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Una storia di AndreaButterini

LA GANG DELLE RAGAZZE

Non esistono attività precluse alle donne, nemmeno quelle criminali.

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Pubblicato il 05 febbraio 2018 in Thriller/Noir

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Era una sera di febbraio 2017 quando in un appartamento di un condominio del quartiere di Rogoredo, alla periferia sud-est di Milano, Anna Brembi stava aspettando quattro amiche per una cena in compagnia.

Anna aveva da poco compiuto i 23 anni ed era veramente una bella ragazza, alta magra ma con forme sinuose, capelli castani lunghi e ricci. Proveniva da una famiglia benestante; i genitori abitavano nel centro di Milano mentre la sorella maggiore, dopo il matrimonio, si era traferita a Voghera. Anna invece da un paio d’anni era andata a vivere da sola in questo appartamento in affitto a Rogoredo. Dopo essersi diplomata con il massimo dei voti al Liceo Classico “Vittorio Alfieri”, ora stava frequentando la facoltà di lettere all’Università di Milano.

Pochi minuti prima delle 20.00 suonò il campanello. Finalmente le amiche erano arrivate e salirono in casa.

Francesca Ammarano aveva la stessa età di Anna, con la quale aveva condiviso le stesse scuole fin dalle elementari. Anche lei alta e magra, aveva i capelli neri e corti. Era iscritta pure lei alla facoltà di lettere, ma il suo percorso era più lento rispetto all’amica; contemporaneamente lavorava come istruttrice di arrampicata sportiva, la sua grande passione, presso una palestra.

Giorgia Alessandrini, di 25 anni, era una donna robusta, ma non grassa. Portava capelli corti e castani e aveva un carattere forte e risoluto e un approccio schietto verso le persone. Lavorava come capo-ufficio di contabilità di una grande azienda milanese e gestiva, sotto la propria responsabilità, alcuni impiegati.

La sorella Marisa, di due anni più giovane aveva un fisico esile e più basso. Capelli corti ricci e castani, rispetto a Giorgia era molto più insicura e dubbiosa nei confronti delle sfide offerte dalla vita e la sorella aveva su di lei un forte ascendente. Attualmente era disoccupata, ma nel passato aveva svolto diversi lavori come commessa in alcuni negozi.

Alessandra Merini, 24 anni, anche lei aveva capelli corti e castani e fisicamente era abbastanza formosa. In questo periodo era molto preoccupata per la madre che stava lottando disperatamente contro il cancro, mentre il padre aveva un’attività di officina per autoveicoli. Alessandra era impiegata nella stessa azienda di Giorgia, di cui era l’assistente.

La cena non era l’unico motivo della riunione. Le ragazze dovevano discutere riguardo un piano che era sorto nella mente di Anna molti anni prima. Quando era in seconda liceo, la ragazza aveva iniziato a fumare e durante la ricreazione andava nei bagni della scuola. Guardando dalla finestra potè osservare la conformazione del parcheggio sottostante.

Esso era incastonato fra il palazzo dove c’era la scuola di Anna e un muro di cinta con un cancello che veniva chiuso ogni sera alle 20.00 e veniva riaperto solo alle 8.00 della mattina successiva. Durante la giornata il parcheggio era usufruibile da chiunque, ma se qualcuno non avesse ripreso la macchina prima della chiusura del cancello, avrebbe dovuto aspettare la mattina seguente. Il palazzo non era di esclusiva proprietà della scuola, ma i due piani inferiori appartenevano al Credito Commerciale Milanese che utilizzava il parcheggio per lo scarico dei furgoni portavalori, effettuato una volta alla settimana, approfittando proprio delle ore notturne in cui il piazzale era chiuso al pubblico.

Guardando dall’alto, Anna iniziò a fare considerazioni, a ragionare su ipotesi, ad inventarsi fantasie che, giorno dopo giorno, erano sempre meno fantasie e sempre più possibilità, semprechè ci fosse stata la volontà di realizzarle e le condizioni indispensabili per attuarle. La ragazza cercò di immaginarsi come si dovesse svolgere l’attività giornaliera della banca, praticamente minuto per minuto, e ragionò quasi per gioco come potrebbe muoversi un rapinatore per svaligiare la suddetta banca. Ben presto si accorse che questa fantasia stava diventando un desiderio, talmente eccitante, che non seppe resistere alla tentazione di accennare la cosa a Francesca, la sua migliore amica e “compagna di sigaretta” al bagno. Dapprima come battute da “cazzeggio” le due ragazze parlavano e ridevano dell’argomento ma, senza rendersene conto, i pensieri diventavano sempre più elaborati e il piano dell’ipotetico rapinatore si affinava grazie anche all’apporto di Francesca che consigliava, correggeva o supportava l’idea iniziale di Anna. Ad un certo punto le studentesse si convinsero che il piano da loro elaborato avrebbe avuto buone possibilità di riuscita e che fosse superflua la presenza di un rapinatore perché… bastavano esse stesse ad attuarlo, avendo la volontà e le capacità di attuare il progetto. Restavano in sospeso solo le condizioni indispensabili per la riuscita, in altre parole l’equipaggiamento e l’organizzazione di un team.

Qualche anno dopo Anna e Francesca conclusero il liceo e diedero un arrivederci al piazzale, sicure che prima o poi sarebbero tornate. Dalle informazioni che nel frattempo erano riuscite a raccogliere, seppero che un furgone portavalori entrava nel parcheggio una volta alla settimana, il giovedì, alle ore 5.00 di mattina, e scaricava il contante proveniente dalle filiali della banca. Secondo il piano che avevano studiato, sarebbero state necessarie per la rapina cinque persone, comprendendo l’autista. Questo fu il primo problema da risolvere: dove cercare i complici? Non esiste un supermercato dove poterli acquistare a piacimento e d’altronde come si sarebbe potuto domandare a qualcuno di partecipare ad una rapina? Sarebbero state considerate delle pazze o, peggio, avrebbero rischiato una denuncia alla polizia.

L’occasione, quasi insperata, capitò nell’autunno 2016. Anna stava frequentando un corso di ginnastica aerobica in palestra, grazie al quale conobbe Giorgia Alessandrini. Una sera, al termine della seduta, nello spogliatoio una ragazza partecipante al corso chiese a Giorgia:

“Vai a fare la settimana bianca a gennaio? O preferisci andare a svernare su qualche spiaggia esotica con l’acqua cristallina?”.

“Si magari! Ne l’una né l’altra, mia cara! Con tutte le spese che ho da sostenere!”

“Bè dai… due settimane alle Maldive, quanto potranno costare, poi?”

“Un bel po’ di soldi, credo, e io non li ho… a meno che non facessi come quelli di ieri sull’autostrada Milano-Varese”.

“Chi? Quelli dell’assalto al portavalori?” Il giorno prima un furgone portavalori era stato assaltato e rapinato da uomini mascherati che erano fuggiti con un bottino milionario.

“Si Si… Ma perché non mi hanno chiamata…!?!”

Queste parole catturarono l’attenzione di Anna che intervenne nella conversazione:

“In che senso, scusa?”

“Nel senso che se quei banditi mi avessero assegnato anche una piccola particina, ora avrei i soldi per andare a godermi il sole alle Maldive”.

Ci fu una risata generale fra le ragazze nello spogliatoio, che poi presero la via dell’uscita. Anna prese la stessa strada di Giorgia verso le auto parcheggiate e quando fu sicura che fossero rimaste solo loro due domandò:

“Hai voglia di un caffè?”

“Mmm. Si dai..”

E sedute al tavolino all’interno del bar, in attesa dei caffè che avevano ordinato, Anna riprese l’argomento che le stava a cuore:

“Prima… quando parlavi della rapina… scherzavi o eri convinta di quello che dicevi?”

“Sì… se avessi avuto l’occasione… ma perché me lo chiedi?”

Anna decise di prendere il coraggio a quattro mani:

“Perché io ho un piano che potrebbe funzionare” e ad una allibita Giorgia spiegò il progetto che aveva affinato insieme a Francesca. Al termine della sua esposizione le venne il dubbio di aver fatto una sciocchezza colossale a parlarne con Giorgia che la stava guardando in silenzio. Finchè questa socchiuse gli occhi per pensare e dopo un attimo di riflessione:

“Uhm… sei un genio. Davvero! Dici che servono altre due persone vero? E se fossero altre due ragazze?”.

Anna sospirò di sollievo per il superamento della prova:

“Sarei contenta sì che fossero due ragazze. Temo che degli uomini, che tra l’altro non conosceremmo bene, cercherebbero di soggiogarci. E poi, diciamocelo una buona volta, noi ragazze siamo migliori in tutto, basta che ci crediamo e che formiamo una squadra affiatata senza invidie o gelosie.”

“Sono d’accordo con te. E ho già in mente i membri della banda che fanno al caso nostro”.

Il pensiero di Giorgia correva innanzitutto verso la sorella Marisa, che ebbe qualche ritrosia dovuta in principal modo al proprio carattere; ma l’ascendente di Giorgia era troppo forte per potervisi sottrarre. La quinta donna, invece, sarebbe stata Alessandra Merini, assistente d’ufficio. Giorgia conosceva la sua situazione, sapeva che la madre stava combattendo una difficile battaglia contro il cancro che, per essere vinta, aveva bisogno dell’apporto di cure molto costose. Alessandra non rifiutò un’offerta così allettante e accantonò ogni scrupolo morale.

A febbraio, quando si incontrarono a Rogoredo, le ragazze avevano avuto già l’occasione di fare conoscenza. Ora c’era da mettere in moto la macchina organizzativa della rapina. Terminata la cena, Anna dispiegò sul tavolo un grande foglio sul quale era disegnata la mappa del piazzale, dei palazzi limitrofi e delle vie adiacenti e spiegò dettagliatamente il piano che aveva ideato. Quindi aggiunse:

“Ricapitolando, abbiamo bisogno di una macchina e di un furgone; di targhe e infine di armi, ovvero due fucili e cinque pistole. Questi sono i problemi più grossi. Il resto dell’attrezzatura necessaria è facilmente reperibile nei negozi. Per la macchina ci penso io. So dove recuperarne una che faccia al caso nostro. Francesca mi darà una mano. Quello che mi preoccupa maggiormente è il reperimento delle armi; dovremmo contattare un trafficante, in qualche maniera, e la cosa mi inquieta non poco. Avete qualche idea da suggerire?”

“Nostro fratello” intervenne Giorgia “un giorno ci disse che in Internet si poteva accedere al… lo chiamano ‘Deep Web’. In pratica, da quanto ho capito, è una parte di Internet dove è possibile navigare nel completo anonimato e quindi poter commerciare anche prodotti illegali. Nostro fratello ha 13 anni, ma ci capisce molto più di me su queste cose. Potrei farmi spiegare meglio come funziona, devo solo inventarmi una scusa convincente.”

“Bene. Allora te ne occupi tu! Per le targhe invece, direi di attendere il momento in cui avremo macchina e furgone. Il furgone appunto…”

“Per il furgone” disse Alessandra “potrei prendere uno di quelli dell’officina di mio papà. E’ un Fiat Ducato bianco, tipo vecchio, senza scritte. Adesso mio papà sta lavorando poco, per via della malattia di mia mamma… ha bisogno di assistenza… scusate…”. La ragazza ebbe un momento di commozione e Anna le prese la mano stringendola fra le sue.

“Dai… Metto su qualche caffè? Una cosa mi stavo dimenticando di dirvi. Sarebbe il caso di iniziare a fare un po’ di attività fisica, se già non la fate. E’ importante per tenere un certo tono atletico, perché non si sa cosa potrà succedere quel giorno e la nostra efficienza fisica potrebbe essere determinante.”

Il giorno dopo Anna e Francesca si ritrovarono per organizzare il furto dell’auto che sarebbe servita per la rapina. I Brembi possedevano una casetta a Bellano, sul lago di Como, che tenevano disponibile per la stagione estiva. Anna spiegò il suo piano:

“Di fronte alla nostra casa, oltre la strada, abita un certo Carmine Geraci, un siciliano che in questo periodo si trova a Palermo. So che è partito in treno e ha lasciato l’auto, una Volvo, in garage. Quella è la macchina che fa al caso nostro. Pensavo di andare a Bellano venerdì sera e di fare il colpo nella notte tra venerdì e sabato. Ti va bene?”.

“Come giorno per me va bene. Però poi dove la portiamo, la macchina?”

“La portiamo qui sotto, nel mio garage. La mia auto la terrò all’aperto e dentro parcheggiamo la Volvo. Anche se è lunga, ci sta. Almeno provvisoriamente, poi vediamo.”

“Ti fidi? E se qualcuno ci vede?”

“Bè, anche se qualche condomino ci dovesse vedere con la Volvo, come farebbe a sapere che si tratta di un’auto rubata? A parte il fatto che Geraci starà in Sicilia ancora qualche settimana, credo. Comunque ci sposteremo solo con il buio. Ora facciamo la lista di tutta l’attrezzatura occorrente.”

Venerdì pomeriggio, a bordo della Toyota Yaris di Anna, le due ragazze partirono da Milano portando con sé una borsa sportiva a testa. Alle 19.00 circa erano nella casa dei Brembi a Bellano. Per prima cosa Anna controllò dalla finestra la situazione di casa Geraci: le serrande erano tutte abbassate e non trapelava alcuna luce dall’interno. Per sicurezza compose il numero di telefono. Nessuna risposta. Riprovò dopo cinque minuti, ma il risultato fu analogo, segno che la casa era in quel momento disabitata.

“Bene lui non c’è. Possiamo prepararci.”

Le ragazze aprirono le borse ed estrassero l’occorrente per l’azione ladresca. Si tolsero gli indumenti e si rivestirono completamente in nero con una dolcevita che copriva fino al collo, un paio di leggings, calzini e scarpe da ginnastica. Nei giorni precedenti, in un supermercato, avevano acquistato un paio di pistole giocattolo con il regolare tappo rosso di riconoscimento. Ora, con un coltello, tagliarono il tappo in modo che le pistole sarebbero sembrate vere ad un’occhiata superficiale. Insieme alle pistole, prepararono due coltelli corti da cucina: le armi non sarebbero state necessarie, molto probabilmente, ma un seppur minimo rischio di imprevisto era inevitabile. Anna e Francesca misero ciascuna le proprie armi in un piccolo zainetto, insieme ad un sacco nero, un cacciavite dalla lama lunga, una pila, un paio di guanti di pelle e un sacchetto di nylon contenente un collant nero.

Alle 2.00 uscirono. Controllarono che la strada fosse deserta e la attraversarono di corsa, stando attente a rimanere distanti dai lampioni accesi. Entrando nel vialetto privato che conduceva all’abitazione, Anna ricordò all’amica:

“Dobbiamo comportarci come dei comuni topi d’appartamento.”

Arrivate alla porta d’ingresso che era al buio, rispetto al fascio di luce emanato dai lampioni, le ragazze estrassero il collant nero e se lo calarono sul viso, sistemandolo in modo da alterare i lineamenti rendendosi irriconoscibili. Poi calzarono i guanti di pelle ed estrassero le pistole. Francesca tastò con le dita la fessura tra lo stipite e la porta, quindi estrasse il cacciavite e provò a forzare, riuscendo in breve tempo ad aver ragione della serratura. Quindi entrarono e con le pile accese per farsi luce, passarono di stanza in stanza, rovesciando cassetti ed armadi e riempiendo i sacchi neri con gli oggetti di valore e i contanti che trovavano. Quando aprì il cassetto del comodino, nella camera da letto, Anna vide un mazzo di chiavi.

“Ehi, dovrebbero essere queste!”

“Qua abbiamo finito. Abbiamo fatto passare tutte le stanze.”

“Andiamo in garage a vedere.”

Scendendo da una porticina interna, tramite una rampa di scale arrivarono al garage dove, come previsto, era parcheggiata una Volvo 240, di colore grigio.

“Adesso portiamo la macchina nel parcheggio della via qui sotto. Poi torniamo a casa mia, a piedi, raccattiamo tutta la nostra roba e torniamo a Milano, io con la mia macchina e tu con la Volvo, rimanendo a poca distanza l’una dall’altra.”

Quindi caricarono la refurtiva nel bagagliaio, aprirono il garage che richiusero dopo aver portato all’esterno la macchina e guidarono fino al parcheggio. Qui si tolsero i collant dalla testa, ma tennero i guanti perché era essenziale non lasciare nessuna traccia sulla macchina rubata. Subito dopo aver ripreso le proprie cose da casa Brembi, si avviarono verso Milano, con due macchine come stabilito.

Mentre Anna e Francesca stavano organizzando il furto dell’auto, Giorgia Alessandrini si era data da fare per trovare un contatto per la fornitura delle armi. Il fratellino Thomas le aveva spiegato, a grandi linee, come funzionava il cosiddetto “deep web”, e le aveva segnalato un blog in cui era spiegato per filo e per segno tutti i passi da seguire per entrare e le accortezze da adottare per evitare qualsiasi rintracciabilità. Quel venerdì, da sola nella propria stanza, si mise all’opera. Scaricò il browser necessario, richiamò la pagina della “Hidden Wiki”, il sito collaborativo in cui gli utenti del Deep Web postano link a siti nascosti suddivisi per genere e lingua. Scorrendo i vari link, notò quello che poteva fare al caso suo. Il nome del sito lasciava intendere, inequivocabilmente, che si trattava di vendita di armi. Quindi Giorgia cliccò sul link, premette il tasto “enter” ed entrò nella chat. Dopo un momento di esitazione scrisse:

“Hi” (Salve)

Dopo pochi secondi apparve la risposta:

“Who are you?” (Chi sei?)

Giorgia non poteva più tirarsi indietro.

“Robber” (Rapinatore) scrisse.

Il lunedì successivo Anna convocò la riunione della gang per fare il punto della situazione. Innanzitutto mostrò alle complici la Volvo nascosta in garage, narrando gli eventi della notte tra venerdì e sabato. Quindi, salite nell’appartamento, Giorgia spiegò cosa aveva ottenuto tramite la ricerca nel “deep web”:

“Sono riuscita a contattare dei trafficanti. Sono operativi anche qui a Milano, ma vogliono un incontro a voce prima di fare qualsiasi accordo.”

“Siamo sicure che non sia una fregatura, o peggio, una trappola?” chiese Francesca.

“La sicurezza non c’è, ma se vogliamo andare avanti dobbiamo correre il rischio.”

“Dove dovrebbe avvenire l’incontro?” intervenne Anna.

“Presso una cascina abbandonata, a nord di Terzago.”

“D’accordo, allora ci presenteremo noi due.”

Il giorno dopo, Giorgia ricontattò i trafficanti e fissò la data dell’incontro per sabato mattina alle 6.00. Le due ragazze così furono costrette a fare un’alzataccia, quel giorno, e partirono con la Yaris di Anna verso il luogo concordato per l’incontro.

“Accidenti! Sono mattutini, i nostri amici.” si lamentò Anna, salendo in macchina. “Sto pensando… prendere la Volvo era troppo pericoloso, in caso di un posto di blocco. Però poco prima di arrivare alla cascina dobbiamo occultare i numeri di targa della mia auto, per evitare di essere ricattate o, peggio, denunciate un domani.”

Superato l’abitato di Terzago, Anna accostò la macchina in uno slargo ai bordi della strada, quindi aiutata dall’amica coprì le due targhe con degli stracci che furono fermati con cordicelle. Poi, rientrate in macchina, le ragazze si travisarono il volto con calze di nylon color beige e ripartirono alla volta della cascina che era poco distante. Alle 6.00 in punto arrivarono sul luogo dell’appuntamento, dove era già presente una Mercedes W126. Avanzando circospette verso questa autovettura, le giovani scorsero una figura all’interno e quando questa si girò, esse capirono che era la persona che cercavano. Infatti aveva sul viso la maschera di Guy Fawkes, con baffetti e pizzetto disegnati ed un sorriso beffardo: era chiaro che anche la controparte voleva salvaguardare la propria identità.

I tre volti mascherati si squadrarono per qualche istante, in silenzio. Poi, intuendo che sotto le calze c’erano due donne, il misterioso trafficante ruppe il ghiaccio, con la sua voce maschile:

“Bene arrivate! Di cosa avete bisogno?”

Fu Anna a rispondere:

“Ci servono due fucili e cinque pistole, con i relativi silenziatori e un buon numero di munizioni.”

“Avete preferenze?”

“No. Ci basta che siano efficaci per ciò che vogliamo fare.”

“Posso darvi due fucili Hatsan e cinque pistole Beretta. Comprendendo silenziatori e due cassette di munizioni, il tutto fa 5000 euro.” l’uomo porse un foglio con un numero di conto corrente bancario e l’indicazione della causale da utilizzare per effettuare il bonifico a favore di una fantomatica società Onlus per la costruzione di pozzi in Africa. “Se il pagamento ci arriverà entro mercoledì, la consegna avverrà fra una settimana esatta, sabato, stesso posto e stessa ora.”

“Un momento. E noi come…”

“Dovete fidarvi. Se volete le armi, si fa come vi ho detto. Noi siamo l’Organizzazione. Non abbiamo interesse a fregare i clienti. Vogliamo che la nostra attività prosperi insieme alla vostra. D’accordo allora?”

Le ragazze mascherate annuirono. L’incontro era terminato e le due autovetture se ne andarono per vie diverse.

Come concordato, lunedì Anna fece il bonifico di 5000 euro e il sabato successivo avvenne il secondo incontro, nello stesso luogo e con le stesse modalità. L’uomo con la maschera di Guy Fawkes aprì il bagagliaio della Mercedes.

“Ecco la vostra merce. Guardatela e controllatela pure.”

“Non sei lo stesso dell’altra volta, vero?” disse Anna mentre indossava dei guanti di lattice per non lasciare in giro impronte compromettenti.

“Noi siamo in tanti, ma è come fossimo uno solo. Qui ci sono tutte le istruzioni per l’uso. Non sono difficili. Come vi sembrano da tenere in mano?”

“Comode, maneggevoli. Ma dovremo provarle.”

“Cercatevi un posto e le proverete con calma. Non ve ne pentirete, ve lo assicuro.”

Caricate le armi nella Yaris, le ragazze ripartirono verso Rogoredo.

Lunedì sera, tutte le componenti della banda si ritrovarono a casa di Anna dove poterono toccare con mano le armi acquistate.

“Vi propongo una gita sul monte Legnone.” esordì Anna.

“Il monte Legnone? E dov’è?” chiese Marisa.

“E’ fra le province di Lecco e Sondrio. Conosco una zona tranquilla dove esercitarci con le armi in tranquillità. Seguiremo le istruzioni passo passo. Portiamoci dietro anche un po’ di lattine e barattoli vuoti per fare il tiro a segno.”

“Che bello. Non vedo l’ora.” disse Francesca.

“Ale, quand’è che possiamo venire in officina per lavorare intorno alla Volvo?”

“La domenica è il giorno migliore perché l’officina è chiusa e anche mio papà non ci viene, per cui potremo essere sole.”

“Ottimo!” Anna riflettè per qualche attimo, poi proseguì “Però prima abbiamo bisogno di alcune targhe, pertanto dobbiamo provvedere già questa settimana.”

“Targhe per la macchina rubata? Ma comunque sarebbero già “bruciate” perché il giorno dopo i proprietari sporgerebbero denuncia e la polizia farebbe un controllo capillare su quei numeri di targa. No, secondo me ci andiamo a complicare la vita.” ribattè Alessandra.

“In effetti hai ragione, ma… ci sarà un modo per occultare la Volvo e il furgone, accidenti!?!”

“O le creiamo nuove di zecca, oppure… le andiamo a prendere dove nessuno si può accorgere che sono state rubate. Intendo dire dall’officina di mio papà. Fra le targhe delle auto rottamate, ne preleviamo un paio e poi dopo il colpo le rimettiamo a posto. Semplice no?”

“Caspita sei un genio, Ale”

“No non sono un genio, perché adesso mi sono accorta che c’è qualcosa che non va. Secondo il tuo piano la Volvo rimarrà sul luogo della rapina, quindi dalla targa la polizia risalirebbe facilmente al proprietario e quindi all’officina di mio padre!”.

Tutte le ragazze stavano ascoltando e riflettevano su come risolvere un problema che sembrava insormontabile. Giorgia intervenne:

“Allora non c’è altro da fare che andarle a prendere in un’altra officina.”

“Furto con scasso, insomma.” rispose Alessandra.

“Ormai siamo abituate, vero Anna?” disse Francesca.

Anna sorrise: “Già. Puoi darmi una lista delle autofficine concorrenti di tuo padre? Anzi dimmi quella che è più facile da scassinare.”

“Secondo me è l’Autofficina Remondini. Si trova a Civesio, proprio ai margini del paese. Ci sono stata una volta quando accompagnai mio papà a prendere una macchina di un nostro cliente, che era rimasta in panne proprio in quella zona. Oltre ad essere isolata, l’officina è anche modesta e non dovrebbe avere sistemi di allarme. Comunque so che fa anche rottamazioni, per cui dovrebbero esserci delle targhe in attesa di essere consegnate all’ufficio motorizzazione.”

“Bene. Faremo una visita mercoledì notte. Chi viene con me?”.

Le altre ragazze si guardarono fra di loro e fu Giorgia a rispondere:

“Veniamo tutte! Così facciamo un po’ di allenamento per il colpo che verrà.”

“D’accordo. Ricordate di portarvi calze e guanti.”

Mercoledì sera alle 20.00 le ragazze si ritrovarono di nuovo a cena, sempre a casa di Anna che ormai era diventata la centrale operativa della banda di rapinatrici che si stava formando. L’atmosfera era rilassata, nonostante i piani che esse avevano quella notte, e ciò era dovuto non tanto ad incoscienza, ma alla consapevolezza delle proprie capacità. La sicurezza di Anna in particolare e la freddezza e la mancanza di scrupoli di Giorgia erano contagiose. Francesca poi vedeva tutta la vita come un grande parco dei divertimenti ed era eccitata al pensiero del brivido delle azioni criminali. Pertanto le cinque amiche passarono la serata in allegria fino a mezzanotte, quando Anna proclamò:

“Ragazze, è ora di muoverci.”

La gang usò due differenti auto: la Yaris di Anna e la Fiat Panda delle sorelle Alessandrini. Fu deciso di non valersi delle armi appena acquistate: non erano ancora state provate e comunque l’azione che le ragazze si accingevano a fare non sarebbe stata pericolosa, probabilmente. Sarebbero bastate le due pistole giocattolo usate anche nel furto a Bellano e in casi estremi un paio di coltelli da cucina. Ma Anna e compagne sarebbero state mascherate e se ci fossero stati pericoli, la fuga sarebbe stata la cosa più conveniente da fare.

Le due autovetture impiegarono circa dieci minuti per arrivare a Civesio da nord, percorsero tutto il paese e uscendo dalla parte opposta passarono davanti all’Autofficina Remondini che era avvolta dal buio più nero essendo anche lontana dalla luce dei lampioni. Poco più a sud, vi era un’abbazia, nel parcheggio della quale le ragazze lasciarono le auto e tornarono a piedi verso il paese. Tutte quante avevano un berretto nero sulla testa, ma arrivate a pochi metri dall’autofficina se lo tolsero momentaneamente per mascherarsi con i collant. Quindi infilarono guanti bianchi medici in lattice.

Si guardarono intorno: nessuno in vista. Arrivarono al cancello, ma era chiuso con una catena a lucchetto. Tuttavia la rete che circondava l’officina era fatiscente in molti punti e permetteva di superarla con poco sforzo. Così le ragazze trovarono alfine un punto in cui la rete era piegata a tre quarti, riuscirono a scavalcarla e ridiscendere sul cofano di una vecchia Topolino, un rottame senza targa, che stava nel cortile. Velocemente arrivarono alla porta dell’ufficio.Con i coltelli da cucina che si erano portate, non ebbero difficoltà a forzare la porta d’ingresso ed entrarono a parte Marisa che rimase a far da palo nel cortile, nascosta da una macchina parcheggiata e pronta ad avvertire le compagne in caso di inconvenienti, tramite Whatsapp.

Il piano ricalcava quello pensato per l’effrazione a casa Geraci a Bellano. Si doveva simulare un furto di contanti e non doveva assolutamente sembrare che l’obiettivo in realtà fosse la sottrazione delle targhe. Pertanto il gruppo, guidato da Alessandra che sapeva cosa e dove andare a cercare, aprì tutti i cassetti e gli armadi e, dove c’era una chiusura a chiave, usarono i coltelli per forzare la serratura. Aprendo i cassetti della scrivania sulla quale era appoggiato un computer, Giorgia trovò la cassa metallica di colore verde, con la chiave inserita nella serratura: evidentemente l’impiegata non si sarebbe aspettata un furto in quell’ufficio e non aveva preso precauzioni particolari. In effetti la cassa conteneva solo una cinquantina di euro che comunque Giorgia prese e infilò nelle tasche dei pantaloni. Alessandra, intanto, aveva adocchiato un armadio a muro che avrebbe potuto contenere le targhe rottamate da portare all’Ufficio motorizzazione. Avvicinò la pila e aprì l’anta che era solo appoggiata: la ragazza aveva avuto buon fiuto e difatti trovò una decina di targhe impilate una sull’altra.

“Ecco ci siamo” disse alle complici che stavano rovistando negli altri armadietti.

Ma proprio in quel momento lo smartphone di Anna segnalò l’arrivo di un messaggio Whatsapp: era Marisa. La ragazza che fungeva da palo aveva udito delle voci in dialetto milanese provenienti da sud e aveva allarmato le compagne. Quindi si era abbassata completamente dietro l’autovettura presso la quale si era appostata. All’interno dell’ufficio le quattro ladre avevano spento le pile e si erano messe ad aspettare accanto alla finestra, Anna e Francesca con le pistole giocattolo in mano, mentre Giorgia aveva estratto il proprio coltello da cucina.

Nel buio della notte gli unici rumori erano queste voci che si avvicinavano sempre di più. Anna si stava domandando cosa avessero fatto di sbagliato per tradire la loro presenza, ma ormai era troppo tardi per rimediare. Forse era il titolare dell’autofficina con un dipendente, ma perché venivano di notte? E se fossero stati altri ladri? La concorrenza non era gradita in quel momento. All’esterno Marisa cominciò a sudare freddo, nonostante avesse il viso completamente coperto da un collant. Spiando attraverso i finestrini della macchina che la riparava, vide delle ombre ormai all’altezza del cancello. Si aspettava da un momento all’altro di sentire l’apertura del lucchetto, ma continuava a sentire solo quelle voci, di due persone. Poi si accorse di udirle sempre più distanti e fioche. Tirò un sospiro di sollievo. Evidentemente erano due nottambuli, forse avventori di qualche bar della zona, comunque non rappresentavano un pericolo. Marisa, dunque, mandò un nuovo semplice messaggio ad Anna: “S” che nel codice che le ragazze avevano stabilito significava “pericolo scampato”.

“Cessato allarme” disse Anna alle compagne che si sedettero per terra per qualche attimo per sciogliere la tensione accumulata. Poi le ladre riaccesero le pile e tornarono ad occuparsi dell’armadio. Alessandra mostrò le targhe:

“Sono circa una decina: targa posteriore con targa anteriore messe insieme in una busta trasparente. E c’è allegato anche il documento di consegna per la Motorizzazione.”

La ladra prese due targhe, di cui una era del tipo vecchio con la sigla della provincia “MI”, e le mise in una borsa di plastica. L’obiettivo della spedizione era stato raggiunto e le ragazze se ne andarono lasciandosi alle spalle un ufficio in disordine con cassetti e armadi aperti e carte buttate per terra. Ricongiunte con Marisa, scavalcarono velocemente la rete, nello stesso punto dove erano entrate poco prima, e balzarono fuori dall’officina. Controllando che non ci fossero pericoli sulla strada, si avviarono con passo svelto verso il parcheggio dell’abbazia e solo in prossimità delle auto, si tolsero le calze dalla testa e i guanti. Quindi partirono alla volta di Rogoredo.

Il sabato successivo era in programma la gita sul monte Legnone per l’allenamento con le armi. La banda si trovò come al solito a Rogoredo alle 6.00 di mattina: si trattava ancora una volta di un’alzataccia, ma la fatica era necessaria al raggiungimento dello scopo criminale che era stato prefissato. Le ragazze partirono anche stavolta con due macchine e dopo un paio d’ore giunsero in uno spiazzo posto ai piedi di un sentiero che si inerpicava sulla costa della montagna.

“Ahia, ci aspetta una scarpinata!” commentò Francesca guardando l’erta.

“Risparmia il fiato e prendi un borsone dal bagagliaio.” le rispose Anna scherzosamente, strizzando l’occhio. Le cinque amiche si misero ognuna un borsone a tracolla, quindi, in fila indiana, iniziarono a salire lungo il sentiero. La camminata durò una ventina di minuti, con tratti abbastanza impervi, finchè non giunsero in una radura piana circondata da alberi.

“Qui siamo al sicuro” disse Anna e, posato il suo borsone, lo aprì, indossò un paio di guanti di lattice ed estrasse le cinque pistole. Nel frattempo Giorgia e Marisa avevano raggiunto il limitare della radura e stavano posizionando una serie di barattoli sopra alcuni massi.

Quando le due sorelle furono tornate Anna si rivolse alle complici:

“Allora, io direi di provare le pistole da una distanza non superiore ai 50 metri. Credo e spero che non saremmo costrette ad usarle, ma in ogni caso il possibile bersaglio sarà molto ravvicinato. E comunque poi abbiamo i fucili. Un’altra cosa: ora le proveremo, ma dopo aver installato il silenziatore, perché è vero che siamo in un posto molto isolato, ma non vorrei che l’eco dello sparo arrivasse chissà dove o che comunque un escursionista di passaggio si accorgesse di noi.”

Detto questo, la “mente” della banda prese una Beretta, modello APX e, leggendo il manuale di istruzioni, prima inserì i proiettili nel caricatore e poi avvitò il silenziatore sulla canna della pistola.

Prese la mira e premette il grilletto. La ragazza ebbe un leggero sobbalzo all’indietro mentre la pistola emise un rumore soffocato che sicuramente non venne sentito oltre la radura. Il problema era che il bersaglio non era stato centrato.

“L’hai mancato!” disse perplessa, Francesca.

Anna rimase un attimo in silenzio, quindi riprovò, ma il risultato fu lo stesso. Cominciava a sentire dentro di sé un senso di frustrazione. Giorgia intervenne:

“Forse è la posizione delle braccia. Dovresti essere meno rigida, più rilassata. Lasciami provare.”

Giorgia sospirò profondamente, prese la mira cercando di rilassare il corpo il più possibile, e sparò. Le ragazze videro uno dei barattoli volare in aria e ricadere malconcio a terra. Un applauso liberatorio accompagnò l’esecuzione. Rincuorata dall’esempio dell’amica, Anna riprese la pistola, cercò di rilassare il corpo e ad ascoltare la propria respirazione, quindi sparò: stavolta il colpo fece centro e un barattolo schizzò fra gli alberi dietro la radura. Rotto finalmente il ghiaccio, anche le altre componenti della banda si esercitarono al tiro a segno e, chi prima e chi dopo, presero confidenza con le Beretta.

Ormai era arrivato mezzogiorno e le ragazze decisero di fare una pausa per il pranzo che si erano portate da casa. Pertanto posarono le armi e, sedute sull’erba, passarono a piatti e forchette. Quando arrivarono al caffè, Giorgia udì uno strano rumore, come un fruscio, che proveniva oltre la radura dietro i massi con i barattoli.

“Sentite anche voi questo rumore?”

Le altre si guardarono ed annuirono. Senza aggiungere altro, Giorgia si rimise i guanti di lattice, prese dalla tasca del giubbotto un gambaletto chiaro e se lo mise in testa, quindi afferrò una pistola e si avvicinò al punto da cui proveniva il rumore. Superò un cespuglio e puntò l’arma contro una sagoma che si muoveva. Solo in quel momento si accorse che il misterioso visitatore non era nient’altro che un capriolo che, all’apparizione della ragazza, si fermò a guardarla meravigliato. Probabilmente non aveva mai visto il viso di un essere umano, men che meno quello distorto dal nylon di una calza da donna, che ora gli stava sorridendo. Ma, dopo un attimo di smarrimento, l’animale balzò via sparendo nel bosco.

Nel pomeriggio l’esercitazione si spostò sui fucili Hatsan semiautomatici a calibro 12. Secondo il piano che Anna stava mettendo a punto, i due fucili sarebbero stati utilizzati durante la rapina da lei stessa e da Francesca. Tuttavia non c’era ancora nulla di definitivo, quindi le prove avrebbero interessato tutte e cinque le ragazze. Introdotto il caricatore da sette cartucce ed installato l’apposito silenziatore, fu ancora una volta Anna ad inaugurare il tiro a segno contro i barattoli, ad una distanza di 100 metri. Il problema principale era costituito dal rinculo che, spostando il braccio, faceva alzare troppo il tiro. La ragazza aveva capito che doveva stare rilassata e, per acquisire più stabilità, si posizionò con la gamba sinistra più avanzata rispetto a quella destra che doveva reggere il contraccolpo e dopo alcuni tentativi falliti inanellò una serie di centri consecutivi. Poi passò l’arma alle compagne che presero così confidenza con il tiro dalla lunga distanza.

Giunsero in breve tempo le 16.00 e non sarebbe passato molto tempo prima che il cielo cominciasse ad imbrunire. Le ragazze erano affaticate da questa esercitazione, ma anche soddisfatte per la manualità che avevano acquisito. Smontarono i silenziatori da fucili e pistole, caricarono armi e barattoli nei borsoni e presero la via del ritorno verso le macchine che avevano parcheggiato più a valle.

Il giorno seguente, domenica, le aspiranti rapinatrici si ritrovarono presso l’Autofficina Merini di proprietà del padre di Alessandra. Era in programma l’ultima rifinitura prima del grande colpo, ovvero la preparazione dei mezzi di trasporto. L’appuntamento era fissato per il primo pomeriggio e alle 13.00 Anna e Francesca scesero nel garage a Rogoredo, dove era parcheggiata la Volvo 240. Francesca prese dal borsone due pistole e, montando in macchina, ne nascose una nel cruscotto e diede l’altra all’amica che la mise nella propria borsetta. Viaggiare anche per pochi chilometri con una macchina rubata era molto rischioso. Erano passate 3 settimane dal furto dell’autovettura e in questo periodo Carmine Geraci, il legittimo proprietario, forse era tornato a Bellano scoprendo il misfatto e aveva fatto una denuncia alla polizia. Pertanto le forze dell’ordine avrebbero avuto quel numero di targa in cima alla lista di quelle da ricercare.

La Volvo salì la rampa che collegava i garage con il piccolo piazzale davanti al condominio. Anna e Francesca avevano già indossato dei guanti di pelle per non lasciare impronte e un paio di occhiali da sole per celare parzialmente i propri occhi.

“Ok. Andiamo”. Anna respirò profondamente prima di imboccare la strada verso nord. L’autofficina Merini era situata a Lambrate, a sud della stazione ferroviaria. Per arrivarci le ragazze decisero di percorrere le strade secondarie a velocità moderata, evitando quindi di prendere la tangenziale ad est di Milano, troppo pericolosa per la possibile presenza di pattuglie della polizia. Morsenchio, Taliedo, Ortica: queste le frazioni incontrate dalla Volvo, che a Francesca ricordavano le stazioni della Via Crucis alle quali, da bambina, veniva mandata dalla madre. Così quando vide il cartello di Lambrate sbottò in un “finalmente” liberatorio. L’officina era situata proprio a un centinaio di metri dal cartello, dove le altre tre ragazze stavano aspettando da un po’.

“Ve la siete presa comoda!” disse Giorgia che subito sorrise perché sapeva dei rischi che le complici avevano corso, girando con quell’auto rubata.

“Ohhh! Guarda che ti tiro uno stivale in testa.” fece finta di arrabbiarsi Anna.

“Fa vedere… fa vedere. Belli! Sembri quasi una cowgirl.”

“Non riesco a capire se mi stai sfottendo o parli sul serio.”

Alessandra interruppe il battibecco. Fintanto che la Volvo non era al sicuro nell’autofficina, il pericolo era sempre incombente.

“Dai ragazze… sbrighiamoci” e aprì il cancello facendo entrare le macchine.

Sul retro, in un cortile protetto da una schiera di alberi che ne impedivano la visuale dall’esterno, era parcheggiato il furgone bianco della ditta Merini, un Fiat Ducato. A poca distanza venne parcheggiata la Volvo. Alessandra si avvicinò con una borsa dalla quale estrasse due paia di grossi occhiali di plastica, due paia di cuffie anti-rumore e due paia di guanti da lavoro: un paio di questi accessori li indossò lei stessa, l’altro lo passò ad Anna insieme ad una tuta blu da operaio. Le altre tre ragazze si allontanarono e ne approfittarono per accendersi una sigaretta. Alessandra era pronta per dare il via ai lavori. Prese dalla borsa un grosso trapano, collegato tramite una prolunga ad una presa elettrica, si avvicinò alla Volvo e cominciò a bucarne la carrozzeria posteriore, all’altezza del bagagliaio. Fece cinque grossi buchi del diametro di circa 1 centimetro. Quindi, posato il trapano, le due ragazze iniziarono ad armeggiare intorno alle due targhe, giungendo a svitarle in pochi minuti e sostituendole con una coppia di targhe prelevate a Civesio qualche giorno prima. Poi fecero la stessa operazione con il Ducato bianco, sul quale rimontarono le vecchie targhe “MI 386833”.

“Già fatto ?” domandò una stupita Francesca che, terminata la sigaretta, si era avvicinata in compagnia delle altre due amiche. “E’ stato più il tempo che abbiamo impiegato per arrivare qui da Rogoredo che il lavoro in sé”.

“Guarda che anche se adesso faccio l’impiegata, so come si lavora in officina”. rispose Alessandra, facendo finta di pavoneggiarsi.

“Già. Operaia, impiegata e adesso pure rapinatrice. Ah ah ah.”

“Beh. Aspettiamo per quello. Sono molto scaramantica, se non lo sai”. Alessandra parlava, scherzava, era decisa a fare il colpo così come le sue compagne, ma dentro di sé era oppressa dalla preoccupazione per la malattia della madre. Non voleva lasciarlo trapelare, ma non vedeva l’ora che la rapina avesse luogo e che finalmente ottenesse il denaro necessario per le cure.

Dieci minuti dopo il gruppo era riunito nell’ufficio al primo piano, davanti alla macchinetta del caffè. Anna staccò il calendario dal muro e lo girò sul mese successivo, aprile.

“Dato che il furgone portavalori arriva alla banca ogni giovedì, programmiamo il colpo per il 6 aprile. Quindi… non prendete impegni per quella data.” Anna guardò le compagne che ascoltavano mostrando sui volti segni di perplessità. “Immagino cosa state pensando: perché così tardi? Oggi è il 12 marzo e ci sono 3 settimane e mezzo prima del 6 aprile. Però, ragazze, anche se probabilmente abbiamo tutto l’occorrente per la rapina, il passo che andiamo a fare è troppo grande per rischiare di dimenticarci qualcosa solo per la fretta. Diamoci un attimo di tempo. E controlliamo che non ci siano variazioni riguardo agli orari dei furgoni. Per i prossimi 3 giovedì direi di appostarci a turno, a due a due, nei pressi del cancello di entrata”.

“Ho solo un dubbio.” intervenne Alessandra “Ok le targhe le abbiamo sostituite con altre ‘pulite’, pertanto non siamo identificabili a distanza. Rimane un problema: in caso di controllo casuale con verifica di patente e libretto, il trucco salta fuori”.

Anna prese la borsetta che aveva con sé ed estrasse la pistola Beretta, mostrandola alle amiche.

“In questo caso entrerà in ballo questa. Spiacente per chi si troverà in mezzo, ma non ci sono altre soluzioni. Speriamo che non accada!”

Le tre settimane e mezzo passarono velocemente in un crescendo di agitazione ed eccitazione. Il piano che eera stato concepito non ebbe variazioni: negli ultimi tre giovedì di marzo, imbacuccate all’interno di auto parcheggiate a poca distanza dal cancello che portava alla sede del Credito Commerciale Milanese, le ragazze ebbero la conferma che il furgone portavalori arrivava preciso alle 5.00, senza sgarrare di un solo minuto.

Mercoledì 5 aprile, verso le ore 15.00, Alessandra si presentò a Rogoredo, vestita elegantemente. Indossava un giubbotto bianco imbottito sopra una camicia a fiori rossi e gialli, una gonna nera di pelle che arrivava appena sopra il ginocchio, calze nere e scarpe rosse con tacco 5 cm. La ragazza suonò al campanello di Anna facendosi aprire la porta, poi salì all’appartamento. La complice era pronta, vestita tutta di nero, una dolcevita aderente, una gonna corta, un paio di collant velati. Pure le scarpe, Vans 12, erano nere.

“Sei bella. Il nero ti dona.” disse Alessandra appena dentro la porta.

Anna accennò appena un sorriso. Era troppo tesa e non aveva molta voglia di parlare. Aveva scelto di essere se stessa anche durante la rapina, pertanto aveva optato per un vestito che esaltasse la propria femminilità, invece che castigarla. L’idea era piaciuta anche alle altre ragazze che quindi avrebbero adottato lo stesso abbigliamento, come fosse una divisa che contraddistingueva la gang.

“Andiamo in garage. Forza.”

La Volvo 240 non era più stata toccata dopo i lavori fatti all’officina ed era rimasta parcheggiata in garage. Anna aprì il bagagliaio che era stato svuotato di qualsiasi oggetto. Lo spazio, già di per sé molto ampio, era stato aumentato abbassando i sedili posteriori. La ragazza prese un collant nero molto velato e se lo infilò in testa in modo da distorcere i bei lineamenti e comprimendo i ricci castani. Il suo volto ora aveva cambiato completamente i connotati e sarebbe stato irriconoscibile. Indosso, quindi, un paio di guanti neri di pelle. Appoggiato a terra, stava uno dei fucili Hatsan. Anna vi avvitò un silenziatore e mise l’arma all’interno del bagagliaio. Poi, con un movimento rapido, entrò lei stessa sdraiandosi bocconi.

“In bocca al lupo, cara. Ci vediamo domani mattina.” le disse Alessandra che aggiunse fra sé e sé ‘se tutto va bene’.

“Crepi!” rispose l’amica prima che il portellone venisse richiuso.

A questo punto Anna era separata dal mondo esterno e lo sarebbe stata per circa 14 ore. Non avrebbe potuto mangiare e bere né soddisfare i bisogni fisiologici. Era un grande sacrificio, ma lei lo sapeva ed era preparata a questo sforzo, pur di raggiungere l’obiettivo che si era prefissata già da molti anni. La determinazione, che di certo non le mancava, era supportata dalla convinzione di essere a un passo dalla meta. I vetri dell’auto erano stati oscurati in modo che non fosse possibile sbirciare dall’esterno. Solo l’aria poteva entrare ed uscire dal bagagliaio attraverso i cinque fori nella carrozzeria.

Alessandra indossò anch’essa un paio di guanti di pelle nera, quindi si mise al volante della Volvo e la guidò all’esterno del condominio, iniziando il tragitto che l’avrebbe portata verso Milano-centro. Poco prima dell’incrocio tra Via Mecenate e Via Dalmazia, accostò in una piazzola e, attenta a non farsi notare da occhi indiscreti, infilò la testa in un collant velatissimo di color neutro che, abbarbicandosi alla pelle, le schiacciò il naso e le piegò gli occhi all’ingiù, come una madonnina addolorata. Sopra la calza sistemò una parrucca bionda: era quella che la madre indossava per nascondere gli effetti della chemioterapia.

La ragazza riprese la marcia di avvicinamento verso l’obiettivo: Via Marco Bruto, Viale Forlanini, Viale Corsica, il lungo Corso XXII Marzo e finalmente Corso di Porta Vittoria dove era situato il Credito Commerciale Milanese. Erano circa le 16.00 quando la Volvo entrò nel parcheggio. Il pomeriggio cominciava a volgere al termine, mantenendo un tiepido clima primaverile. I raggi del sole non riuscivano più a fare breccia tra gli alti edifici e il piazzale era completamente ombreggiato. Alessandra, arrivata a metà del parcheggio, igranò la retromarcia ed occupò uno spazio libero lungo il muro di cinta, a sinistra del cancello, in modo tale che la parte posteriore dell’auto fosse rivolta verso il muro, ma con uno spazio di circa mezzo metro. Quindi smontò dalla macchina, chiuse manualmente la portiera e lasciò il parcheggio imboccando il marciapiede a destra, non prima di aver dato due colpetti con le nocche delle mani sulla carrozzeria, a mò di saluto e di augurio per Anna. Camminando lungo Corso di Porta Vittoria, incrociò alcune persone che la guardarono di sfuggita senza notare alcunchè di strano; solo se si fossero avvicinate a pochi centimetri, avrebbero potuto notare che il viso della donna era coperto da uno strato leggerissimo di nylon. Ad un tratto Alessandra fu affiancata da una Fiat Panda rossa, la macchina delle sorelle Alessandrini. La ragazza vi entrò velocemente e l’auto ripartì.

“Tutto a posto, Ale?” domandò Marisa che, al volante, stava fumando nervosamente una sigaretta.

“A posto, sì” rispose Alessandra, mentre sicura di non essere notata si stava togliendo la parrucca e il collant, scoprendo i capelli castani corti e, liberando dalla costrizione del nylon, gli occhi e il naso. Quindi si accese, anche lei, una sigaretta per sciogliere la tensione accumulata, espirando lunghi sbocchi di fumo. “Il primo passo è fatto, Marisa. Adesso basta solo aver pazienza e sperare in bene.”

Negli stessi frangenti, Francesca stava entrando nella sua vecchia scuola, il liceo “Vittorio Alfieri”, il cui ingresso era in Via Ottorino Respighi, perpendicolare con Corso di Porta Vittoria. Con sé aveva una borsa a tracolla, e stava andando in biblioteca con la scusa di visionare alcuni libri: lo faceva spesso per i suoi studi universitari, per cui non avrebbe destato nessun sospetto. Anche l’abbigliamento, molto casual, era poco appariscente. Rimase in biblioteca fin quasi all’ora di chiusura, le 18.00, quindi se ne andò, ma invece che prendere la strada per l’uscita, guadagnò la porta del bagno, il vecchio bagno dove andava a fumare insieme ad Anna, si chiuse dentro e attese. Quando fu sicura di essere rimasta da sola nell’edificio, iniziò a cambiarsi e a vestirsi di nero, in modo simile ad Anna. Estrasse dalla borsa una grossa fune che fissò saldamente al termosifone del bagno, poi si sedette per terra con la schiena appoggiata al muro. Per lei, così come per l’amica nascosta nel bagagliaio della Volvo, mancavano molte ore al momento dell’azione. Ci sarebbe stato tempo per dormire un pochettino, ma entrambe le ragazze avevano i nervi a fior di pelle e l’adrenalina aveva invaso il loro corpo.

Le ore passavano lente. Alle 20.00, come di consueto, il cancello fu chiuso, pertanto nessuno poteva entrare o uscire dal parcheggio. Anna, distesa nell’ampio bagagliaio, di tanto in tanto appoggiava la bocca ai fori della carrozzeria per respirare l’aria fresca della notte. Da lontano sentiva i rintocchi della campana del Duomo che scandivano le varie ore. Francesca cercava di memorizzare tutti i passi che, di lì a poco, avrebbe dovuto compiere, ma continuava a guardare nervosamente l’orologio che teneva al polso.

Quando sentì i cinque rintocchi di campana, Anna si sentì percorrere da un brivido perché il momento tanto sognato stava arrivando. Per gli strani equilibri che regolano la mente umana, ebbe un momento di paura, tanto che si stupì di sperare, inconsciamente, di aver fatto male i calcoli e che il furgone portavalori non fosse venuto quel giorno, mandando a monte la rapina. Ma questi pensieri furono spazzati via, appena la ragazza udì un campanello: era quello suonato dagli agenti del furgone portavalori per avvertire l’addetto allo scarico dei sacchi di denaro. Il dipendente della banca aprì il cancello automatico, lasciò entrare il furgone e richiuse un attimo dopo. Il mezzo si accostò alla pensilina e spense il motore. Ne uscirono due agenti sui 40 anni circa, ai quali venne incontro il bancario.

Per Anna era arrivato il momento di agire: aprì il bagagliaio silenziosamente e balzò fuori accucciandosi dietro la macchina con stretto il suo fucile. Dalle movenze sembrava una gattina. Sempre muovendosi coperta dalle auto, si avvicinò ai tre uomini che stavano parlando del più e del meno. Nessuno captò alcun rumore. Anna si rizzò in piedi e facendo due passi lateralmente si posizionò a due metri da loro e, puntando il fucile, intimò con la voce cammuffata dalla calza che comprimeva la bocca:

“Fermi tutti! Questa è una rapina!”

I tre malcapitati rimasero inizialmente bloccati dalla sorpresa: il fucile puntato contro di loro, il fatto di essere rapinati da una donna e la calza sul viso che ne dava un aspetto un po’ diabolico e un po’ beffardo, creavano una situazione inconsueta che li lasciava interdetti. Stavano per alzare le mani, quando si sentì il rumore di una finestra che si apriva. Istintivamente Anna alzò lo sguardo verso l’alto e una delle guardie, un uomo corpulento, non molto alto, pensò di approfittarne cercando di disarmare la donna. Ma questa, prima che l’agente potesse bloccarla, piegò il fucile verso di lui e premette il grilletto, colpendolo alla gamba destra. L’uomo si accasciò lamentandosi per il dolore.

“Avevo detto di non muovervi!”

Questo era un aspetto su cui Anna aveva riflettuto nei giorni precedenti la rapina. Sapeva che, come donna, avrebbe corso più rischi rispetto ad un rapinatore uomo, perché sarebbe stata ritenuta incapace di commettere un simile gesto e il rapinato avrebbe potuto tentare di prendere il sopravvento. Questa idea la faceva andare su tutte le furie. In Italia la mentalità maschilista ed arretrata non riusciva a concepire che le donne fossero capaci, almeno alla pari degli uomini, di ricoprire ruoli di responsabilità nella società, e anche il crimine non faceva eccezione. Pertanto Anna era preparata all’eventualità di essere sottovalutata, nell’attimo in cui si sarebbe presentata davanti ai poliziotti di scorta al furgone portavalori. Come puntualmente avvenne.

A provocare il rumore dell’apertura della finestra, era stata Francesca, la quale, dopo essersi mascherata accuratamente, iniziò la discesa tramite la fune che aveva assicurato al termosifone del bagno. Arrivata in fondo, corse all’interno dell’ufficio e premette il pulsante di apertura del cancello automatico, che lentamente cominciò a muoversi. Quindi ritornò verso Anna, le si affiancò, ed insieme tennero sotto tiro i tre uomini.

Appena il cancello fu aperto, entrò il furgone Fiat Ducato che Alessandra portò fino a ridosso del portavalori. Dalle porte sul retro scesero due ragazze con i volti cammuffati da collant neri, che altre non erano che le sorelle Alessandrini. Anna si avvicinò alla seconda guardia, con un atteggiamento minaccioso.

“Apri gli sportelli. Muoviti!”

L’agente, evidentemente impressionato da quel che era capitato al collega, prese le chiavi e aprì gli sportelli posteriori del portavalori. All’interno erano riposti dieci voluminosi sacchi bianchi, pieni di banconote di vario taglio, come Giorgia potè appurare aprendone uno con un taglierino.

“Forza. Al lavoro!” disse rivolta alla sorella.

Le due ragazze salirono all’interno del furgone e iniziarono a trasferire i sacchi nel Ducato, uno alla volta. Data la pesantezza, per trasportare ogni sacco erano necessarie le braccia di due persone, almeno della forza di Giorgia e Marisa.

Nel frattempo Anna e Francesca tenevano d’occhio i prigionieri, in uno stato di altissima tensione. Era fondamentale mantenere la concentrazione per evitare colpi di mano, anche se il ferimento della guardia era un monito efficace che scoraggiava altri tentativi. L’altro poliziotto e il bancario si guardavano bene dal mettere a repentaglio la propria vita e, in cuor loro, speravano che le rapinatrici finissero il lavoro il prima possibile per poi andarsene. Nella cabina del Ducato, di tanto in tanto Alessandra guardava nervosamente verso l’interno del suo furgone per verificare a che punto fossero le complici.

Finalmente, con non poca fatica, tutti i sacchi furono trasferiti nel furgone bianco, nel quale balzarono anche Giorgia e Marisa. Anna si rivolse allora ai prigionieri:

“Sul portavalori. Veloci! E tiratevi dietro anche il vostro amico.”

“Ma è ferito. Morirà dissanguato se non verrà medicato al più presto.” disse il bancario.

Anna era sinceramente dispiaciuta di essere stata costretta a sparare. Aveva voluto questa rapina, ma non voleva, se possibile, avere morti sulla coscienza. Doveva però cercare di mantenersi fredda e cinica agli occhi delle vittime, onde evitare di essere presa sottogamba.

“Hai la cassetta di pronto soccorso, in ufficio?”

“Si. A sinistra, entrando dalla porta.”

“Sai fare medicazioni?”

“Me la cavo. Ho una certa esperienza in questo campo.”

Anna si sentì più sollevata. Fece un cenno a Francesca che capì al volo e corse in ufficio, ritornandone pochi secondi dopo con la cassetta.

“Entrate nel furgone, ora. Lì potrete medicare con calma il vostro amico. Vi chiuderemo dentro a chiave, ma fra poche ore la banca riaprirà i battenti e quindi verranno a liberarvi.”

Rinchiusi i tre uomini, Alessandra accese il motore del Fiat Ducato e, con gli sportelli posteriori ancora aperti, si avvicinò lentamente al cancello. Intanto Francesca era tornata nell’ufficio per azionare l’apertura automatica, per poi correre fuori e balzare con un salto atletico nel retro del furgone raggiungendo le complici. Con movimenti rapidi, Anna richiuse gli sportelli dall’interno e il furgone uscì dal parcheggio, svoltando a sinistra, in direzione est.

Era fatta ormai. Tuttavia le ragazze non si sentivano al sicuro e non si fidavano a levarsi le calze dalla testa. Rimasero così, mascherate e con le armi in pugno, temendo un intoppo che avrebbe mandato in fumo la loro impresa criminosa. Il furgone intanto viaggiava, allontanandosi sempre di più dal luogo della rapina. L’azione era durata non più di mezz’ora, pertanto era ancora buio in quella mattina di aprile, mentre il Fiat Ducato procedeva ad andatura regolare verso l’

Autofficina Merini, luogo designato per lo scarico del bottino.

Finalmente, dopo circa 15 minuti, il furgone giunse a destinazione. Davanti al cancello, prima di scendere per aprirlo manualmente, Alessandra si tolse la parrucca e il collant di colore neutro che le ricopriva il volto, quindi comunicò alle compagne che il pericolo era ormai cessato. Nel retro del mezzo le rapinatrici emisero sospiri di sollievo e cominciarono a togliere le maschere e i vestiti usati durante il colpo. Erano passate le 6.00 da pochi minuti ed entro le 8.30, orario di apertura dell’autofficina, il furgone doveva essere rimesso a posto e il denaro fatto sparire. Una volta all’interno del cortile dell’officina, quindi, le ragazze si rivestirono velocemente indossando jeans e magliette sulle quali, vista l’aria frizzante della mattina, misero dei giubbottini. Poi cominciarono a lavorare alacremente. I dieci sacchi bianchi vennero tagliati uno a uno e liberati delle mazzette di contante. Il denaro fu riposto nel bagagliaio della Toyota Yaris di Anna e della Fiat Panda di Marisa e ciò che non ci stava fu messo sui sedili posteriori e su quello anteriore a fianco del guidatore; il tutto fu poi ricoperto con delle coperte. Sistemato il malloppo, Alessandra e Anna rimontarono le targhe vere sul Fiat Ducato, e nascosero quelle rubate nella Yaris, insieme ai soldi.

Rimaneva ancora mezz’ora prima della riapertura dell’officina e tutto ormai era stato messo in ordine. Nessuno avrebbe potuto trovare tracce riconducibili alla rapina al Credito Commerciale Milanese. A questo punto, le ragazze si divisero: Alessandra e Giorgia andarono regolarmente al lavoro, Francesca si recò alla fermata dell’autobus per tornare a casa, mentre Anna e Marisa, a bordo delle loro vetture cariche di denaro, si avviarono verso Rogoredo dove il bottino sarebbe stato messo al sicuro.

FINE

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