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Una storia di sarapaideia

Pensieri fugaci

Scivolando dentro le emozioni

Pubblicato il 04 aprile 2018 in Storie d’amore

Tags: attimi emozioni raccontobreve sentimentale

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Gennaio 2017

Fu proprio nell’esatto momento in cui lo sguardo si voltò, che capii forse tutto, probabilmente niente. Occhi brillanti, quel bianco puro e vergine, quel verde così chiaro e intenso che faceva innalzare involontariamente le labbra. Sguardo da bambina, piccola rosa mai sbocciata. Totalmente innocente. Totalmente inebriante. Brividi di amore, di amicizia, di complicità. Opposti che si amano, amore ed odio, gioventù e il passare degli anni;anni che senti pesare sui tuoi occhi così lucidi, così trasparenti di emozioni. Niente fu e sarà mai paragonabile a quello sguardo gioioso, vivace, sensibile, semplicemente felice. Sempre che la felicità sia veramente quel susseguirsi di sofferenze e dolori che con il trascorrere del tempo ci trascina, come un ramo inerte, vivo, solo, pulsante che il vento scuote o che le acque trascinano via, fino a trovare un giorno di sole, di pace, di primavera o uno scoglio che fa da riparo o una riva che ti accoglie dolcemente, a uno stato di accettazione totale della nostra potenziale impossibilità di gestire completamente il nostro cammino. Capii tutto solo in quel minuto, secondo, millesimo di secondo. O forse mi allontanai anni luce dalla verità? Momento, tempo; tutto scorre e trascorre: le generazioni, le mode, le amicizie, gli amori e la stessa vita. Come se il tempo fosse alla fine, veramente qualcosa che ti impedisce di vivere tale esistenza, giorno dopo giorno; come se ogni fottuta alba e ogni fottuto tramonto indicasse qualcosa che, quotidianamente ti abbandona. Come prendere un pugno di sabbia nelle mani e farla scivolare delicatamente. Quella clessidra che ogni giorno vedi, senti e osservi e quando questa inevitabilmente termina il suo compito, non fai altro che prenderla con quelle stesse mani per ricominciare ancora ed ancora da capo. Lavoro umano è dedicarsi ogni giorno, ogni momento a far sempre scorrere questa clessidra; e ancora, se immaginassimo una ipotetica vita priva totalmente di ogni lavoro, occupazione, hobby, famiglia, figli e/o amori/allucinazioni, nostro compito rilevante sarebbe quello di trovare un espediente per riempire questo trascorrere di pensieri. Strano riflettere su come il tempo si trasforma in metaforiche catene che per natura ci condizionano a strane combinazioni di numeri, impedendoci effettivamente di poter realizzare ogni nostro singolo pensiero o idea. Il tempo guarisce ogni ferita e niente è e sarà mai così irrecuperabile e irrisolvibile come la morte. Vivere in attesa di quel preciso momento, durante il quale non volteremo più la cosiddetta clessidra e questa rimarrà ferma, immobile, vuota completamente. Quindi soggiunge il pensiero; non è forse il tempo qualcosa da dover interiorizzare dentro di noi. Interiorizzai quel momento; scivolò dentro gli occhi, nelle pupille, nel sangue, nel corpo, nella mente e si adagiò all’interno. Pensare come ciascun giorno noi essere umani e carnali siamo sottomessi a questa entità così astratta ma alla fine così presente, partecipe tangibile e testimone di qualunque nostra azione o pensiero. Buffo meditare sul modo in cui il tempo imponga le proprie regole; alzarsi la mattina, sveglia a tot ora, colazione, pranzo e cena a intervalli di ore variabili, lavoro a tot ora, uscita di lavoro a tot ora. Attendiamo, rimaniamo in attesa di quelle lancette che, secondo per secondo scorrono e avanzano fino alla fine del cerchio. Cerchio. Figura geometrica perfetta. Leonardo e l’uomo vitruviano. Misurare il nostro corpo e il nostro vivere attraverso forme assolute. A misura d’uomo. Adattare le nostre esigenze,timori e preoccupazioni a tali strutture finite, uniformandoci in un cerchio o in un quadrato. Nessuna via di uscita. Ecco il labirinto di Cnosso. In quale esposizione sistematica e mentale risiede una qualche causa o un qualsiasi motivo in grado di sottometterci attraverso forze astratte e per definizione teoriche, con il fine ultimo dell’uniformazione stessa dell’umanità in irreali sistemi precostituiti?

Perché rinchiudersi e intrattenersi in circonferenze, perimetri, circuiti, se è vero che l’universo si configura come un ente per definizione e natura infinito, che incessantemente e ininterrottamente estende e accresce la propria grandezza e natura? Perché limitarsi?

Decisi in quel finito momento che tale non doveva essere. Collocai quell’attimo all’infuri del cerchio, del quadrato. All’infuori di qualunque limite. Lo innalzai nel cielo infinito, lo lanciai con energia, forza, potenza nell’immensità dell’universo, e lo tenni a tal punto così stretto dentro di me che potei conservarlo, mantenerlo per sempre, se ciò è lecito, nelle vene e nel sangue. Ogni volta che avessi avuto bisogno di quel ricordo, lo avrei potuto quasi rivivere esattamente nello stesso modo in cui l’avevo percepito, vissuto. Considerai il suddetto processo, il solo e unico procedimento, teoricamente parlando, in grado di stabilire e fissare un ipotetico punto in contatto tra esposizione mentale e rappresentazione corporea, mens et corpus. Mi perviene tutta la quasi tangibile fugacità del tempo e con essa la brevità dei secondi. Come poter difendere il tempo e spezzare, tagliare, mutilare definitivamente il cerchio che ci circonda. Osservai come tutti noi eliminiamo, anzi accostiamo nelle foreste buie e tetre della nostra mente, alcuni avvenimenti, lassi di tempo invasi ed ostacolati da amori, amicizie e varietà di pensieri, per aprire semplicemente le porte a istanti così repentini, passeggeri, transitori e intangibili.

Tutto ciò che abbiamo nel solco dei nostri desideri, non ci appartiene.

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