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Una storia di Nikolay

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Le questioni con la signora Maria

Perché era 'na tarantella ogni volta

Pubblicato il 05 novembre 2017

Mi ricordo che quand'ero piccolo capitava spesso di scendere dalla signora Maria insieme a mammà. Soprattutto in quei giorni d'estate dove, a pranzo inoltrato e con la calura che a momenti ti faceva perdere i sensi, non sapevamo proprio come sfizziarci nella nullafacenza.

Noi uagliuncielli, nonostante avessimo il pranzo giusto sullo stomaco ed un sole che rischiava di lasciarci n'abbronzatura a livello di operaio edile a cantiere aperto, avremmo preferito di gran lunga recarci sin da subito all'ingresso del vicolo dove, seppur passavano costantemente 'na vagonata di macchine, si riusciva ad organizzare la partitella.

'Na partitella in cui immancabilmente il garage finiva per essere la porta ed il proprietario del pallone teneva l'arbitrio su chi dovesse giocare o meno.

Ma i vecchi ad una certa ora dovevano riposare, non si poteva fare 'sto fatto. E quante male parole con il cuore in mano che dovevano subire da noi ragazzini. E oggi che parecchi di loro ci hanno lasciato, quasi ci sentiamo un peso sulla coscienza, come se poi il nostro accanirsi abbia fatto sì che qualcuno che ci comanda dal cielo li chiamasse a sé con anticipo rispetto a quanto stabilito in origine.

Quindi, ogni pomeriggio, in attesa di un orario più consono alle regole, si scendeva di due piani per andare dalla signora Maria.

'Na donna severa, lavoratrice, vedova di quello che fu un grand’uomo, con tre figlie femmine. Una doveva maritarsi a breve, n'altra l'aveva già fatto, l'ultima avrebbe dovuto farlo in futuro. E allora bisognava lavorare, e tanto, altrimenti con che soldi si organizzavano 'sti matrimoni? Teneva 'na fabbrichetta sotto casa sua la signora Maria, stirava e cuciva assai. Da mattina a sera. Anche quando mammá le dava a parlare, lei imperterrita continuava a faticare, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Io ammiravo troppo il fatto che riuscisse a fare più cose contemporaneamente, e dietro il mio disprezzo innocente si nascondeva una stima nascosta per una grande persona.

Si, disprezzo. Perché c'erano anche certi momenti che proprio non la tenevo a genio. Quando si decideva infatti che il suo garage, invece che altri, dovesse essere adibito al ruolo di porta, non alla prima, non alla seconda, al massimo alla terza pallonata, si affacciava dalla sua finestra e spesso e volentieri cercava di colpirci con secchiate d'acqua, accompagnando il gesto co' la voce strillante.

Non che ci dispiacesse certo, con quel calore era pur ben accetta. Ma dopo tale magagno, il terreno risultava scivoloso, scomodo, e allora si era costretti a cambiare posto, ad inventarsi n'altra porta, e se non c'era, n’altro gioco.

Ci sconvolgeva i piani la signora Maria. Quella non sopportava che le pallonate potessero svegliare il nipote che dormiva. Perché se il nipote dormiva poteva lavorare, altrimenti lo doveva accudire lei.

Ma a noi st’affare non ci interessava più di tanto.

Eravamo bambini, che ci fregava del fatto che, se doveva badare al nipote, la signora Maria non poteva faticare?

E quando andavo da lei in quei pomeriggi tentava, tra un vestito e l'altro, di spiegarmelo. Sarà che mi hanno insegnato 'na certa educazione, io facevo sempre cenno di sì con la testa, lasciando intendere che la prossima volta, a nome di tutti, sarei stato più attento.

Ma poi chissà, forse influenzato dai compagni, mi prendevo sempre lo stesso cazziatone ogni giorno.

E mammà si mortificava, cercava di giustificarmi, di spiegare che poi si era piccoli e certe cose non le potevamo capire. Ma la signora Maria non se ne fotteva niente, perché lei doveva faticare. Quindi a mammà, ogni volta non restava che portare avanti la discussione finché le era possibile, per poi mettere la capa tra le gambe ed ammettere di avere torto.

Poi cominciavano a parlare di cosa avessero cucinato per la sera, degli inciuci di condominio, delle offerte al supermercato in piazza sopra il foglio della pubblicità.

"Avete visto signò? Le pumarolelle nostrane a 30 centesimi a scatoletta!".

Ed io continuavo a stare là seduto a vedere come la signora Maria stirava e cuciva con precisione ed indifferenza.

Poi il sole diventava meno cocente, e sentivo gridare il mio nome dal balconcino di tre metri quadri che affacciava sul vicoletto. Era la comitiva pallonara che mi aspettava sotto il palazzo. Era arrivata l'ora dei giochi, i vecchi si erano svegliati da un pezzo e seppur non avessero voluto sorbirsi le nostre urla, dovevano, perché gli accordi erano accordi.

E prima che, con il SuperSantos sotto al braccio, scendessi l'ultima rampa di scale che divideva l'atrio dal vicoletto, la signora Maria mi lanciava un'occhiata come di sfida, con mammà che mi faceva le ultime raccomandazioni, che erano sempre le stesse, alla quale mai avremmo fatto caso più di tanto.

"Ueue, mi raccomando...", ripetevano le due femmine in coro ogni quattro scalini che facevo. Tutti i giorni così, sempre pronti a pallonate e secchiate. Ai richiami, le spiegazioni sulla buona educazione, fiato sprecato insomma.

Oggi mi capita di passare spesso sotto al garage della signora Maria. Ma i bimbi che giocano non ci stanno più, i tempi so' cambiati, mo' si usa assai la playstation.

Volendo la signora Maria potrebbe lavorare senza aver timore che il nipote si svegli per colpa nostra. Perché ora stiamo a scuola, in università, chi addirittura si è trovato 'na fatica, ed il pallone lo guardiamo di domenica, in salotto, alla televisione.

Peccato che se ne andata la signora Maria. Le ultime volte che l'ho vista senza un capello in testa pensavo fosse servito a qualcosa.

"Uagliò come stai qua nè? Stai studiando?", sempre a voce stridula, ed io che mi sforzavo di annuire e sorridere.

Una vita a stirare e buttare secchiate, e poi manco il tempo di riposare? Se è vero che esiste un destino scritto per ognuno di noi, con lei ha avuto una cazzimma esagerata.

Fu un giorno triste assai quando lo venimmo a sapere. Un giorno come tanti all’apparenza, fin quando non senti le urla delle figlie e vedi la gente che accorre numerosa. Io non ebbi il coraggio, volevo ricordarla diversamente.

Rimasi col fiato strozzato, perché in un altro momento, in passato, magari da innocente bambino che voleva solo giocare a pallone in grazia di Dio, ci avevi anche sperato che succedesse ‘na cosa del genere. Però ‘na febbre, un poco di influenza.

Mica un tumore che ti distrugge poco alla volta, giorno dopo giorno, e che cazz.

Mi mancano assai i pomeriggi alla casa della signora Maria. Monotoni, vuoti, ripetitivi, eppure mi mancano veramente.

Come mi mancano le secchiate, le pallonate, i “gol o rigore?”, il rumore della macchina per cucire fatta funzionare con colpi di pantofole gonfiate dalla pianta larga dei piedi, le lamentele, mammà che si faceva il sangue amaro e mi rimproverava.

Nessuno si dimenticherà di quella femmina.

Mo' il nipote è cresciuto, e forse non ricorda cosa gli abbiamo fatto passare. 'Na faccia a bonaccione assai, chissà che non sia così proprio per i traumi provocati da noi.

Di sicuro avrà un gran ricordo della nonna. E se dovesse chiedercelo, gli diremmo sempre che non avremmo mai voluto che ci lasciasse così presto. Ma no' per farlo fesso e contento o perché pare brutto. Veramente.

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