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Una storia di PaolaTrevi

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Ho amato un ascensore

Racconto

Pubblicato il 30 luglio 2017

Era un amore a direzione unica, la mia verso di lui. I sentimenti che sapeva suscitare nel mio cuore erano molteplici: stupore, ammirazione e una vera e propria passione. Come le cose proibite, lui sapeva accendere in me il desiderio: quello di salirci sopra, di diventare abbastanza grande per farlo da solo e abbastanza alto da raggiungere il primo tasto della pulsantiera. Era nero, anzi nerissimo; e lucido, praticamente brillante. Arioso. Mica uno di quei bugigattoli rinchiusi nei loro tunnel verticali e con l'apertura automatica che se si bloccano tra un piano e l'altro ti fanno soffrire di claustrofobia. No! Quell'ascensore a pianta rettangolare era bello ampio, circondato da una gabbia metallica a maglie larghe e troneggiava tra rampe di scale che gli giravano intorno come in girotondo. Lungo la gabbia s'involava sulla sua fune con eleganza dal piano terreno all'ultimo in una casa Vecchia Milano.

Di quella costruzione stondata sulla facciata principale all'angolo di due vie e a breve distanza dal Politecnico, ancora oggi dalle nuvole si vede una U più aperta, l'originalità stava anche nelle due ali interne di abitazioni di ringhiera che si affacciavano sul cavedio comune. La camiciaia alla quale la mamma consegnava i colli lavorati con cura dalle sue abili mani, abitava l'ultimo appartamento della ringhiera di sinistra, al quinto piano. Nel corso delle nostre visite pressoché quotidiane, superato l'innamoramento per la vista dal ballatoio sullo scorcio dei binari e sui treni in transito della vicina stazione, ebbi spesso l'occasione di ammirare gli adorabili cancelletti di quell'impianto di cui mi ero infatuato: singolari e differenti decorazioni floreali li ingentilivano e li rendevano preziosi ai miei giovani occhi. Due portine alte e snelle con vetro per ciascun lato lungo, perché da una parte s'entrava e dall'opposta s'usciva, consentivano l'accesso alla cabina dov'era presente una panchetta di mogano con la seduta foderata di velluto rosso. Ottenni dalla mamma il permesso di rimanere sul pianerottolo o vicino alla guardiola: sapeva bene che ero ubbidiente, che non mi sarei allontanato e l'idea di abbandonare l'edificio da solo non mi avrebbe mai neppure sfiorato; inoltre, portare con sé solo la mia sorellina era senza dubbio più sbrigativo per lei. Talvolta, attendevo con ansia di sentire pronunciare un nome. «Ascensore!» chiamava a gran voce chi dal basso si trovava impedito d'entrarvi perché qualche sbadato non aveva chiuso un cancelletto per bene. Così raggiungevo il piano dove lui era bloccato e gli rendevo la libertà. «Mamma,» domandai un giorno adocchiando dalla panchetta rossa una targhetta sulla quale non sapevo ancora leggere, «cosa c'è scritto lì?» «Stigler» mi rispose e io sorrisi, accarezzando con i polpastrelli il mio nome ricamato sulla taschina.

A lungo andare, conobbi alcune delle persone che varcavano il portone. Libero era il figlio del vinaio e compariva spesso con il suo carico di bottiglioni pieni e un grembiule blu indosso. La portiera, una donna meticolosa che si prestava volentieri a sorvegliare i miei movimenti e che non nascondeva di gradirli quando consistevano in salite a piedi in vece sua, gli lanciava occhiatacce in tralice. Aveva tappato per bene? Glielo domandava ogni volta, per quanto io ricordi, sottolineando subito dopo che le macchie di lambrusco erano difficili. Prima o poi pensavo di dire alla signora Giovanna che un omino immerso in una vasca trasparente molto simile a un ascensore possedeva una polvere che poteva fare al caso suo. Credo, però, che avesse poca simpatia per il giovane e sempre allegro Libero. Un signore, in particolare, attirò la mia attenzione: indossava un trench khaki e un Borsalino in tinta con la fascia marrone, finezze che appresi solo in seguito. Era un tipo alto e molto educato. Come me, timido. Di sicuro, gli ero grato per la delicatezza che dedicava al mio amico Stigler, per il suo tocco leggero sui pomoli d'ottone e le sue maniere riservate: impercettibili clic e clac rivelavano la sua presenza, tant'è che la Signora Giovanna, malgrado il volume ridotto della sua radiolina gialla, poteva ignorarne l'ingresso e solo intravedere la partenza dell'ascensore, mentre dal mio punto d'osservazione favorito dietro l'impianto nulla sfuggiva. Stigler lo depositava a volte al sesto e ultimo piano, dove la porta dell'appartamento centrale s'apriva senza dover suonare il campanello, altre al piano inferiore.

«Quello è il Signor Bonelli, caro» mi rispose un giorno la portiera. «È una persona distinta e davvero perbene. Non vive nell'oro ma non scorda mai una mancia!» Quel nome mi suonò famigliare. In un tardo pomeriggio uggioso, continuavo a tossire e la mamma non volle lasciarmi sul pianerottolo. Sulla credenza in sala da pranzo, la camiciaia aveva sistemato in una cornice d'argento una bella fotografia e il suo sorriso era identico a quello dell'uomo che posava al suo fianco. Quella signora gentile dava lavoro alla mia mamma e di quell'educato signore potevo fidarmi: erano parenti, probabilmente fratelli, pensai neanche troppo a lungo. Avevo capito perché faceva su e giù.

Non tardai molto a chiedergli di salire in ascensore insieme. «A che piano vai, giovanotto?», mi chiese la prima volta. Era per forza l'ultimo, una corsa più breve non mi avrebbe soddisfatto appieno. Un’altra volta, invece, mi domandò se abitassi nel palazzo. Riflettei un attimo sulla possibilità che lui trovasse ingiustificata la mia ripetuta presenza in quelle parti comuni e risposi negativamente, precisando a modo mio che non aveva di che preoccuparsi: la mia mamma e sua sorella si conoscevano bene e né io, nè lui dovevamo temere rimproveri.

Da quel momento, così ricordo, avvennero alcuni cambiamenti. Oltre ad offrirmi un passaggio, quel bravo signore iniziò a portarmi dei dolcetti: dopo avergli promesso che non avrei accennato ad anima viva del suo andirivieni tra il sesto e il quinto piano, meno che mai alla mamma che avrebbe potuto involontariamente farne accenno a sua sorella e, con ciò, rovinare una sorpresa fantastica che aveva in serbo per lei, sorpresa che non poteva proprio confidarmi perché avrei potuto riceverne una a mia volta, mi gratificava con una grossa fragola di zucchero o con un goleador di liquirizia. Per tutte le palette! Quell’adulto si smarriva sistematicamente in quel labirinto di sorprese, mentre avrebbe potuto dirmi chiaro e semplice che si trattava di un segreto. Io ero abbastanza grande da saperlo tenere! Le caramelle mou provennero invece dalle belle mani dell'infermiera che abitava l'appartamento al sesto piano. Avevo già conosciuto anche lei, mi aveva prelevato il sangue alla Villa Porpora e mi aveva fatto smettere di urlare con un lecca-lecca al limone.

La mia parentesi di dolcezza durò tutta l'estate e un po' dell'autunno ma, un brutto giorno, meteorologicamente neanche tanto, comunque prossimo al Natale, finì. Già nell'androne fu chiaro che qualche insolito avvenimento era in corso. La portiera ci accolse con un preoccupante «Che scandalo!», cui seguì un più sconsolato «In questo palazzo onorato! Tra i miei pavimenti incerati e senza macchia!» Era visibilmente sottosopra. Pensai al lambrusco, ma di Libero non c'era ombra. Imboccammo le scale: Stigler doveva essere bloccato da qualche parte. Pregai che non si fosse guastato. Mia madre faceva più fatica di me con la borsa e mia sorella in braccio, ma anche un discreto allenamento mi favoriva. Non avevo mai incontrato tanti condomini tutti insieme: nonostante le ore che avevo trascorso lì, molti di quei visi m'erano sconosciuti. Alcune voci urlavano. Trovammo Stigler bloccato al quinto piano con le portine e il cancelletto spalancati. Un fattorino aveva lasciato uno scatolone a ingombrare il passaggio proprio nel raggio d'azione del cancelletto. Le voci più alterate erano quelle del Signor Bonelli e della camiciaia che da quella consegna era rimasta sconvolta. «Traditore, bugiardo!» inveiva lei sventolandogli sotto il naso un foglio di carta la cui busta giaceva sulle piastrelle di gres. «Cara, è tutto finito, te lo assicuro. È un regalo d'addio!», implorava il Bonelli, mentre io stentavo a comprendere la situazione. Poi l'illuminazione! Mi avvicinai alla furibonda donna e le tirai una manica. Lei aveva le guance rosse e gli occhi quasi fuori dalle orbite ma, vedendomi, si placò un po'. «Non sia arrabbiata, signora: so per certo che suo fratello voleva farle una sorpresa molto bella!» Inaspettatamente, il mio intervento non ebbe l'esito che avevo sperato. Il Signor Bonelli ricevette un manrovescio che risuonò come l'esplosione di un palloncino. «Oh, me l'ha fatta, me l'ha fatta la sorpresa!», concluse la camiciaia recuperando l'ingresso al ballatoio dal quale rese noto a tutti che stava per tornare da sua madre. «Con te facciamo i conti a casa», mi disse invece la mamma. Ma cosa c'entravo adesso io? I grandi pasticciano e ci vanno di mezzo i bambini.

Guardai il Signor Bonelli con un certo compatimento: certo che non li sapeva proprio fare i regali! Il fattorino a quel punto domandò a quale delle due signore dovesse far avere lo scatolone che ambasciatore non porta pena e lui aveva altre consegne da fare. Nessuno gli rispose. Varie porte si chiusero. Così domandai al ragazzo cosa contenesse, tanto per sapere cosa non avrei mai dovuto regalare. «È un televisore», rispose. Un televisore? Esistevano anche per casa? Non si doveva scendere al bar per guardare qualcosa? E cosa c'era scritto lì, grosso? «Telefunken.» Per tutte le palette...! Il mio cuore fece una capriola. Scusami, Stigler, se non mi sono fatto più vedere.

(Paola Trevi)

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