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Una storia di BettinaB

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Per Simone.

Pubblicato il 20 ottobre 2015

Ogni volta che vengo qui penso a lui.

E' uno strano rimestare simile ai flutti del mare, aggrovigliati ad altri flutti, fino a che non muoiono sulla battigia. Uno scandire del tempo, come se lo sentissi soffiato in faccia. E' il grecale che avanza forte da nord est. Solo. Con me stesso e l'immagine di Vito che mi porto stretta sotto la giacca. Una foto sgualcita, Vito e io sulla spiaggia con le ginocchia insabbiate, fermi sotto all'ombrellone, due buffi cappelli in testa. Ce l'aveva scattata sua madre. Vito strizzava l'occhio, la luce di mezzogiorno gli dava fastidio. Eravamo due ragazzi. A volte, giocavamo a chi resisteva di più a pancia in giù, le braccia incrociate sotto al mento, la sabbia rovente ci faceva fare smorfie e ci bloccava a terra, ognuno nell'intento di battere l'altro. Forse era in uno di quei momenti che i nostri pensieri hanno preso strade diverse e io non me ne sono accorto.

A sette anni quello che hai intorno è come fosse il mondo intero, pensi sia tutta la vita e, invece, sono solo attimi.

A Forte dei Marmi ci si veniva una settimana d'agosto, compresa di rito del picnic in pineta coi panini preparati la sera prima dalle nostre madri. Avevamo due famiglie che si confondevano; stessi gesti, identiche premure, medesimi discorsi dei padri; eravamo amici-fratelli, in tutte le stagioni e in città, quando la nebbia calava e non si poteva uscire, Vito restava per ore con me, steso sul pavimento a leggere fumetti.

Nell'estate dell'89 Vito aveva preso a dirmi che "bisognava essere liberi". Non erano le parole a lasciarmi perplesso, ma il modo con cui agitava le mani. Sembrava avesse una frusta a doppia corda per fendere l'aria. Io ero libero e non ero da domare.

Nell'estate del 90 Vito aveva smesso di fantasticare. Stava dietro a una moretta, piccola di statura ma ben messa, con me ci usciva poco e mi diceva che "al cuor non si comanda". Una di quelle sere, sfilando davanti al Bar Mexico, vidi il caschetto nero della moretta che però era più alta perchè s'era messa il tacco 12. -Scusa, che c'è Vito in giro?

-'fanculo!, mi rispose.

Nell'inverno del '92, Vito non frequentava nè le bionde, nè le more. A me non parlava. Quando incontravo sua madre, lei mi guardava, mi sorrideva, poi si faceva buia in viso e nemmeno lei parlava più. Sospirava, profondi sospiri dal suo ventre.

Ogni volta che vengo qui, penso a lui.

Anche ora che un pesce ha abboccato. Se il mare si agita, i pesci non sanno più dove andare a rifugiarsi. Come Vito che era diventato un pesce solitario in mare aperto. Sbatteva contro muri immaginari, si dimenava cercando di respirare, gli chiedevo cosa avesse, ma lui muto come un pesce, appunto.

L'ultimo anno non lo cercai più. Lo lasciai andare. Come se attendesse che qualcuno lo ributtasse in mare.

Una certa acquetta mi cola dagli occhi e s'infila con sottili rivoli nel bavero del giubbotto, nel collo. Non sono lacrime.

E' sempre il grecale che brucia gli occhi. -Ehi, Simone... butta bene oggi eh?

E' "pinna bianca", il bagnino del litorale. Sa che vengo qui a pescare una volta al mese. Da solo. E' invecchiato, ma i capelli bianchi li aveva già ai tempi in cui portava me e Vito sul pattino al levar del sole durante le vacanze e ci diceva che sembravamo fratelli. Contava fino a tre, poi ci tuffavamo al largo.

Mi lascia andare una pacca sulla spalla. Non mi domanda niente. Come me si ferma e guarda il mare che ci investe col suo profumo pungente di salmastro. Non c'è bisogno di parlare. Lo hanno saputo tutti. Qualcuno ci ha pure fatto le solite battute del cazzo, del tipo:-Eh... si capiva!

C'è un suono che arriva, sembra una risata di bambino. -Tra poco piove, dice Pinna bianca.

La faccia era gonfia e gli occhi fissi, uguale al pesce nella mia cesta. La doppia corda gli avvolgeva la gola. Nella tasca dei calzoni, due righe vergate a mano. Per Simone.

Forse lo avevano capito tutti, tranne io.

"Se fossi donna ti sposerei.

Vito.".

Pinna bianca è sempre stato un mago ad indovinare il tempo. Piove pesanti goccioloni dopo il grecale.

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