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Una storia di StefaniaCastella

3

Marta

Lei era la mia amica

Pubblicato il 06 settembre 2017

No Marta non ha bisogno di farsi. Per essere fuori.

Quello che pensavo io.

Rannicchiata sul letto sembrava dormisse sembrava dormire da tutta la vita.

“Ho detto vado a buttare la spazzatura. Quando torno non ti voglio trovare”.

Marta ha le unghie smaltate, rosso lacca lucido, lucido come gli occhi, l’unico colore in tutto il suo essere pallido, smunto scheletrico. Mi chiedevo come facesse a muoversi, a camminare senza spezzarsi. Sembrava dovesse cadere da un momento all’altro. Io le volevo bene, e lei anche voleva bene a me, anche se un’amica non sparisce, un’amica non ti piomba in casa di notte o a qualunque ora del giorno e della notte stordendoti di cazzate o riempiendoti di silenzi da interpretare portandosi via pezzi di cuore e pure di argenteria. Per farsi.

L’ho incontrata in un treno puzzolente che attraversava una galleria buia infinta che finiva all’orario di scuola. Avevo una meta, lei no. I piedi sul sedile la faccia pallida il suo riflesso nel vetro, la statua più bella che avessi mai visto. L’ho vista ogni giorno dal primo giorno della nuova scuola, la prima metro che prendevo da sola come i grandi. Poteva essere più grande di un anno o due. Pensavo andasse in qualche posto. Non andava in nessun posto, andava e basta. Tra la folla rumorosa i suoi capelli rossastri legati in cima alla testa spiccavano sulla figura lunga, spiccavano in mezzo agli zaini la mattina, i sacchetti della spesa ad una certa. Le ventiquattrore del dopo lavoro. Marta era sempre lì. La stazione non era il posto da cui partire, o a cui tornare, era il posto dove stare e basta. Lei stava lì, ogni tanto saltava sui vagoni, faceva un giro in centro, cercando di raccattare qualche spicciolo, e poi tornava indietro.

Quando era tardi ed ero di corsa, qualche volta non avevo tempo di fermarmi a vedere se ci fosse in un angolo dietro il chiosco dei giornali, dove sapevo di trovarla prima di vederla saltare su, e allora restavo a cercare tra i sedili e le teste nei libri. Qualche volta era troppo fatta per stare in piedi e allora perdeva la corsa, la vedevo zoppicare come uno zombie dietro il rumore dei binari, l’avrei tirata su, sporgendomi dal vetro incrostato, l’avrei tirata su dalle scarpe mezze sfondate dalla maglietta troppo larga, l’avrei tirata fuori dalla sua vita, ma ero solo una bambina e poi pur io volevo andare via dalla mia. Io in quella scuola figa, in mezzo a quella gente tirata a lucido non ci sapevo stare. E stavo in bilico, ma ero fortunata alla fine della giornata io potevo tornare a casa. A casa dove mi aspettava il silenzio, dove mi aspettava una porta chiusa, un cesso decente una radio da poter ascoltare tutta la notte, una cena da saltare, una porta da sbattere uno sguardo da sfidare.

Marta era il mio pensiero, Marta era la mia solitudine, l’unica amica che avrei voluto, perché solo nel suo sguardo sapevo di poter leggere un pensiero che non fosse un giudizio crudele. Su di me e i miei occhiali orribili la mia faccia inutile, la mia figura troppo tonda.

“Che c’hai una sigaretta?”. “No io non fumo”.

Ma tanto poi comincio e magari ce le dividiamo e parliamo.

Nel cesso di scuola fumano tutte e sono tutte in tiro e sono tutte sorridenti mezze seghe che non hanno mai aperto un libro in tutto l’anno, che sorridono al momento giusto e sculettano nel modo giusto. Ho visto aggiustare parecchi "meno", solo con un battito di mascara a modo. E ho visto parecchi sguardi che mi detestavano solo perché leggevo anche quando non era assegnato, e sapevo rispondere quando nell’aula si stendeva solo il silenzio e l’affanno di chi non aveva degnato il libro neanche di uno sfiorare di polpastrello. Potevo sentirmi meglio di loro e invece ero l’ultima di tutti loro. E cercavo lo sguardo di Marta, e compravo pacchetti da dieci sigarette che non avevo tanti soldi in tasca pure io.

“E’ bello il libro che leggi?”. La voce usciva dal corpo secco di quella cosa bianca, come fosse partito da un registratore a lato. “E’ una raccolta di poesie, Montale”.

“Mi piace Montale, Meriggiare pallido e assorto…Mi sembra di sentire le cicale, di vedere il sole…”

“Vero, la malinconia di Montale riesce sempre a ferire senza ammazzarti completamente. C’è qualcosa che ti solleva sempre dentro”.

“Forse è che ci sentiamo così disperati che sentire che c’è uno più disperato di noi ci fa sentire meglio”. Ci mettemmo a ridere di questa cosa e uno sbuffo di fumo mi andò di traverso. Sentii la sua mano battermi le spalle, mentre ancora rideva. Rideva che la faccia le si riempì di piccole rughe, un’assurdità, era come una vecchia di vent’anni, più cento. “Te non ci vai a scuola?” Lo dissi sperando di non essere inopportuna.

“No, io ho smesso. Ho fatto solo il primo anno. Due volte. Poi ho smesso. Mia madre mi ha un po’ assillato poi ha smesso pure lei. Lei lavora ma non ce la fa a tenere in piedi tutto. Mio padre c’ha un’altra famiglia se ne è andato che neanche me lo ricordo. Ho pensato che avrei dovuto lavorare per dare una mano. Ma non ti prendono a lavorare se non c’hai un diploma, e non ti pigliano a fare la commessa se non sai fare la commessa. Poi ho incontrato Gianluca e ho litigato con mia madre. Diceva “è una piaga non è buono a niente”. Ha detto “se lo trovo ancora a casa ti spedisco a vivere da quella mezza pazza di tua nonna”. Sono andata a vivere da mia nonna. Non c’aveva ragione la mamma, non era mezza pazza era tutta pazza.

Lei ha cominciato a dimenticare le cose. Per un po’ è stato pure divertente potevo far salire Gianlu e manco se ne accorgeva, poi ha cominciato a diventare pesante. E Gianluca ha cominciato a lavorare troppo, spacciava pure di giorno, e voleva un socio per la sua "ditta". Sono stata costretta a dargli una mano” Quest’ultima frase me l’aveva detta con un sorriso che sembrava un ghigno “Quando mia nonna ha trovato qualche macchia di sangue non ha battuto ciglio. Quando ha trovato la siringa nel cesso ha pensato che fosse sua che il dottore le avesse prescritto le punture e che se ne fosse fatta una, anche se non lo ricordava. Io sono andata a vivere con Gianluca. Ma non avevo considerato tutti i vantaggi e gli svantaggi di una società con lui. I proventi non li dividevamo, in compenso mi divideva lui con gli amici suoi. Insomma me ne sono andata pure da lì. Adesso sto un po’ dappertutto.” Quella mattina ho finito il pacchetto da dieci prima di arrivare a scuola e perso più di un treno per ascoltarla.

Parlavamo, ridevamo, fumavamo e le portavo qualcosa da mangiare quando avevo soldi, cose di una friggitoria all’angolo che tenevo strette mentre mi brontolava la pancia, gliele lasciavo sperando le mangiasse e mettesse un po’ di colore sulla faccia. Ci siamo scambiate parole e risate, abbiamo preso insieme la metro per vedere il mare saltando la scuola, sono rimasta ad ascoltarla raccontare di poesia e canzoni e sogni impossibili, di “se un giorno mi va bene, che ne so, vinco un bel po’ di soldi e metto su un bed and breakfast” “Sei strafatta già? Sai quanti soldi ci vogliono per un b&b?” Io che di sogni non ne avevo mai avuti.

“Passa a casa mia, mangi qualcosa ti prendi una giacca pesante che comincia a fare freddo”.

Che ne potevo sapere di assistenti sociali, di associazioni di cose di questo tipo. Io sapevo solo che la mia amica stava lì e che se restava a parlare con me ero felice se per qualche ora non batteva, non si faceva. Credevo di poterla salvare.

Così una volta mi sono beccata uno schiaffone da un tipo a cui stava facendo un pompino nei cessi della stazione perché li avevo visti e pensavo che lei non volesse. “Ti sta bene, così non ti metti in mezzo. Guarda che quello mi paga bene”. Mi diceva mentre mi tenevo la mano sull’occhio che si gonfiava di brutto.

Intanto più passava il tempo più Marta sembrava stare peggio. Cosa avrei potuto fare, chiamare sua madre? Quel tipo con cui stava? La polizia, mia madre? Mi limitavo a passarle i libri che le piaceva leggere, le sigarette, un panino, una maglietta ogni tanto, e a trovarla lì alla stazione della metro. Ogni tanto suonava al citofono, piano se era di sera, impercettibilmente se era di notte e se era lucida tirava un sasso alla finestra della mia camera. Così le aprivo e se la serata le era andata male tanto da aver bisogno di far finta di volere una vita normale, restava in un angolo della mia stanza a fumare e guardare telefilm fino alla mattina. Così spariva,

Toccava svegliarsi all’alba per ripulire tutto e non sentire i lamenti di mia madre. Beccarmi l'impossibile se da casa mancavano "quella catenina che avevo lasciato lì sul comodino..." e inventare che l'avevo lasciata da un'amica, (sapere che l'amica era lei e che non me l'avrebbe certamente restituita...)...

Poi il buio.

C’era da soffiarsi sulle mani per scaldarsi e Marta non c’era. Tra la folla che già odorava di Natale non c’era nessuna traccia. Mentre correvo verso la metro le prime volte feci finta di non preoccuparmi. Ma più passavano i giorni più non vederla mi cominciava ad agitare. Cercai di ricordare qualche posto dove magari poteva essere, scesi ad altre stazioni pure quelle che non avrei mai frequentato e infilato la testa in angoli da vomito sperando di non trovarla in quello schifo. Per fortuna non la trovai. Ma era freddo e sapevo che non aveva un posto dove andare. Era freddo e non avevo nessun posto dove cercarla. Fino all’idea di parlare con qualche tipo che come lei bivaccava in stazione. Ce n’erano un paio, sempre gli stessi, qualche volta li avevo visti con lei, ma poi sparivano. Lei era l’unica che era rimasta sempre. Mi avvicinai a un tipo, per chiedergli se sapesse di una certa Marta, mi rise senza denti sulla faccia. Disse “qui nessuno chiama nessuno. Se ti serve la roba ce l’ho io”. Mi fece schifo il suo alito da cadavere me ne tornai a casa pensandola da qualche parte rannicchiata con quel freddo bastardo. Non riuscivo a pensarci. Dovevo cercarla. E’ così che fanno gli amici. Dovevo cercare alla stazione in mezzo alla gente sfatta col freddo che tagliava la faccia. Le gambe gridavano dai jeans che era tutta una cazzata. Ma Marta era una mia amica e volevo sapere dove fosse. Due tipi bivaccavano al bordo del marciapiedi riconobbi il ragazzo già visto con una, dalla faccia assente. “Sei quella che cercava la ragazza tu? La ragazza di Gianluca?” Gianluca.

“Stava con lui due giorni fa. Lo so perché mi doveva dei soldi così ci sono passato. Stava con una che ha chiamato Marta. Si mi ricordo che la chiamava. Mi sa che lei era così sconvolta che manco lo sentiva”. “Dimmi dove sta’” Mentre ancora se la ridevano feci la faccia tosta fingendomi una che non si caga sotto a stare lì con due tossici strafatti azzardando “Portami da Gianluca”. Ero una ragazzetta che si stava mettendo nei casini. E quando vidi Gianluca con l’aria di chi ha bevuto e fumato troppo pensai spingendolo per cercare lei, che mi sarebbe caduto davanti tanto era fuori. E non avevo paura. Marta era lì rannicchiata sul letto con la faccia immobile e i pensieri da un’altra parte.

“L’ho raccattata alla stazione, è stata qui due mesi poi non voleva più. Non lo so che si è sparata. Voleva uscire, diceva che la stava cercando un’amica. Parlava parlava. Ho detto vado a buttare la spazzatura quando torno non ti voglio trovare, mi hai rotto le palle. Si faceva, poi voleva smettere, voleva mandare tutto a puttane. Lei che solo quello sapeva fare”...

La risata mi arrivava di spalle.

Mi distesi sul letto affianco a lei, lei era la mia amica. La mia amica secca secca che amava le parole moribonde dei poeti che “forse sono messi peggio di noi perciò ci piacciono così tanto”. Io le stavo davanti occhi negli occhi e lei era altrove. Quanti schiaffi le avrei dato, ma le sfiorai una guancia fredda come il freddo bastardo che c’era fuori e restai lì senza parlare. L’avrei abbracciata ma avevo paura di farle male, le avrei spezzato le ossa minuscole se l’avessi stretta come volevo stringerla per portarla via.

Mentre facevo le scale, pensai ai treni che avrei perso aspettandola invano. Piano gocciolava lenta e impalpabile la neve leggerissima, copriva la strada, copriva i pensieri, copriva anche me.

Pensai alle poesie dei poeti “messi peggio di noi” non me ne veniva in mente neanche una, e piansi di rabbia anche per quello. Anche per quello.

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