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Una storia di Massimo.ferraris

Il confine dei sogni

Pubblicato il 26 gennaio 2018 in Storie d’amore

Tags: amore scrivere sogno treno viaggio

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Sono le sette e trenta di quest'umido mattino di novembre, in questa stazione di una grande metropoli del nord, seduto su un muretto in attesa del regionale che mi porterà al lavoro. Ho trent'anni, una vita lineare, una compagna che amo e in tasca tanti sogni. Posseggo il dono di mettere su carta le emozioni, e lo faccio sin dai tempi dell'università, quando ho iniziato la mia storia sulla strada ferrata. Una decina d'anni, interi quaderni fitti di appunti e sensazioni, ma anche di descrizioni e stralci di discorsi ascoltati. Chi mi conosce sa che questa è la mia mania, un modo per cercare di capire il mondo, ma anche la voglia di assorbire ciò che mi circonda. Non ho mai riletto i vecchi appunti, che conservo in un baule su un ripiano in cantina. Forse un giorno lo farò, forse ne farò un libro, forse...

L'annuncio, seguito dal fischio della locomotiva preannuncia il suo arrivo. Salto giù dal muretto e afferro lo zaino, ma tengo in mano penna e quaderno. Faccio un cenno col capo ai soliti compagni di viaggio, tra i quali un signore sulla sessantina sempre intento a succhiare bastoncini di liquirizia e una ragazza di circa vent'anni perpetuamente con le cuffiette alle orecchie e in bocca una gomma che rumina in continuazione. Due modi per isolarsi, per far vedere agli altri che si è impegnati. Anche io, scrivendo, mi nascondo, perchè viaggiare su un treno è come mettersi a nudo, mostrarsi ad estranei che nulla hanno a che fare con te.

Gli occhi sfuggono, i sorrisi furtivi sono quasi delle scuse, il contatto delle gambe qualcosa che ti spinge ad abbarbicarti sempre di più nella logora fortezza a forma di sedile. Questa mattina scelgo un posto accanto al finestrino, in direzione di marcia. Le persone continuano ad entrare, mi guardano, osservano i posti e vanno oltre. Prima si cerca un luogo isolato, in mancanza uno in cui è presente una faccia normale, e in mancanza di altro, alla fine, ci si siede dove capita. Faccio click con la penna e osservo, quindi le parole iniziano a fluire fissandosi sul quaderno.

Non so perché ma stamattina è come se per la prima volta sentissi il freddo entrarmi denso nelle ossa. Nemmeno dopo aver bevuto il solito caffè ho trovato ristoro. Strano per me. Sorrido pensando a mia madre che con la sua aria afflitta mi direbbe: "Non uscire con un tempo così! E se proprio devi copriti che fa freddo!".

Era tanto che con la mente non tornavo a lei. Alzo gli occhi e mi accorgo che davanti a me è seduta una donna poco più che cinquantenne, bella, curata e con la pelle di porcellana come la mia "vecchia". Distolgo lo sguardo imbarazzato, ma lei con un filo di voce mi dice: -L'autunno è la stagione più bella-.

Non so cosa rispondere, o meglio non so se ho voglia di fare conversazione, la solita che si snoda tra due estranei, tipo: "il tempo, i ritardi dei treni , il mondo di oggi, la politica...".

Lei non aspetta una risposta e continua: -Lungi da me disturbarla, vedo che è intento nelle sue riflessioni, scrivere ha aiutato anche me-.

La parola aiuto mi fa pensare che mi sta giudicando ancor prima di conoscermi. Solo perchè sono seduto con in mano una penna e la testa rivolta a pensieri esterni al vagone non vuol dire che io debba per forza aver bisogno di qualcosa. In fondo sono felice, non mi manca nulla, ho tutto.

Fermo il pensiero: "Ho tutto?".

Forse no, ha ragione lei. Tutto è una parola grossa, il significato di una cosa ormai senza possibilità di modifica. Invece io ho ancora tanto da imparare, cose da scrivere, persone da conoscere. Penso a Valeria, la mia compagna da cinque anni, quella per cui ho rinunciato agli amici cazzoni con cui perdevo le serate. L'ho fatto con naturalezza, per il suo modo di essere, l'energia nuova che continua a trasmettermi. Sorrido alla signora, con cortesia, ma anche per ringraziarla di avermi aperto gli occhi. Io, che fuggo dai discorsi da "scompartimento", ho trovato in quella frase il significato per ciò che sto facendo. Scrivo per aiutarmi, per sopravvivere, per cercare di essere migliore. La donna ricambia e si mette a digitare al cellulare; ha mani curate, la pelle leggermente increspata da rughe d'espressione; probabilmente una manciata d'anni fa era ancora uno schianto. Ridacchia divertita, poi incontra il mio sguardo e mi mostra la foto sul display.

-Mio nipote, ha tre anni e stamattina ha tirato giù dal mobile il servizio di piatti dell'altra nonna- sembra divertita. -Mia figlia è felice come una Pasqua. Non l'ha mai potuto sopportare...-.

Rido anch'io, e noto che anche gli altri due passeggeri fanno altrettanto. La donna inizia a parlare con l'uomo seduto accanto, sicuramente un professionista sulla cinquantina. Lo mostra anche a lui e iniziano a chiacchierare. Sposto la testa di lato e osservo la mia vicina. Più o meno la mia età, sguardo assorto e perso nel vuoto. Provo ad indovinare: mamma lavoratrice, lo deduco dalla macchia sulla camicia, probabilmente latte rappreso. Vita impegnata, un marito che pure lui fa più ore dell'orologio, la triste condizione di pendolare obbligata a dividersi tra lavoro e famiglia. Sembra quasi che dorma ad occhi aperti. Sposto lo sguardo fuori dal finestrino, sul paesaggio grigio e freddo, incastonato in una porzione di cielo degno di un film horror. Non ho l'ombrello, ma sicuramente qualche venditore abusivo sarà già pronto in stazione al mio arrivo.

Un fulmine cade e il suo sfolgorio anticipa la luce del sole che forse tornerà a splendere dopo il buio di questa scura mattina, mi distrae e aumenta la vertigine dell'inizio del viaggio, così ancor meno capisco se a muoverci siamo noi o il vagone accanto. Ecco, siamo noi, già...

Tutte le mattine perdo l'equilibrio, ma poi arrivo sempre a destinazione, che pensiero stupido, ma così vicino alla realtà. Ritorno al presente, sento le mie dita quasi arroventate a contatto del taccuino, lo poso, sospiro profondamente e mi accorgo che il vetro imperlato di goccioline e polvere riflette i pendolari dall'altra parte del corridoio; dormono quasi tutti oppure hanno solo gli occhi chiusi, sono impiegati: abito scuro, camicia bianca e cravatta d'ordinanza.

Anche loro hanno tutto?” mi chiedo.

Solo una ragazza guarda fuori, è una studentessa, il suo zainetto è pieno di spille, lo tiene in grembo carico di libri, è esattamente l'opposto della giovane nonna che parla del nipote; è rigida, non a suo agio, come chi ha litigato con il proprio ragazzo o ha paura dell'interrogazione.

Decido di continuare a guardare fuori, non mi volto, chiedo al finestrino di farmi vedere qualcosa. Qualcosa che i miei occhi non sono in grado di incontrare quando sono liberi, anche solo una parola per il mio taccuino.

Pioggia, freddo, lampi, quante volte li ho osservati da dietro il vetro, ogni volta con animo diverso. Questa mattina mi sembra invece di percepirne il significato, di trovare un nuovo modo di accettare questo incessante rollio che il vagone accusa ogni volta che le rotaie lo fanno traballare. Un nuovo flash di luce, questa volta negli occhi e una parola che mi affiora: paura. Trattengo il respiro, mentre di fronte a me la donna posa il cellulare e si stringe nel cappotto, quasi fosse una difesa inespugnabile. Altro lampo e questa volta freddo che si propaga nel mio corpo. Mi sento improvvisamente piccolo e insignificante, una formica laboriosa che trascorre la propria vita terrena senza lasciarne traccia. Paura, di tutto e di niente; più che altro bisogno di capire il perchè sto facendo tutto questo, questo continuo catalogare le persone e fissarle su carta. Forse questa paura è condivisa da tutti quelli che mi stanno vicino, povere anime in movimento e mai sicure di raggiungere la pace. Penso a Valeria, al sorriso dolce che mi mostra la mattina appena sveglio, a mia madre, con la sua mania di preparare torte quasi fosse un obbligo quotidiano, a mio padre seduto a leggere in poltrona e intento a contare le ore che lo dividono dal prossimo dibattito politico in tv. Ma anche a mio fratello, militare di carriera distante anni luce da me e dal modo di vedere la vita, al nipote della signora, seduto in mezzo ai piatti rotti. Paura di perdere tutto questo, di temere che questo sia l'ultimo viaggio.

-Biglietti, prego!- Gaetano, il controllore, mi sveglia dall'incubo ad occhi aperti. Come al solito ci scambiamo un cenno del capo e lui alza la mano come per dire "lascia stare". E' sempre felice, soddisfatto di quel lavoro che gli da un po' di potere e che svolge con scrupolo. Prendo la penna e riapro il quaderno, rimango con la mano sospesa e poi scrivo una parola: felicità.

Rido e i vicini mi guardano, mentre penso che la mente umana è indecifrabile. Sono riuscito a cambiare umore grazie a Gaetano.

Felicità la lego a Valeria, mi viene così spontaneo, così immediato che la riga inferiore delle mie palpebre accoglie una lacrima che svolgendosi trova spazio per non cadere; resta lì caparbia ad annebbiarmi la vista, ricordandomi l'importanza dell'amore. Gaetano, quasi un estraneo, e Valeria, la mia compagna, così distanti tra loro ma così incredibilmente vicini da influenzare il mio umore. E' strano il mondo delle emozioni, ma è proprio questo che mi persuade a scrivere. Mi sento premere contro gli occhi della nonna rimasta giovane e, come se non avesse mai interrotto un importante discorso, mi chiede: -Cosa scrive di bello?-.

Stento ad alzare lo sguardo, non voglio perdere i pensieri; annoto Emozione e Amore e scarabocchio una minuscola casa stilizzata. Sollevo il capo, non so cosa rispondere, ma lei legge nei miei occhi quella luce che ha già conosciuto in passato. Rapida, con un cenno di scuse commenta: -Ha ragione, la sto disturbando, mi perdoni!-.

Mi sento un cafone, mi giustifico: -No, scusi lei. Non sono abituato a chiacchierare, preferisco mettere nero su bianco i pensieri-.

Lei sorride, si accontenta della mia risposta e riprende a guardare lo schermo del cellulare, forse altre foto del nipote. Torno ad osservare ciò che ho intorno, tutto ha un aspetto così ordinario, le poltroncine, i disegni dei rivestimenti, il pavimento di plastica; cerco un pretesto per continuare a scrivere.

Ah no, ecco! Si apre la porta al fondo della carrozza, i miei compagni di viaggio sono attirati dal trambusto. Succede qualcosa, ma non riesco a vedere, mi sporgo.

Un gruppo di cinque ragazzi, forse neanche ventenni, entra nella carrozza con uno stereo a palla. Rapper, li riconosco subito, cafoni e insolenti. Si muovono a spintoni e parolacce tra i passeggeri, cercano un posto da invadere. Uno mi guarda e mostra il dito medio. Ho voglia di alzarmi e prenderlo a calci, sino a quando non lo vedo cadere dal treno! Invece gli rivolgo un sorriso. Il ragazzo rimane perplesso, poi dopo un attimo pronuncia a fior di labbra la sua risposta: -mavaff... frocio!-.

La musica si fa sempre più bassa, sino a quando scompare dietro la porta della carrozza successiva.

-L'abbiamo scampata bella!- esclama la giovane nonna. La osservo e noto paura nel suo sguardo, quasi fosse sopravvissuta ad un evento che avrebbe potuto metterle in pericolo la vita. Continua a guardare il cellulare con insistenza. Mi sporgo di lato, facendo attenzione a non farmi vedere che sbircio e vedo la foto di un uomo all'incirca sulla sessantina.

-Mio marito- dice, accorgendosi del mio movimento. Mi sembra di essere tornato a scuola, beccato dalla maestra a suggerire ad un compagno. Un lampo illumina il suo viso e noto una lacrima appena trattenuta. - E' morto sei mesi fa...-.

-Mi dispiace- mormoro, tornando al mio posto. Non so che dirle. L'uomo seduto accanto a lei le sorride e dice: -Si faccia forza, ci sono passato anch'io-.

Due storie simili, li ascolto raccontarsi dei rispettivi coniugi. Tutti e due colpiti da qualcosa che non dovrebbe succedere eppure continua a falciarci troppo presto. Lui le mette una mano sulla sua, lei non si ritrae. Possono essere coetanei, due brave e belle persone, si percepisce a pelle. Che sia io l'artefice di qualcosa che potrebbe nascere e crescere?

Non posso che scrivere "Psiche", sì come Amore e Psiche del Canova...

Scolpire le loro sensazioni su questo taccuino, ora...

Giro la testa un po' di lato, non voglio esser invadente, ma sento le vibrazioni delle loro anime che come scalpelli sono alla reciproca ricerca della loro forma più intima e vera.

Lei si fa pìu vicina a lui e accoglie la sua mano stringendola, non vuole perderla. I loro sguardi non cedono neppure all'esplosione del treno che incrociamo. Ho un sussulto e deglutisco, mentre loro sono completamente isolati da tutti: si è creata una nuova energia. Inspiro di nuovo, ritrovo vigore e mi appare l'immagine di Valeria.

-Ho viaggiato molto nella mia vita e inizio ad essere un po' stanca- sussurra la donna.

-La stanchezza è più lieve se la si condivide- la rassicura l'uomo.

Non ho il coraggio di intervenire, mi sembra di disturbare la nascita di una stella, il ruolo di Cupido non sembra essere quello a cui sono destinato. Eppure sono qui e di loro sto nutrendo la mia impazienza di scrivere. Vorrei ricambiare questo inaspettato regalo che mi stanno offrendo, se solo avessi un cenno, uno sguardo che possa spronarmi.

Il riflesso di lei sul vetro cambia posizione, voltandosi dalla mia parte: mi giro, attendo.

Posso osservarla con calma, i suoi occhi neri incuriositi sul mio taccuino; chissà quali pensieri attraversano la sua mente, mi domando; lo sguardo è sempre fisso su di me, il ricordo triste al marito defunto o a quell'uomo nuovo, sconosciuto, che le sta accanto e le tiene stretta la mano? Chissà...

Devo frugare nei suoi pensieri e mi sento ladro di emozioni; in fondo il bello dello scrivere è proprio questo riconoscere in noi, individuare negli altri e perchè no pure immaginare, a volte, emozioni forti, lievi, impetuose, strabordanti, tutte da posare sulle pagine bianche del taccuino, mio compagno fedele. Penso alla coperta di Linus che dà quella finta sicurezza, capace di erigere un muro di difesa fatto di nulla. In fondo è solo amore per la vita, se desidero mostrarne gli aspetti più reconditi con la scrittura.

Continuo ad osservare la donna, ora con fermezza ritrae la mano e distoglie lo sguardo non più smarrito. Avrà forse preso coscienza che condividere un dolore, parlare di una sofferenza aiuta? La mano sfiorata le avrà riacceso il desiderio di tenerezza? Sorrido nella mente, senza fare trapelare alcuna emozione, una vera sfinge.

Segno sulla carta Tenerezza e chiudo gli occhi. Il treno si ferma in galleria, forse per il transito di un altro covoglio o chissà perchè: per un attimo il buio avvolge tutti noi. Poi Il treno riprende la corsa, la luce riporta alla realtà, realtà diversa dalla immaginazione: la donna è in piedi e si prepara per scendere alla prossima fermata.

Beep-beep-beep-beep. Beep-beep-beep-beep. Ma cosa succede?... Ah ecco... Devo smetterla di fare cene così ricche di alcolici... Che sogno strano, mi sembrava tutto così vero, io scrittore? Ma quando? Alziamoci, che sennò arrivo in ritardo, per l'ennesima volta. Le lenzuola fanno scivolare un oggetto a terra. Mi fermo, come improvvisamente ghiacciato, quel suono è identico a quello prodotto dal piccolo libro de "Le Notti Bianche" quando mi cadde a terra dopo aver letto le prime righe di quel cielo stellato, ma sono passati dieci anni! Accanto al letto c'è un quaderno. Com'è possibile? Lo raccolgo e inizio a sfogliarlo: è tutto bianco tranne la prima pagina in cui c'è scritta una parola, felicità. Disorientato mi butto sotto la doccia, sono spavenatato, mi vesto e deglutisco un caffè riscaldato della mattina prima. Esco come se avessi visto un fantasma, senza abbandonare il taccuino, che infilo nello zaino. In lontananza bagliori muti mi dicono che il cielo scatenerà un vero inferno di acqua e grandine. Salgo in macchina, inserisco la chiave e non avverto alcun rumore, riprovo e sento ancor più silenzio. Il cruscotto è buio. Scendo, sono in ritardo, ma devo trovare una soluzione.

-Gabriele, posso aiutarti?- è la mia vicina, una signora cinquantenne, dalla pelle di porcellana; realizzo che è come la donna del sogno. -Devo andare a Torino, ma la macchina non parte- replico deluso.

-Puoi prendere il treno, dai vieni con me, il mio compagno mi aspetta là. Ci farà piacere avere la tua compagnia- si accorge della mia espressione stupita. -Sembra che tu non sia mai stato in stazione- dice, con tono affettuoso.

-A dire il vero no! Ma credo che questa sia una buona occasione per iniziare! - è tutto così irreale, come se il sogno non fosse finito ma si stesse intrecciando alla realtà. Scendo dall'auto e la seguo, infilo la mano nella tasca e trovo una penna, qualcosa di speciale mi attende.

Intanto il vento, che porta il temporale, fa scorrere sulle guancie quelle lacrime involontarie che non verso da anni, e che il sogno di stanotte mi invitava a donare come uniche a Valeria.

Valeria? Quale Valeria? L'unica Valeria che conosco è la mia compagna di banco delle medie; io le tiravo le trecce e lei mi colpiva in testa con l'antologia! Sorrido e penso che tutti quegli impatti mi abbiano reso così introspettivo e osservatore, la mia vicina se ne accorge.

-Ti vedo pensieroso, di solito il tuo viso esprime sempre serenità, mentre ora è come se il grigio del tempo fosse entrato in te, rendendoti malinconico-.

-Forse, oppure è solo una magia che accade in un momento preciso della vita, senza preavviso- mi stupisco di essermi lasciato andare così, con lei che in fondo è poco più di un'estranea.

Entra nella sua auto, mi accoglie il profumo di un deodorante, sul cruscotto alcuni fogli sparsi, sul sedile di dietro un ombrello e un paio di borse per la spesa piegate. Guida con calma, ogni tanto si volta verso di me e sorride. Non parliamo, nel breve tragitto che ci separa dalla stazione, nascosti dietro al vetro che inizia a punteggiarsi di pioggia. Parcheggia, scendo e l'ansia mi prende alla bocca dello stomaco. Mi dò dello stupido anche al solo pensare di essere spaventato dall'idea di salire su un treno, in passato ho preso decine di voli. Ma non è solo quello, in fondo sò che il sogno ha la parte maggiore, il catalizzatore di quell'ansia che spero si trasformi in qualcosa di bello.

Saliamo in treno, il suo compagno è già in carrozza e mi stringe la mano con calore e simpatia. Stranamente assomiglia all'uomo seduto accanto alla nonna giovane. Lo scompartimento è riscaldato, i sedili comodi e il finestrino mi mostra una fila di binari, alcune banchine gremite di gente e pannelli luminosi recanti la desinazione.

-Sai caro il mio vicino è uno scrittore, un po' taciturno e sfortunato con la macchina- dice lei, interrompendo i pensieri.

-La ringrazio, ma ho abbandonato il sogno di diventarlo molto tempo fa. Non è facile, ora svolgo un lavoro che mi impegna parecchio e non ho più tempo per scrivere- rispondo imbarazzato. Mi sposto e così facendo vedo cadere il quaderno che si apre alla pagina in cui è scritta la parola felicità; mi chino per raccoglierlo e anche la penna finisce ai miei piedi; mi sento una scimmia che non riesce ad aprire una banana.

Cavolo, non sapevo di esser così impacciato, eppure qualcosa sta cambiando. I loro sguardi sono come un'espressione di incitamento alla scrittura; mi vergono di farlo davanti a loro, ma tutto ciò che ho intorno stuzzica la mia mente e chiede di uscire, di farsi raccontare come se fosse l'unica cosa per realizzare un progetto più grande.

Eppure lo faccio, abbandonandomi al foglio bianco, come un tempo mi succedeva, come se quel gesto potesse sbloccare davvero un'esistenza che ancora non ho mai abitato.

Mi accorgo per caso di essere arrivato, perduto nei pensieri che si materializzano come nuvole e scrosciano pioggia di parole che riverso su questo quaderno che so non essere l'ultimo. E' come una rinascita interiore che mi sta facendo narrare cose che sino ad oggi pensavo essere dei semplici appunti mentali. Questa sera andrò in cantina, aprirò quel baule vuoto e poserò al suo interno i primi tasselli.

La signora si alza e mi sorride; il compagno si sporge a stringermi la mano, con calore, come se ci conoscessimo da tempo. Rimetto a posto quaderno e penna nello zaino e mi accodo a loro, continuando ad osservarli e vedendo in essi un'immagine speculare di me e l'enigmatica Valeria tra qualche anno. C'è amore nei loro gesti, voglia di stare insieme, di varcare ogni confine, sconfiggere le difficoltà. Perchè dove c'è amore c'è forza e nulla può scalfirlo.

Scendo, in questa giornata fredda e piovosa; l'aria mi sferza il viso e alzo il bavero della giacca, poi mi viene da ridere. Afferro il cellulare e penso che sia l'unica cosa da fare, l'unica che importa in ordine di tempo, in questa vita che galoppa veloce e non ci lascia scampo. Saranno due anni che non compongo quel numero, l'ultima volta è stato ad una cena di vecchi compagni di scuola.

-Non ci posso credere, sei proprio tu?- la voce di Valeria, così calda, ancora impastata di sonno. -Ma lo sai che questa notte ti ho sognato?-.

Rimango muto, incapace di parlare. Possibile che il sottile confine tra il sogno e la realtà sia così impalpabile da riuscire a stupirci?

Me la immagino sdraiata nel letto, i capelli arruffati, quell'espresione solare che da sempre mi ha attirato, riempiendomi di gioia. Chissà se è sempre single come me, se ha una storia, se vive ancora in casa dei suoi. Ho tempo per scoprire ogni cosa, e c'è una voce nella testa che mi dice che sto facendo la cosa giusta.

Mi prende un groppo in gola dalla troppa felicità; udire la sua voce, sentire che sono stato parte di questa notte speciale dove io e lei ci siamo incontrati tra le nuvole, aver avuto il coraggio di chiamarla, sono le cose più belle che mi porterò sempre dentro.

Inizia a piovere, le gocce si aprono ai miei piedi, penetrano nei capelli, ma non mi muovo.

-Sono a Torino- dico, per rompere il silenzio. Lei ha un'esclamazione di stupore, poi la sento ridere.

-Mio Dio, pure io. Mi sono spostata qui per lavoro!- esclama.

Un lampo, una saetta a forma di sorriso si apre nel cielo, la pioggia che inizia a scrosciare, la gente al riparo sotto gli ombrelli che mi guarda curiosa. Sto ridendo, come un pazzo, stringo in tasca il quaderno, e quella penna con cui sò che presto userò per segnare il suo indirizzo.

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