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Una storia di Massimo.ferraris

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Metti una sera che...

Pubblicato il 08 giugno 2017

Ho preso la palla al balzo, non capita spesso di avere la serata libera tutta per me. Non ricordo l'ultima volta: forse quando mio figlio è stato ricoverato in ospedale e mi sono ritrovato a girare come un cretino per le vie della città. Quella volta ero preoccupato, mia moglie si era fermata per la notte ed io non ho chiuso quasi occhio per la paura che il cellulare suonasse e non lo sentissi. Per fortuna si risolse tutto con una semplice paura.

Ma questa volta è diverso, sono solo, libero dai pensieri e pronto ad uscire. Moglie e figlio in vacanza con mia cognata per un due giorni a Gardaland, turno di domani al pomeriggio e quindi notte brava. Niente di strano, non sono in cerca di storie di una sera, nemmeno di incontri, voglio solo assaporare quella sensazione di quando si è giovani e senza legami, quelle uscite senza una meta, solo per il gusto di essere liberi.

Mi guardo allo specchio e adocchio la pancia strizzata nella cintura dei jeans. Trattengo il respiro, passo la mano sulla camicia, quindi mollo gli ormeggi. Inutile, lei c'è e non posso stare in apnea. Nel complesso mi trovo bene, un uomo di mezza età che cerca di mantenersi al meglio possibile, senza strafare. Pesco nel cestino delle chiavi il mazzo con quelle di casa, afferro il portachiavi in pelle con quella della moto ed esco. Riviera, sei tutta mia!

Le diciannove e quarantacinque, un rapido saluto ai miei, solo per sentire come stanno, ma non per rivelare gli intenti.

-Ciao Amore, il piccolo si è divertito come un matto- dice lei.

-Sono felice, era da tanto che lo desiderava- rispondo io.

-La prossima volta però vieni anche tu- miagola lei.

"Dipende da come si presenterà la serata" sono tentato di rispondere.

-Ma certo, mi mancate già- invece mento, per poi sentirmi subito in colpa.

-Che farai stasera senza di noi?- non molla.

-Due passi e poi a nanna. Quindi ci salutiamo ora, non so se ce la faccio a chiamarti prima di dormire- altra bugia. Lei se la beve. Bacetti di rito e poi il cellulare finisce in tasca.

Non fumo, non bevo, sono anni che non frequento una sala da ballo, non voglio perdere tempo infilandomi in un ristorante, odio i locali affollati e chiassosi, però amo andare in moto. Il Kawa è sotto casa, splendido e lucente, mi fermo ad osservarlo, per poi salire a bordo. Il movimento del bacino, quando allungo la gamba sopra il sedile, mi procura un doloretto all'anca. Cavoli, devo proprio decidermi ad andare in palestra. Saluto una coppia di vicini, che mi guardano con quell'aria che nasconde mille significati, tra i quali "alla sua età una moto così...", abbasso la visiera, ingrano la prima e via. L'aria tiepida della sera mi scrolla, facendomi stare bene. E' ancora pieno giorno, la meraviglia delle serate estive, la gente ritorna a casa dal lavoro, serrande che si abbassano e profumi di cibo che si alternano tra il dolce ed il salato. Lo stomaco emette un borbottio, di lì a poco metterò qualcosa sotto ai denti, ma per ora devo solo pensare a guidare ed uscire dalla città. Imbocco l'Aurelia, costeggio il mare e osservo i recidivi, quelli che sino all'ultimo raggio di sole rimangono spalmati di sabbia. Il mio braccio color mozzarella di bufala indica che anche per quest'anno la spiaggia rimarrà zona proibita. Mia moglie ha smesso di provare a convincermi della taumaturgicità del sole, di quanto i bagni producano un effetto drenante e la bellezza delle passeggiate sul bagnasciuga. Per me spiaggia significa solo caldo, ustioni, acqua sporca in cui tutti, facendo finta di niente, riversano liquidi organici e male ai piedi dovuto al pietrisco. Perchè soffrire?

Aumento la velocità mentre sorpasso il primo paese, il secondo e quindi raggiungo il posto che preferisco. Una lunga passeggiata all'interno, pieno di locali e negozi aperti, una moltitudine di persone che passeggiano e spero nessun rompiballe in vista. Lego il casco alla ruota, metto la giacca nel bauletto e rimango in camicia, dimentico della pancia che non vuol saperne di stare al suo posto. Uomini e donne di tutte le età, da soli o in compagnia. E' un assalto ai ristoranti, vista l'ora. Io però so dove andare, un posto che mi ha visto protagonista insieme a quella manica di storditi che rispondevano al nome di miei amici. Pietro è ancora lì, dopo tanti anni; a parte i capelli bianchi e qualche ruga pare che il tempo non lo abbia cambiato. Quando mi vede aggrotta la fronte: capisco che non gli sono sconosciuto.

-Alberto!- esclama, rendendomi felice. -Ma questa allora è la sera degli incontri!-.

Non capisco, che significa? Ci pensa lui ad informarmi.

-Dieci minuti fa è passato Marco, il più bello di voi tre- ride divertito, -solo che il tempo è passato e lo ha trasformato... diciamo un pochino-.

Marco, forse l'unico che vorrei poter evitare di incontrare. I ricordi si fanno nitidi, il posto si trasforma e mi rivedo giovane. Scrollo la testa, se mi perdo in questo rischio di rovinare la serata.

-Li fai sempre quei meravigliosi panini al salame?- cambio discorso, lui ammicca.

-Certo, otto tipi diversi, messi tra due fette di pane fatto da me e guarnito con la famosa salsa dalla ricetta segreta-. Altro borbottio della pancia, che si fa più insistente quando Pietro si mette a prepararlo. Possibile che mi sia privato di questa delizia per così tanti anni? Devo portarci mio figlio. Me lo allunga, pago e, dopo averlo salutato con la promessa di rivederci, esco, raggiungendo la scalinata che si affaccia sul mare, una specie di arena dove sedersi ad osservare la luce della luna in movimento sull'acqua. Una decina di persone è seduta in ordine sparso, io mi posiziono su un lato, poggiando la spalla al muro. Addento la delizia e scopro che il sapore è come lo ricordavo, pieno, deciso, ma anche delicato. Masticarlo è come ascoltare le voci del passato. Per la seconda volta nel giro di pochi minuti allontano i pensieri; so già dove vogliono portarmi, ma io non sono pronto, rischierei di rovinare le poche ore che mi separano da domani. Lo spazzolo sino all'ultima briciola, quindi mi alzo per andare a prendere da bere. Una Becks è quello che ci vuole, al diavolo forma fisica e guida. Dove un tempo c'era il bar Liz ora si trova un negozio di abbigliamento; lì si poteva gustare la miglior birra alla spina del circondario. Mi dispiace non ci sia più, quindi ripiego verso un bar sconosciuto che pubblicizza un boccale di sangria a un euro. Mi sembra un'ottima alternativa, quindi entro e mi dirigo al bancone, dietro il quale un ragazzo con i capelli a spazzola e un tatuaggio a forma di rosa sul collo mi sorride.

-Che posso servirti?- mi chiede e trovo strano che si rivolga dandomi del tu. Non mi dispiace, anzi, lo trovo fantastico. Indico il cartellone, lui strizza l'occhio e si volta per riempire il boccale. Poca gente, la musica suona ad un volume giusto, rendendomi sereno e a mio agio. La serata si sta facendo interessante. Volgo lo sguardo intorno, sino a quando vedo ciò che speravo di evitare: Marco. Lo riconosco dai capelli biondo cenere, sempre pettinati allo stesso modo anche se più radi. Lui si accorge di me, storce la bocca, quindi si alza e si avvicina.

-Ciao- mi dice. Valuto il tempo trascorso dall'ultimo incontro: ventisei anni.

-Ciao- rispondo, senza entusiasmo. Pietro ha ragione, stessi capelli, quegli occhietti da cerbiatto, ma per il resto una rovina. E' grasso in modo pesante, supera di certo di qualche decina di chili il quintale e respira sbuffando come un mantice. I bermuda mettono in mostra due polpacci enormi attraversati da varici.

-Ti trovo in forma- mi osserva a sua volta. Non posso dire altrettanto di lui, quindi evito.

-Come mai qui?-chiedo, invece. -Stufo di Torino?-.

-Ora abito a Roma, Torino è stato uno dei tanti posti in cui ho vissuto. Sono tornato per mia mamma, è in ospedale...- abbassa lo sguardo e capisco che sta parlando di un male incurabile. La signora Emilia, la ricordo ancora bene, lei era quella che ci preparava sempre le ciambelle di mele.

-Mi dispiace- ed è vero. Rimaniamo in silenzio, tra noi c'è un peso che non è mai stato spostato e che ha un nome, quello della donna che proprio ora sta uscendo dal bagno. Il cuore incespica nei battiti quando i nostri occhi si incontrano. Elena, proprio lei, ancora bella come un tempo. La gonna sopra al ginocchio mette in mostra forme ancora desiderabili, ha cambiato pettinatura e colore dei capelli. Si ferma accanto al tavolo dove prima era seduto Marco e mi saluta con la mano. Rimango sbigottito vedendo che non ha il coraggio di raggiungermi. Marco si volta, la osserva, poi torna a guardarmi.

-E' stato un piacere incontrarti- è la serata delle menzogne. Lo dice con voce piatta e si allontana. Il barista mi piazza davanti la sangria e un piattino di stuzzichini. I miei occhi però non riesco a staccarsi da lei che fa di tutto per evitare di guardarmi, proprio come quella sera, quando lei e Marco si stavano baciando nella macchina nuova. Era ricco, e di sicuro lo è tutt'ora, sono sempre insieme, ma il dolore mi attraversa facendomi tremare. Io l'amavo, era la mia ragazza da più di un anno, volevo passare la vita con lei. Butto giù un sorso: è fredda, quello che ci vuole. Il sapore dolce mi ricorda le sue labbra. Mi aveva lasciato, dicendomi che era finita, senza una spiegazione in più e per me, un ragazzo di vent'anni, era apparso il nulla davanti. La mia Elena ora è lì ed io vorrei parlarle e so che se non lo faccio sarò perduto. Marco si alza alla svelta, posa una banconota sul piattino e la prende sotto braccio. Poso anche io dieci euro sul bancone, sento il ragazzo che esclama un "wow, grazie!" e li seguo. Non si girano, ma so che sanno della mia presenza. Affrettano il passo e noto che lui non regge più di una ventina di metri. E' ridotto male, non lo avrei mai creduto, non ripensandolo giovane e palestrato, con gli addominali scolpiti.

Elena era sparita, sua madre mi impedì di incontrarla, fu mandata dai nonni, ma io seppi qualche tempo dopo che era fuggita con lui. Provai a cercarla, misi in moto anche gli altri amici, ma nulla. Ed ora me la trovo davanti, il fisico snello che riconoscerei tra mille. Mi gira la testa, non è certo per colpa del sorso, è l'emozione che gioca brutti scherzi. Camminiamo per un po', sino a quando la vedo voltarsi. I suoi occhi esprimono tanta sofferenza, sembra quasi vogliano dirmi di lasciar perdere. Forse dovrei, non avrebbe senso parlarle ora, cosa mai potrebbe raccontarmi? Però i piedi non rispondono, la testa mi dice di non mollare. Marco è stanco, è costretto a sedersi su una panchina. Lo trovo tanto vecchio, nonostante abbiamo la stessa età. Mi rifugio in disparte in tempo, lui volge lo sguardo in giro ma non mi vede. Elena gli parla, poi si muove nella mia direzione. Panico, serpeggia in me bloccandomi: che intenzioni ha? Sono quasi pronto all'incontro quando mi accorgo che entra in un altro bar e ordina una bottiglia d'acqua. La raggiungo alle spalle e vorrei cingerla come facevo da ragazzo. Si accorge della mia presenza e si volta.

Dio, quanto è bella, il tempo l'ha fatta maturare, rendendola ancora più affascinante.

-Tu...- dice, con un filo di voce. Non riesco a parlare, sono perso in lei.

-L'acqua, signora- ci interrompe il barista, ma lei non si muove. Marco è fuori, non può farlo aspettare. Il passato si riversa in piccoli frammenti, immagini e suoni in cui noi due siamo protagonisti. Sarebbe potuta diventare una storia importante, ma lei ha fatto la sua scelta.

-E' difficile spiegarlo...- la sua voce, sempre la stessa.

-Non devi spiegare nulla, solo dirmi che sei felice- la guardo, in attesa di una risposta. Lei non apre bocca, ma all'improvviso si avvicina e mi bacia dolcemente sulle labbra. Il calore mi fa chiudere gli occhi, assaporo quel gusto che riemerge dalla notte dei tempi. Vorrei non finisse mai. Quando li riapro deve essere passata un'eternità: lei non c'è più, corro fuori, ma non li trovo. Il barista mi osserva e poi scrolla la testa, tornando a sistemare i bicchieri.

Un bacio, invece di una risposta, ma che significa realmente? Corro in cerca di loro due, ma non riesco a trovarli, sono spariti, come quasi il mio fosse stato un sogno ad occhi aperti. E' forse così? Eppure Pietro lo ha visto. Torno da lui, gli voglio raccontare quello che è accaduto. Non può essere un sogno, le mie labbra formicolano ancora. Nel locale c'è un ragazzo, gli chiedo di lui.

-E' morto un anno fa. Sono suo nipote, ora gestisco io l'attività-.

Scappo fuori, terrorizzato, in bocca ho ancora il sapore del salame, sulle labbra quello di Elena, che mi sta accadendo? Devo andarmene da qui, prima di rischiare di impazzire. La gente mi osserva camminare a scatti, di sicuro sto facendo la figura dell'idiota, ma sfiderei ciascuno di loro a trovarsi in una situazione paradossale come la mia. Eppure sembrava reale, Pietro era vivo, Elena e Marco in carne ed ossa.

Ci sono situazioni che la mente umana non può comprendere, limiti entro i quali rimanere blindati per non rischiare la pazzia. Io sto vivendo tutto questo, a un passo dal mare, con la moto parcheggiata in lontananza, perso in questa sera strana e senza senso. Potrei tornare indietro, cercare spiegazioni, ma so che sarebbe inutile. Credo al destino, sono convinto che ci da segnali importanti, ci accompagna per mano verso la giusta direzione.

Un bacio, e poi? Avrei davvero mollato tutto per aggrapparmi ad un ricordo di un quarto di secolo fa? Davvero potrei gettare al vento la vita con mia moglie, dimenticarmi di mio figlio per due labbra appartenenti al passato?

Raggiungo la moto e mi appoggio al sedile; l'aria è piacevole e sa di buono. E' la mia aria, quella di quando ero ragazzo e lo sarà quando gli anni si faranno corti; sempre lei, che attraverserà nuove generazioni e nuove storie. Mi scappa da ridere perchè capisco che non c'è niente da... capire. Il futuro ce lo costruiamo mattone dopo mattone, magari qualcuno è più fragile, ma sappiamo che reggerà il peso. Prendo il cellulare, lo fisso per più di un minuto, poi compongo quel numero.

-Ciao amore, avevo voglia di darti la buonanotte. Dai un bacio al piccolo...-.

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