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Il narratore e il punto di vista: l’opinione di Davide Longo

Nella nuova intervista collaborativa a cura di Martha Bartalini e del nostro team.

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Pubblicato il 16 aprile 2018 in Giornalismo

Tags: narratore puntodivista davidelongo intervista collaborazione

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Vi ricordate il film L’attimo fuggente? In una scena, l’indimenticato Robin Williams nei panni del professor Keating, invitava i suoi studenti a salire sulla cattedra per “guardare le cose da angolazioni diverse”. Noi di Intertwine abbiamo applicato questo esercizio alle storie e siamo andati a studiare in che modo diverse prospettive generino diversi tipi di narrazione: una questione di narratore e di punti di vista.

"Lo scrittore è sempre onnisciente: è lui che decide la storia,

i personaggi, cosa dicono e fanno, gli snodi, il finale.

La domanda è solo: quanto voglio che tutto questo sia scoperto, dichiarato o meno?"

Ma non ci siamo fermati qui! Grazie alle vostre domande, continuiamo ad approfondire l’argomento in compagnia di uno storyteller di professione: Davide Longo, autore Feltrinelli, Fandango, Marcos y Marcos, NN Edizioni, nonché insegnante alla Scuola Holden di Torino. Il suo contributo indiretto ci è già stato utilissimo: le pagine dei romanzi L’uomo verticale e Maestro Utrecht ci hanno fatto riflettere sulla focalizzazione interna e sul complesso rapporto che lega autore e narratore. Oggi, lo scrittore ci fornisce una serie di spunti ed esempi preziosi in risposta alle vostre domande. Un ringraziamento speciale, quindi, a Davide Longo, che si è prestato alla nostra intervista collaborativa con grande generosità!

Ecco la sua opinione sul tema del narratore e del punto di vista. Buona lettura.

Le risposte di Davide Longo alla nostra community

“Il pensiero del lettore, al quale inizialmente non pensavo, ultimamente ritorna. Mi rendo conto che spesso mi chiedo se non condizioni in qualche modo lo stile che abbiamo.

Quanto siamo noi e quanto siamo influenzati dal pensiero di chi ci leggerà?”

La mia esperienza mi ha insegnato che uno dei principali errori di postura di chi comincia a scrivere è quello di pensare di scrivere per sé, di avere come unico riferimento il proprio gusto e le proprie esigenze di sfogo ed espressione. Quando poi si trova a scontrarsi con il desiderio di farsi leggere da un editore e poi da un pubblico, ecco che sorgono i problemi: ma come fa il lettore a non capire quello che ho scritto? Come può non afferrare questo punto di svolta? Come può trovarmi prolisso? Autoreferenziale? Ombelicale? Il punto è che lo scrittore è un cuoco e un cuoco che ama cucinare a casa per la propria tavola è una cosa, mentre un cuoco di professione che gestisce un ristorante è tutta un’altra faccenda. Il cuoco di professione non mangia quasi mai i piatti che prepara, al massimo li assaggia, per vedere se stanno venendo come desidera. È la gente in sala che li mangerà, il suo pubblico.

Quindi la mia opinione è che sia non solo sano, ma anche doveroso,

pensare a chi leggerà le storie che scriviamo.

Specie se scrivere è il nostro mestiere o vogliamo che lo diventi. Non c’è nessuna commercializzazione, nessun tradimento dell’ispirazione. Altrimenti sarebbe come dire che tutti i grandi artisti del rinascimento sono stati dei mercenari e che la loro arte ha poco valore in quanto dipingevano solo quanto gli veniva chiesto e pagato.

Entrando nel merito del cambio di punto di vista al variare dei personaggi, qualcuno di voi ha chiesto: “Sto scrivendo un romanzo con molti personaggi, ho pensato di usare un pdv ristretto ai personaggi, cambiando il pdv tramite scene nel capitolo. Faccio bene oppure no?”

Rispetto alle scelta di un punto di vista o di un altro, non esiste il giusto o lo sbagliato. Le domande a monte sono altre, ossia, perché faccio questa scelta o quest’altra? Che cosa comporta per il lettore? Che cosa viene a sapere il lettore, che cosa prova e che influenza ha sul plot se un fatto lo racconto con un punto di vista di un personaggio o di un altro? Chi è davvero il protagonista della mia storia? E in ultimo: sono tecnicamente abbastanza bravo per fare quello che voglio fare?

Rispetto all’uso di una focalizzazione interna che cambia spostandosi

da un personaggio all’altro posso fare due esempi.

L’Amante, il romanzo di Yehoshua, è una storia i cui eventi sono raccontati da tre punti di vista diversi corrispondenti ai tre protagonisti, ma il cambio di punto di vista, mi pare di ricordare tutte prime persone, avviene da un capitolo all’altro, quindi dopo uno stacco nella storia. Una scelta che troviamo in molti altri romanzi e che non comporta grandi difficoltà tecniche, ma che prevede che tutti e tre i personaggi avranno un ruolo da protagonisti. La sposa giovane di Baricco sperimenta invece il cambio di punto di vista all’interno stesso di una pagina. È una soluzione di grande virtuosismo. Baricco se lo può permettere.

Ma ripeto, a monte c’è sempre una domanda: perché lo faccio? Cosa voglio ottenere?

“Nel caso in cui si sta raccontando di un personaggio affetto da disturbo di personalità multipla, è utile ricorrere a più pdv per suggerire l'alternarsi delle personalità oppure si tratta di un artificio narrativo non utile, se non addirittura banale?”

Tutte le soluzioni sono state ormai sperimentate (o quasi tutte) in film, romanzi e altre narrazioni. Questa che mi propone non fa eccezione. Anche in questo caso il fatto che sia un artificio narrativo o una scelta riuscita lo può decidere soltanto il peso che ha nella storia tale scelta tecnica. Per esempio: quando il lettore capisce che si tratta di voci corrispondenti alle varie personalità di una persona disturbata? Se lo capisce dopo venti pagine, le duecento successive potrebbero risultare stucchevoli, mentre se per tutto un romanzo leggo il plot come se fossero più personaggi a suggerirmelo e poi, a venti pagine dalla fine, capisco o meglio, inferisco, che si tratta delle personalità multiple, potrebbe essere un effetto molto potente. A questo proposito le consiglio la lettura della Trilogia della città di K. di Agota Kristoff che utilizza in maniera formidabile il lavoro sull’attribuzione della voce narrativa. C’è sempre da imparare dai bravissimi. Sia come fare, che cosa fare, che cosa non fare se non ci si riconosce ancora all’altezza.

“Mi domando se la scelta del pdv si riesca a determinare da prima della stesura del testo oppure in qualche modo si plasmi sul suo evolvere e quale pdv prediliga Longo in base alla propria esperienza”.

A volte le storie nascono nella mente di un narratore già fornite di un punto di vista. Nascono già con quel tipo di sguardo. Tuttavia, se un narratore è un bravo artigiano, mentre lavora saprà mettere da parte momentaneamente l’istinto e valutare altre ipotesi, soppesarle, fare magari delle prove su alcune pagine. Magari questo gli confermerà la scelta istintiva, oppure gliene mostrerà altre. Tornando ai maestri rinascimentali, tutti loro facevano bozzetti, prove di geometria, colore, luce e distribuzione della scena, prima di impegnarsi in una tela di grandi dimensioni o un’opera su muro. Nei miei primi due romanzi ho usato una terza persona con focalizzazione interna sul personaggio. Per alcuni libri per bambini la prima persona, per L’uomo verticale la terza persona per la prima e terza parte e la prima persona in forma diario per quella centrale. Per Maestro Utrecht due voci, una in terza e una in prima, corrispondenti a due storie diverse che si intrecciano. Insomma,

un artigiano deve sapere usare la tecnica più appropriata a quel che sta raccontando,

alla superficie su cui lo racconta, alla misura, al pubblico.

Cosa ne pensi, Davide, del punto di vista esterno, quello in cui i personaggi vengono visti agire senza sapere quali sentimenti, desideri, pensieri li guidano?”

Il punto di vista esterno può avere infinite varianti in termini di vicinanza o meno al personaggio. Verga usa un punto di vista esterno, eppure la focalizzazione sui Malavoglia è molto forte, conosciamo i loro pensieri, i loro sentimenti, le motivazioni delle loro azioni, i loro processi mentali. È quello che Verga voleva, il frutto di una lunga riflessione e ricerca su come raccontare quel mondo che approdò ad una scelta tecnica, quella del discorso indiretto.

La risposta di un buon artigiano a un’esigenza etica, di stile, morale passa sempre per la tecnica, un metodo, una forma di abilità molto manuale. Quello a cui si riferisce lei, forse, è un punto di vista il più possibile asettico, che non entra mai dentro il personaggio, ma semplicemente ce lo mostra in azione. È la misura del cinema per eccellenza, quella che ha influenzato la scrittura narrativa sin dall’inizio del ‘900, quindi quella a noi oggi più familiare, meno retorica, meno paternalistica, dove l’autore di nasconde. Ma anche in questo caso, l’autore può nascondersi solo in apparenza ed essere ciononostante molto moralista, ideologico nelle sue intenzioni.

“Per necessità di narrazione, ho quasi sempre adoperato la prima persona. In verità, ho spesso avuto l'impressione che, soprattutto il narratore esterno onnisciente, faccia perdere un po' la percezione del sentimento durante lo svolgersi dei fatti, pur descrivendoli con più dettagli. Quindi volevo chiedere, è appunto solo una mia impressione o effettivamente tale tipo di narrazione risulta "più fredda" e distaccata?

Come già detto dipende dalla materia e dalla sensibilità del pubblico in quel momento storico. Non sono valori assoluti, ma cambiano col tempo, con l’intreccio di altre tecniche narrative, con l’educazione dei lettori, la loro abitudine a maneggiare storie e decifrarle. I Promessi Sposi, romanzo per antonomasia guidato da un narratore onnisciente, sono forse una storia fredda? Distaccata? Hanno fatto palpitare animi per molti anni, certo non tutti gli animi (il mio poco, per esempio). La domanda è piuttosto:

il pubblico di oggi vuole avere ancora la percezione di un narratore che lo accompagna all’interno della storia tenendolo per mano e mostrandosi come artefice e costruttore del labirinto in cui il lettore entra?

Ancora oggi c’è un pubblico che lo desidera e un altro che lo avverte come una mancanza di rispetto. Sebastiano Vassalli scrisse non moltissimi anni fa La chimera, un bellissimo romanzo storico che adotta il narratore onnisciente. La materia lo permetteva, forse lo richiedeva, sta di fatto che l’emozione leggendolo non manca, non sa di vecchio, non ci si sente accompagnati per mano. Perché Vassalli era un grande scrittore e sapeva cosa fare, quando, con quale misura e perché. Io parto da questo concetto: l’idea che il romanzo è una cosa che scrittore e pubblico costruiscono insieme è una colossale balla.

Lo scrittore è sempre onnisciente: è lui che decide la storia, i personaggi, cosa dicono e fanno, gli snodi, il finale. La domanda è solo: quanto voglio che tutto questo sia scoperto, dichiarato o meno? Quanto voglio che il lettore sappia che sono io ad aver costruito il palazzo dove sta entrando?

Io personalmente amo che il lettore pensi di camminare nelle stanze a suo piacimento, mentre, se sono stato abbastanza bravo, sta solo seguendo un percorso che io avevo deciso per lui.

Non lo faccio contro il lettore, ma perché io come lettore apprezzo quel tipo di sensazione. Cerco di dare a chi legge ciò che amo come lettore. Tutto qui.

È la prima volta che uno scrittore pone una serie di domande in risposta a quelle espresse dalla nostra community: sono domande basilari, indispensabili per chiunque voglia approcciarsi alla scrittura in maniera consapevole. Per questo, apprezziamo Davide Longo ancora di più! Grazie anche a tutti gli utenti della nostra community: la vostra partecipazione ha reso possibile questa nuova intervista collaborativa!

Continuate a seguirci!

Ma non crederete mica che sia finita qui? Continuare a seguire il nostro blog e i nostri social per scoprire quale sarà il prossimo tema sul quale potrete sbizzarrirvi in domande e chi sarà a fornirci preziose risposte in ambito storytelling.

Appuntamento prefissato, quindi, alla prossima intervista collaborativa di Intertwine!

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