pose sotto la lingua per scioglierla con la saliva.

«Come ti senti questa mattina figliola?»

«Abbastanza bene.»

Non era vero, non stava bene per niente, ma non aveva voglia di parlare con il prete dei suoi dolori fisici e meno ancora di quelli spirituali.

Il prete insistette: «Ho saputo quello che è successo alla vostra compagna di stanza. Ora quella donna è con Dio, serena e senza il peso delle proprie afflizioni terrene».

«È soltanto morta e il suo vecchio corpo è giù all’obitorio, steso al freddo da qualche parte» rispose turbata la malata.

«Hanno trasportato solo il suo guscio, non la sua anima che è volata via.»

La donna si ridestò all’improvviso e senza quasi prendere fiato ribatté: «No! Non è volata via, se l’è presa un uomo questa notte. L’ho visto io. Le ha detto qualcosa sfiorandole il viso».

«Forse era un angelo» si limitò a dire il prete.

«Sì, forse.»

In quel momento entrarono il marito della donna e un infermiere. L’uomo si avvicinò alla finestra: «Come mai tutte queste mosche morte?» disse brusco. L’infermiere non rispose. La malata guardò quel cimitero d’insetti e si ricordò dell’uomo in trench. Sapeva che presto sarebbe tornato per lei.

Una schioppettata dolorosissima alla bocca dello stomaco travolse la malata. La donna si piegò in due. Se fosse riuscita a vomitare forse si sarebbe sentita un po’ meglio.

«Sei una bestia feroce. Non molli mai.»

Da qualche giorno la donna aveva iniziato a conversare con il tumore che se la stava mangiando da dentro.

«Ti sei divorato quasi tutto ormai, ma lasciami un po’ di tregua ogni tanto.»

Un chiodo la infilzò.

«Non sono il tuo spiedino.»

Un’altra fitta le tolse il respiro.

«Sei un bastardo, ma non ti servirà a niente la tua sarà una vittoria di Pirro.»

I dolori si placarono. L’uomo dai capelli lunghi e l’impermeabile era lì. La malata aprì gli occhi.

«Chissà perché non sono stupita di vederti.»

«Perché sapevi che sarei tornato.»

«Già! Sei tu che mi togli i dolori quando ti avvicini, vero?»

«Credo di sì.»

«Come fai?»

«Non lo so.»

«Sei un angelo?»

L’uomo sorrise prima di rispondere.

«No, non sono un angelo. Penso proprio di non esserlo.»

«Allora sei uno spirito… Di certo sei speciale… forse sei il diavolo.»

«Sono speciale, ma ti garantisco che non sono neppure il diavolo.»

«Che cosa vuoi da me?»

«Sono sicuro che tu lo abbia capito.»

La donna si voltò verso la finestra. Era buia e serrata. Cercava un bagliore, un raggio di luna che avesse avuto voglia di andare a trovarla, ma non trovò niente: soltanto l’ombra del suo volto emaciato riflesso nello specchio davanti a lei. La malata fissò le sue orbite scure. Erano due buchi neri, infiniti.

«Dimmelo lo stesso. Perché sei qui?»

«Per portarti via il tuo scampolo di vita.»

«E dopo?»

L’uomo scosse la testa come per farle intendere che non aveva una risposta.

«Dopo c’è Dio?»

«Forse.»

«Forse, non è una risposta.»

«Ma neppure una bugia.»

No, non era una bugia. Anche se in quel momento avrebbe tanto voluto sentirne una. Il prete che andava a trovare i pazienti non avrebbe esitato a raccontargliela. Solo che anche quella del cappellano non sarebbe stata una bugia perché il sacerdote era davvero persuaso della vita oltre la morte. Non un’ipotesi, ma una certezza che era mutuata dall’amore incondizionato e universale del Creatore verso tutti i suoi figli.

«Non sono pronta, non mi va proprio di andarmene così.»

L’uomo in trench prese una sedia e l’avvicinò al letto della malata. Ci si accomodò sopra e iniziò a rollarsi una sigaretta. Ci impiegò parecchio. Leccò la cartina dopodiché s’infilò la sigaretta tra le labbra.

«Lo sai che il fumo fa male? E poi se sentono l’odore ti scopriranno.»

«Nessuno sentirà l’odore e nessuno mi scoprirà.»

«Lo immaginavo.»

Lo sconosciuto raccolse con le dita una briciola di tabacco che gli era finita sulla lingua e la gettò via. Accese la sigaretta e inspirò profondamente. Sbuffò un fumo grigio che salì verso il soffitto in volute multiformi.

«Sono nato e sono morto e poi è come se fossi rinato. Avevo meno di trent’anni quando orrendi bubboni neri mi gonfiarono collo e ascelle. Avessi visto che roba! Altro che fitness. Peccato che fosse peste.»

La donna lo scrutò severa.

«A ogni modo fui portato fuori città e abbandonato con altri moribondi in un lazzaretto in mezzo ai boschi. Ogni tanto qualche frate ci portava un po’ d’acqua, ci ripuliva le piaghe e ci consacrava con gli olii. Credo di essere morto. Non mi chiedere cosa si prova perché non me lo ricordo.»

La malata si mostrò incuriosita e si sistemò meglio il cuscino dietro la schiena.

«Mi risvegliai su un carretto sommerso dai cadaveri. Fu uno choc, ma poco alla volta mi ripresi. Da allora ho vissuto tante esistenze, vite reali e immaginarie. Non so chi sono e quale sia il mio compito sulla Terra. Quel che faccio mi viene rivelato in momenti di assoluta incoscienza. Non sono eterno, invecchio anch’io, però molto lentamente. Nelle mie vite ho amato tanto e perso tutti. Ho provato a lasciare questa esistenza, ma non ci sono riuscito. Non mi è permesso. Un giorno arriverà anche il mio momento, solo che non mi ricorderà nessuno. Nessuno mi piangerà. Avrò vissuto più di ogni altro uomo o donna e sarà come non essere mai esistito. E ora sono qui, perché così deve essere.»

L’uomo si alzò dalla sedia e schiacciò il mozzicone di sigaretta per terra.

«Questa storia dovrebbe essermi d’aiuto? Perché non lo è.»

«No, ma te l’ho raccontata lo stesso.»

«Che cosa faranno i miei figli, i miei nipoti e mio marito senza di me? Come starò io senza di loro?»

«Se la caveranno e andranno avanti, ma non ti dimenticheranno mai. Ti sentiranno sempre vicina.»

La donna non disse più nulla. Guardò il crocefisso appeso alla parete. Anche Gesù Cristo aveva sofferto prima di morire. Lo avevano appeso alla croce, insultato, schernito e torturato. Anche lui sul Golgota aveva dubitato prima di affidarsi al Padre. Ora toccava a lei decidere. Non era pronta a morire, non voleva. Ma anche se lo fosse stata, avrebbe avuto più scelte? Guardò un’ultima volta il corpo martoriato e magro inchiodato alla croce. La testa del Cristo reclinata sul petto, le ginocchia piegate, il sangue che gli sgorgava dalle ferite del costato. Se l’era presa anche con lui nei primi tempi della malattia. Poi si era dimenticata della sua esistenza.

E ora?

Ora niente, ora era tempo d’andare. Era la fine di tutto. Era, chissà, un altro inizio.

Prima di addormentarsi per l’ultima volta, la donna prese la sua decisione e alla fine smise semplicemente di respirare. Ogni tormento fisico si disperse come pioggia nel mare.

L’uomo in trench si alzò dalla sedia. Attraversò la corsia di luci tremule. Era un’ombra che passava sui muri. Discese le scale senza fretta. Si diresse fuori della portineria. Nembi giganteschi si stavano addensando in un cielo senza stelle. Si tirò su il bavero dell’impermeabile nel momento stesso in cui grosse gocce iniziarono a rinfrescare l’asfalto.

Trenta metri più in alto un moscone danzava sul vetro di una finestra sfregandosi la proboscide pelosa, andava su e tornava giù, indifferente ai resti degli altri insetti e al cereo pallore della donna.

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