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Una storia di Raffaele

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Misurarsi la palla

ovvero, tutto quello che nessun aspirante scrittore vorrebbe mai sentirsi dire

Pubblicato il 21 febbraio 2017

Da "La nobile arte di misurarsi la palla", di Amleto de Silva:

1) Sarebbe meglio che abbandonaste l'insano proposito di scrivere. Lo so che vi riesce difficile crederlo, ma non esiste una sola scuola al mondo che tenti in tutti i modi di demoralizzare gli alunni come una scuola di scrittura. Magari la cosa vi sembra talmente cretina che dite no quello è stesso Enea che esagera, invece è proprio così, come se tu andassi al ristorante e il cameriere venisse da te a farti una capa tanta dicendo no dotto' sentite a me non è cosa, a parte che già state chiatto come a che, ma guardate che quando si mangia si combatte con la morte, e poi voi non avete idea della porcheria che sta dentro la roba da mangiare. Ecco, la Scuola è esattamente così. Solo che, ovviamente, ti fanno pagare prima.

2) In Italia si pubblicano troppi libri. Non trovate uno, ma dico uno di numero, che dopo dieci minuti esatti non vi appicci questa pippa qua. Solo che te lo dicono loro, che i libri li scrivono e li pubblicano, che uno poi che ti deve dire? Eh, si pubblicano troppi libri, e il problema è che la maggior parte sono i tuoi.

3) Eh ma in Italia tutti hanno un romanzo nel cassetto. A parte che onestamente non ho mai capito cosa ci sia di male nell'avere un romanzo nel cassetto; capirei un'arma carica e senza sicura quando hai tre bambini per casa, ma un romanzo, e nel cassetto, poi. E devo anche dire che giù, al paesone che ho lasciato, conoscevo davvero un bel po' di gente. Diciamo che tra amici di sempre, compagni di scuola, di università, di palestra, conoscenze e mandate affanculo di una sera, fidanzate, ex fidanzati di fidanzate, gente che sei venuto a sapere che si chiavava le tue fidanzate, l'unico con una qualche timida velleità letteraria ero io. Uno, diciamo, su trecento. Mo', o esiste un posto dove stanno trecento amici tutti con un romanzo nel cassetto oppure qualcuno sta dicendo una stronzata.

4) Prima di scrivere bisogna leggere. Voi non leggete. E va bene, lo capisco, qualcosa devi dire, ma. Ma tu metti uno come me, che non ha fatto altro che leggere in vita sua, e alla fine dopo essersi letto pure gli elenchi dei telefoni ha deciso di spendere una vagonata di soldi in una scuola di scrittura per farsi dare qualche consiglio su come scrivere e magari una dritta su come pubblicare: uno come me, diciamo, arriva lì, sempre dopo che ti sei fatto pagare e gli dici, bello e buono eh ma tu non leggi. Ma come non leggi? E che ne sai tu? Dico, facciamo un test, un'interview, e loro niente: tu non leggi. O magari non leggi abbastanza. Oppure leggi male. O anche (giuro che l'ho sentita), tu leggi troppo.

5) Non è che perché andavi bene in Italiano a scuola poi sai scrivere. Questa, lo confesso, era la mia preferita in assoluto, perché rasentava l'offesa personale, mortificava quelle quattro fetenti e rare soddisfazioni che ti avevano lasciato tanti anni di studio, e perché poi era assolutamente gratuita, nella sua cattiveria astrusa. Cioè, per dire, mi ricordo quando dopo la scuola media dovemmo scegliere il liceo, chi il classico, chi lo scientifico, chi l'alberghiero. E poi ancora, quei pochi rimasti dai licei, l'università, chi fisica, chi lettere, chi scienze politiche. E non dico che tutte, ma una buona parte delle scelte era basata su un accenno di passione, un'ombra di inclinazione, che poi arrivavi qui e te la cancellavano. A sentir loro, dovevi andare a chiamare l'amico tuo che alla fine aveva deciso di fare l'odontotecnico e dirgli hei vieni tu qua, che tanto io e te abbiamo le stesse identiche capacità e le stesse speranze di farcela, anche se tu non avendo mai letto un libro in vita tua contravvieni alla regola precedente, ma che ce frega, questa regola qua annulla e sostituisce la precedente se si tratta di andare in culo a me. Che ho pagato prima.

6) Eh ma voi avete fatto leggere le vostre cose ai vostri amici. Ecco pure questa è una cosa che ti dovevano dire, che ne so, a scuola: ragazzi mi raccomando mettetevi il parapesce se andate a puttane, non vi sparate le cipolle e i raudi in mano e soprattutto, se mai un giorno lontano doveste decidere di scrivere qualcosa chiudetevi in soffitta a uso Anna Frank e non dite niente a nessuno se no vengono i nazisti e vi sparano. In sostanza, l'idea è che far leggere le proprie cose agli amici ti mette di fronte ad un pubblico troppo ben disposto. A parte che evidentemente loro sono cresciuti nel paese dei Teletubbies e non conoscono i miei amici, che se ti scappava un condizionale di troppo erano capaci di chiamarti frocio ricchione pallareto per tutta la vita, è anche abbastanza ovvio che se tu scrivi, e hai degli amici, questi amici prima o poi si rendano conto del terribile segreto che custodisci in soffitta. Solo che invece di candidarti al Nobel, gli amici normali si cacano il cazzo di leggere dopo sette righe e ti chiedono se vuoi andare sempre a giocare a pallone, anche se sei diventato ricchione. Non è granché, mi rendo conto, ma è sempre meglio che fermare un estraneo per strada e chiedergli scusate signore non è che volete leggere questo mio raccontino? Sarà anche più imparziale, ma il rischio che ti pigli per stronzo e ti sputi in faccia è molto alto.

7) Mai, mai, mai e poi mai scrivere su un blog. Se c'è una cosa che le scuole di scrittura odiano con tutto il cuore, a parte i loro alunni e le altre scuole di scrittura (generalmente chiamate quelli), è internet, il posto dove i malvagi del mondo vanno a scrivere le malvagità, e in particolare i blog, che permettono a chiunque di scrivere quello che vuole. Hai voglia a dire che se fai un blog di merda fai due accessi l'anno, ma loro la merda la conoscono e sanno che se fai veramente cacare da due a duecentomila è il caso che ci arrivi, e poi internet è quel posto purulento e schifoso dove puoi trovare le recensioni ai loro libri che non sono state scritte dai loro amici, dalle loro fidanzate, da quelli che si chiavano le loro fidanzate, e dai loro editors. E tutta questa libera circolazione di pensiero, tutta questa libertà, secondo loro, nuoce alla libertà e nuoce al pensiero.

8) Ha bisogno di un corposo lavoro di editing. Qualsiasi cosa scriviate, ha bisogno di editing. Qualsiasi. Anche un biglietto tipo GERARDO, COMPRA IL LATTE SE NO DOMANI MATTINA CI MAGNAMM' COPPOLE 'E CAZZ', ha, anzi necessita di un lavoro corposo di editing. Gli editors sono una cosa che è stata inventata per dare lavoro a gente che altrimenti non avrebbe saputo che cazzo fare ma doveva essere impiegata comunque perché o sono sfortunati e godono di apposite tutele previste dalla legge per quelli, appunto che sono nati così, oppure sono figli di ricchi e sono l'equivalente dei commercialisti. Pensateci: una volta stabilite le percentuali di tassazione, le esenzioni e le detrazioni ammesse, il commercialista ti dice un numero a cazzo e ti fa firmare una dichiarazione che poi il fisco ti contesterà (a ragione) perché, ti dirà il commercialista, abbiamo sbagliato noi.

E con quel noi intende che lui ha sbagliato e tu paghi. Ha sbagliato facendo un mestiere che nei paesi civilizzati viene svolto da un'app android gratuita. Così gli editors. Siccome che, poverini, devono lavorare, se tu prendi e scrivi una cosa che non ha bisogno di essere corretta questi pigliano e correggono il lavoro a prescindere, come quei meccanici ladri che per una candela sporca ti fanno ricomprare la macchina un pezzo alla volta, solo che poi la macchina va di merda. Esattamente come qualsiasi cosa sia passata per le manine sante di un editor.

9) Dovete togliere, non dovete mettere. La scrittura è sottrazione. Questa, devo dire la verità, è la regola per la quale provo veramente invidia, ma tanta. Non tanto per la regola in sé, che poi alla fine chi se ne frega, ma è esattamente uguale a quando i parlamentari si aumentano lo stipendio così, a prescindere, solo perché più soldi gli fanno più comodo che meno soldi. Cioè, quelli delle scuole di scrittura, scrittori stitici e senza idee, si guardano in faccia a un bel momento, e dicono: oh ragazzi, a me non mi vengono più di dieci cartelle l'anno eh. E tutti sì sì anche a me! A me manco sette! A me tre! E allora decidono che la scrittura è sottrazione. Alla faccia dei due volumi e dei tre chili del Circolo Pickwick che tengo sul comodino. A me la faccia come il culo, quando è così esagerata, mi fa un che di rispetto. Che vi devo dire.

10) A giudicare se puoi diventare uno scrittore deve essere uno scrittore. Non fa una grinza se lo scrittore in questione è Stephen King o, che so, J.K.Rowling, gente che venduto ventimila milioni di fantastiliardi di libri e ha un conto in banca che nemmeno i cartelli messicani se lo sognano. Sono quasi sicuro che saprebbero tenere la giusta distanza tra i loro giudizi e le loro piccole miserie e invidie personali. Il problema nasce quando a giudicare un esordiente, e un esordiente pagante (perché è pagante il problema, qui), è uno scrittore da seicento barra mille copie ma con amici nelle redazioni giuste. Uno così si vede minacciato anche dalle tre pagine scritte a mano della riunione di condominio, e metterlo a giudicare uno che, entro pochi giorni, potrebbe diventare un suo diretto rivale, come dire, non mi pare la più brillante delle idee. Come far giudicare le concorrenti di un concorso di bellezza dalle altre concorrenti. Non sappiamo chi vincerà, ma mi gioco almeno una palla che non sarà mai quella più bella

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