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Una storia di LaBaudelaire

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La promessa del Capitano

Macabre leggende nel cuore della città di Napoli

Pubblicato il 13 aprile 2017

Parte I

Quella notte Giuseppe non riusciva a prendere sonno.

Aveva passato le ultime due ore a rigirarsi nel letto, incapace di assopirsi, preso da quei pensieri che ti costringono a rivalutare la tua vita ed analizzare la tua esistenza.

Giuseppe si sentiva solo, questa è la verità.

Il suo letto era troppo grande per lui, troppo vuoto, uno spreco per quel quadrato di stanza che aveva. Quando preso dall'angoscia aveva afferrato il cellulare per guardare l'orario, accecandosi con lo schermo luminoso nel mezzo del buio, senza pensarci troppo si alzò, si infilò la felpa sopra la cannottiera che usava come pigiama e scese per strada, alle tre e quindici della notte, speranzoso che l'aria fredda l'avrebbe aiutato a quietarsi.

Lungo via Duomo non c'era anima viva, giusto qualche auto sporadica che sfrecciava per la strada deserta, le cui ruote facevano un gran fracasso correndo sui sanpietrini.

Giuseppe non sapeva dove era meglio andare.

Era sceso in tuta, all'alba, per andare dove?

"Ja, Peppin, vat cocc!"(Dai, Giuseppe, torna a dormire*) una voce interiore gli suggeriva.

Ma la sola idea di tornare al buio, sotto le coperte, a fissare il muro aspettando che lo prendesse il sonno lo avviliva, quindi avrebbe passeggiato finché i suoi pensieri avessero smesso di ballargli dentro la testa. Guardò in direzione del Duomo e si incamminò verso la piazza antistante. Intorno a lui c'era il silenzio.

I fari che illuminavano la facciata neogotica della cattedrale erano spenti, eppure la pietra bianca che la componeva non smetteva di splendere. Dei muti clochard dormivano sotto i porticati circostanti, avvolti in pesanti coperte adagiate su cartoni a mò di brandine di fortuna.

Giuseppe guardava il Duomo di Napoli con ammirazione.

Amava quella struttura, seppure la trovasse un'incongruenza architettonica poiché all'interno era completamente barocca, dove il candore della pietra nuda veniva sostituito dai particolari capitelli delle colonne, dagli ori e gli argenti preziosi, dalle vetrate policromatiche del tesoro di San Gennaro.

Ma quando la sommità della chiesa si scontrò con l'oscurità del cielo notturno l'ansia lo assalì nuovamente: sopra il tetto a punta della costruzione si spalancava una volta nera e senza stelle.

Giuseppe riprese a camminare, scendendo verso corso Umberto.

La strada a due corsie era silenziosa come non gli era mai capitato di sentirla.

In lontananza si poteva sentire il sottofondo di auto in movimento, ma il lungo viale che collegava la stazione centrale con la piazza del municipio giaceva in una quiete insolita per la sua natura: non le apparteneva, e la cosa -pensò Giuseppe- era inquietante.

“A chest'or a gent dorme” (A quest'ora la gente dorme*) suggerì la voce interiore, ancora.

Mosse i passi verso destra, costeggiando l'università, puntando su piazza Borsa, per raggiungere piazza Municipio, dove si ergeva il Maschio Angioino.

Aveva la città per sé, Napoli quella notte era sua. Poteva godersela in pace e tranquillità, ma non riusciva a levarsi da dosso quel senso di inquietudine, quel sudore freddo che lasciano gli incubi.

Poteva salire anche sul Monte Faito, ma il problema era dentro di lui.

Giuseppe non riusciva a dimenticare Filumena, sua moglie.

Nelle ombre gli sembrava di rivederla: un ramo di un albero imitava perfettamente il suo braccio, la chioma i capelli ricci, l'odore del mare gli ricordava la sua pelle asciugata al sole dopo il bagno… I ricordi lo stavano torturando. Accelerò il passo. Il castello dei d'Angiò troneggiava nel mezzo dello spiazzale antistante al municipio, circondato da un cantiere che sembrava essere lì da secoli incalcolabili, e Giuseppe ne osservava la singolarità, ma niente lo aiutava a distogliere il pensiero da Filumena. Ricordava il loro primo appuntamento: fu proprio al Castel Nuovo che si incontrarono. Cinque anni prima. Sembrava passato un eone d'allora.

Giuseppe non vedeva Filumena da circa un mese.

Dal primo giorno di separazione la sua vita era diventata più spenta, più smorta … meno vita. Il giorno che Filumena se ne andò da casa sua, Giuseppe rimase in piedi a fissare la porta di ingresso per tutto il pomeriggio, in stato catatonico, sforzandosi di ricordare l'ultima cosa che sua moglie gli aveva detto: era troppo concentrato a non sembrare scosso dal futuro distacco che non prestò minimamente attenzione al suono della voce di lei. La vide uscire richiudendosi la porta alle spalle, e da allora non aveva avuto nessuna notizia di lei.

A Giuseppe gli parve di sentire il lontananza il rumore delle catene che aprivano e chiudevano, un tempo, il ponte levatoio del castello: quando Filumena se n'era andata le enormi funi metalliche avevano serrato quella fortezza che era diventato il suo cuore, rinchiudendolo come un prigioniero tra le mura di casa.

L'aria stava diventando più umida a causa della vicinanza col mare, così anche l'odore si faceva più persistente, e Giuseppe decise di seguirlo, dirigendosi a via Acton per raggiungere la costa di Mergellina.

L'aria salmastra impregnava l'atmosfera, mentre Giuseppe mirava l'orizzonte buio del golfo notturno: guardando dal muretto poteva scrutare gli scogli dove si stendevano impercettibili onde, e sotto la debole luce giallastra dei lampioni la sua persona spiccava come una sagoma anonima sul lungomare di via Caracciolo.

La passeggiata solitaria proseguiva, muta, pensierosa, senza meta.

Giuseppe non si accorse neanche di costeggiare il Castel dell'Ovo, imponente sulla costa scura: non ce la faceva a ricordare la notte di capodanno passata con Filumena a guardare i fuochi d'artificio.

Napoli gli ricordava Filumena.

Lei era napoletana, come lui.

Nei suoi ricci neri, gli piaceva pensare, si nascondeva la lava del Vesuvio.

Solo lui poteva godere di quel calore. Solo chi aveva il suo cuore non si bruciava a toccarla, a baciarla, a stringerla.

Ma Giuseppe, infine, si era scottato.

Quando giunse alla rotonda Diaz, desolata e sgombra, dove spuntava una minuscola spiaggia tra la barriera di scogli e la zona pedonale, Giuseppe si diresse verso la riva, infischiandosene della sabbia che gli riempiva le scarpe ad ogni passo. Arrivò sul bagnasciuga con l'intenzione di buttarsi, ma quando l'acqua salata gli bagnò i piedi e le caviglie istintivamente si ritirò, guardando il buio davanti a sé con amarezza.

Sollevò gli occhi al cielo. Si intravedeva qualche stella sul nero manto.

Giuseppe si sentiva solo, questa è la verità.

“Marò, Filumè … ch'è fatt, Filumè ...” (Madonna, Filumena … Che cosa hai fatto*), si domandava l'uomo con le mani in testa, preda di un tormento senza nome, succube di un dolore senza volto …

Giuseppe aveva perso Filumena. Se ne stava accorgendo soltanto allora.

Per cinque anni, lei era stata la donna della sua vita, che riempiva le sue giornate, che ritrovava a casa dopo il lavoro, che gli cucinava i suoi piatti preferiti e con cui guardava i film la sera, quando nessuno dei due aveva sonno.

Solo allora Giuseppe si rese conto che era da un mese che non sorrideva.

Era vuoto, privo di emozioni, incapace di sentire anche il vento sulla sua faccia.

La disperazione l'aveva sommerso, era così saturo d'angoscia che avrebbe pianto lì, in riva al mare, da solo … ma neanche una lacrima bagnò i suoi occhi.

Filumena si era portata via tutto, la gioia, la tristezza, la felicità, il dolore.

Teso, ripensò all'ultima volta che aveva fatto l'amore con Filumena.

Se quelle labbra fossero state d'inchiostro ne avrebbe scritto le migliori poesie, se fossero state un colore ci avrebbe dipinto l'universo intero … quella bocca era il suo angolo di paradiso. E l'aveva perduto.

Il sonno non avrebbe fatto visita a Giuseppe quella notte.

Triste, si allontanò, andando sul marciapiede, tornando indietro, addentrandosi per le vie della città dormiente.

I piedi erano fradici e insabbiati, emettevano un suono viscido ad ogni movimento delle gambe, zuppi d'acqua di mare. Giuseppe non vi badò.

Passando per piazza dei Martiri, dove le statue di quattro leoni giganti, ritratti in espressioni di furia e di dolore, si ergevano sotto un pilastro di marmo che spariva nel buio, si diresse verso via Chiaia, muta come un cimitero, dandogli l'impressione di attraversare un campo santo dalle lapidi altissime.

Giuseppe scivolava come un'ombra tra i palazzi antichi, celando la sua presenza camminando chino e senza emettere un fiato.

Il freddo iniziava ad entrargli nelle ossa, e per un istante percepì la fugace carezza del sonno: avesse avuto un letto ci si sarebbe disteso con piacere. Ma non era una notte serena per Giuseppe: casa sua era distante.

Pensò che tagliando per le strade interne poteva arrivarci prima.

Voltò su via Roma, un lungo corridoio di pietra dove il vento spazzava in continuazione. La galleria era deserta, nella cui cavità rimbombavano i suoi di voci lontane: si poteva avere l'impressione che dei fantasmi l'abitassero, degli spiriti insonni che, come Giuseppe, si godevano Napoli nella quiete della sera, senza che il suo chiasso disturbasse la loro passeggiata.

Chissà cosa stava facendo Filumena, Giuseppe si chiedeva.

Lei riusciva a dormire?

In quel momento, il motivo che li aveva spinti a separarsi sembrò così futile e banale che Giuseppe fu quasi sul punto di prendersi a schiaffi.

Era stata colpa sua. Lo sapeva.

O meglio, era stato un incidente, un caso del destino.

Non ci aveva creduto, all'inizio.

Aveva insistito troppo, l'aveva pressata, non le aveva dato tempo.

Ma Giuseppe non pensava che la questione fosse tanto delicata: fu sorpreso quando Fiulmena non espresse il suo stesso entusiasmo.

“Forse sta a casa … mò vado là sotto … e che le dico? … Aropp nu mes ca nun a vec e nun a sent?” (Dopo un mese che non la vedo e non la sento?*) rimuginava, camminando.

Aveva troppa vergogna. Ripensava alla loro ultima discussione.

Aveva completamente perso il controllo, tanto che il dottore per un attimo lo intimò ad andarsene. Non avrebbe mai dimenticato la faccia di Filumena, che nascondeva le lacrime, mortificata e imbarazzata.

Anche lei era scossa per quel che era accaduto. Lui non era il solo a soffrire, anzi.

Ma Giuseppe decise di passare comunque sotto casa di lei, per il semplice desiderio di pensare che lei fosse lì, più vicino, e che magari fosse sveglia, come lui, insonne, affacciata al balcone a prendere una boccata d'aria fresca.

Giuseppe già di immaginava un incontro casuale, come nei film, dove lei l'avrebbe visto e con un sorriso gli avrebbe detto a bassa voce “ciao”.

Accelerando il passo raggiunse piazza San Domenico Maggiore, cuore del centro storico di Napoli, e dirigendosi verso la casa della madre di Filumena, in via de Sanctis, tenne lo sguardo sollevato alla ricerca del balconcino dove lei avrebbe dovuto trovarsi. Ma Giuseppe lo trovò chiuso, e dietro le tende bianche la casa era immersa nel buio. Sospirò, deluso.

Nel bel mezzo del silenzio, un tintinnio di campanelli avanzava nella sua direzione. Giuseppe abbassò lo sguardo, mirando all'altro lato della strada e l'immagine che gli si parò davanti lo disorientò, facendogli strizzare gli occhi per essere certo che ciò che stava guardando fosse reale.

Un prete, vestito di un saio di tela, il cui volto era coperto dal cappuccio che gli copriva lo scalpo, trascinava i suoi piedi sui ciottoli della strada biascicando con un lungo rosario intrecciato tra le dita. Una piccola campanella legata alla cintola suonava irregolare ad ogni movimento del suo cammino.

Sembrava una visione mistica, seppur grottesca, poiché il frate, nella sua goffaggine, correva, tenendo un passo di marcia troppo celere per sembrare naturale. Giuseppe sbatté le palpebre più volte, incredulo, e quando il sant'uomo fu a pochi passi da lui un lezzo terribile di fogna lo costrinse a tapparsi il naso.

Era il prete.. Puzzava .. come un cadavere.

Giuseppe indietreggiò ma l'uomo puntava proprio su di lui.

Fu pronto a rispondere a una qualsiasi aggressione, ma l'uomo incappucciato stramazzò a terra quando gli fu vicino. Cadde lungo, a faccia a terra, mentre Giuseppe, pietrificato, a stento pronunciò una parola.

Prese coraggio e si chinò sul tale: -Signore … signore, mi sente? … Ch'è stat? … Ué ué …

Niente, l'uomo non si mosse, né parlò.

Erano proprio sotto il balcone di Filumena.

Avrebbe potuto chiamarla per avvertire i soccorsi.

Ma come le avrebbe spiegato di trovarsi lì?

Giuseppe si guardò intorno, cercando qualcuno che passasse.

Improvvisamente scrutò qualcuno dall'altro lato della strada, da dove era arrivato il prete. Giuseppe si mosse per chiamarlo: -Ué! … Aiuto! … Chiamate un'ambulanza! … Un signore sta male! Fate presto!

Il tale non si mosse. Eppure lo guardava.

-Oh! … Muov't! Che guard a fà?! Chiamm l'ambulanza! (Muoviti! Che hai da guardare?*)

Gridò, ma non ci fu reazione.

Ad un tratto il tale infilò la mano nella testa della sua giacca: Giuseppe pensò che stesse prendendo il cellulare, ma una sorta di pugno allo stomaco lo piegò in due quando lo vide estrarre una pistola per puntargliela contro.

Con un balzo, Giuseppe si nascose. Il prete era ancora a terra, immobile.

L'uomo armato mosse qualche passo in avanti, puntando l'arma sull'uomo a terra.

Giuseppe sentì due colpi sordi, sparati dalla pistola, e il corpo che giaceva sul pavimento fece due gesti convulsi. Con sgomento, vide del sangue scorrere sotto il corpo del frate, morto.

Paralizzato dalla paura, Giuseppe rimase nascosto dietro un'auto.

Tentò di intravedere l'assassino. Era sparito.

Guardò di nuovo il balcone di Filumena, era ancora chiuso.

Era vero quello che stava accadendo? Stava sognando, era uno scherzo?

Facendosi coraggio, scrutando i lati della strada per vedere se ci fosse ancora l'omicida, Giuseppe si avvicinò al corpo del frate, girandolo sulla schiena con un grande sforzo: il fetore che emanava era nauseante. E quando Giuseppe lo guardò in viso capì il perché. Per non urlare dovette coprirsi la bocca, distogliendo lo sguardo da quella visione raccapricciante.

Il volto dell'uomo era totalmente ustionata, coperta di pustole infette che secernevano un pus giallognolo e maleodorante. Nella bocca c'era infilato un oggetto sferico che era stato bloccato con del nastro isolante, impedendo così alla vittima di parlare o di emettere un qualche suono.

Guardandogli le mani, Giuseppe si accorse che il rosario che gli intrecciava le dita serviva a coprire la corda che lo teneva legato.

Giuseppe dovette allontanarsi per vomitare.

Quell'uomo era stato torturato e ucciso a sangue freddo.

Chi era? Perché era stato ucciso? E, soprattutto, da chi?

La testa gli girava vorticosamente, sia per l'odore pestilenziale del prete sia per l'idea di essere scampato alla follia di un maniaco.

Doveva chiamare aiuto. Subito.

Non aveva scelta. Si avvicinò al citofono e iniziò a bussare a casa della suocera, sperando che gli rispondessero.

Il cuore gli batteva all'impazzata, ed era sicuro che da un momento all'altro sarebbe svenuto.

Dopo aver premuto il bottoncino luminoso per quasi un minuto, una voce furiosa rispose al citofono: -Ma chi è?!

Era Rosaria, la madre di Filumena.

-Donna Rosaria, so Giuseppe … Passateme a Filumen!...

In sottofondo, sentì la voce della donna diventare più allarmata.

-Giusé … ma che ce faj 'cà basc?

Filumena. Gli sembrava di non sentire la sua voce da una vita. -Chiamm è guardie, Filumen ... Chiamm è guardie.

(ph. Nicola Buono)

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