scrivi

Una storia di LuigiMaiello

6

Intertwine Co. pt. 48: "Una vera integrazione è possibile?"

La serie Master of None in onda su Netflix, intrecciata a Tracy Chapman e a "Il Fumetto Intercultura" di Takoua Ben Mohamed.

Pubblicato il 26 febbraio 2016

“Chi è chiuso nella gabbia di una sola cultura, la propria, è in guerra con il mondo e non lo sa”

Robert Hanvey

La globalizzazione sta cambiando radicalmente la vita di tutti noi.

Capitali, merci e tecnologie circolano sempre più velocemente da una parte all’altra del mondo grazie alle continue innovazioni tecnologiche, ma a crescere vorticosamente è anche il numero di persone che si spostano dai loro luoghi di origine, e di certo non solo perché amino viaggiare.

Nel 2015, abbiamo avuto 237 milioni di migranti a causa dei conflitti e delle crisi economiche ed ambientali. Il loro numero è aumentato in particolare in Europa e in Nord America.

In Europa il problema è salito fortemente alla ribalta: alcuni stati europei vogliono rivedere il Trattato di Schengen, altri invece procedono alla costruzione di barriere per impedire l'accesso ai loro territori (Ungheria, Bulgaria, Grecia).

Fonte: Internazionale.it

Dall’altra parte dell’oceano invece se ne parla molto durante le primarie per la campagna elettorale presidenziale.

In particolare Donald Trump, probabile candidato repubblicano alle elezioni di quest’anno, ha dichiarato di voler costruire un muro di 2500 chilometri lungo la frontiera Usa-Messico, per impedire il passaggio di immigrati dal sud e centro america verso il nord. Non si è fatta attendere la bacchettata di Papa Francesco, che durante la sua visita in Messico, proprio a pochi chilometri dal confine con gli Stati Uniti, ha dichiarato: "Una persona che pensa solo a costruire muri e non a costruire ponti, non è un cristiano".

Un chiaro riferimento all’elettorato cattolico dei repubblicani, che però finora sta dando ragione al magnate americano, che ha vinto già tre tappe delle primarie.

Il discorso potrebbe essere articolato in molti modi, ma proviamo a partire da una semplice constatazione: una persona o un gruppo che si sposta dai suoi luoghi d’origine, porta con sé cultura, storia, identità e tradizioni proprie.

Su questo dovremmo essere tutti d’accordo, ma l’approccio a tale considerazione può essere di due tipi opposti:

- opportunità di crescita sociale e personale, con un dialogo costruttivo tra le culture;

- intolleranza e distruzione del patrimonio culturale e delle diversità.

A far propendere verso un’accezione negativa si è messa anche la crisi finanziaria iniziata nel 2008, con le popolazioni locali che hanno visto (e vedono) negli immigrati dei possibili competitors sia per la ricerca di lavoro, che per le risorse del welfare state.

- Politiche di interculturalità diventano necessarie quando le comunità sono composte da persone con origine, cultura, lingua e religione diversi, ma che tipo di politiche vanno messe in pratica?

- Sapremo garantire pace e tolleranza, o, al contrario, prevarranno le tendenze al nazionalismo e alla chiusura?

Approfondiremo l’argomento al termine dell’articolo, ora Intertwine Consiglia pt. 48: "Una vera integrazione è possibile?" inizia con la serie tv Master of none.

Master Of None è la serie tv di Aziz Ansari e Alan Yang, prodotta e trasmessa da Netflix.

Dieci episodi di mezz’ora ciascuno in cui Aziz Ansari interpreta Dev Shah, un trentenne indiano residente a New York che, come molti trentenni, cerca di trovare un equilibrio tra la vita sentimentale, l’ambizione, le amicizie e la famiglia (attuale e futura).

Il protagonista ha origini indiane, ossia è un americano nato da genitori indiani, ma è nato e vissuto da sempre negli Stati Uniti.

Voi come lo definireste: americano o indiano?

Forse non è importante, però sono rilevanti tutti i tabù legati alla sua pelle e alla sua cultura, che emergono dal racconto della sua quotidianità.

In Master Of None centrale è il tema della multi etnicità, trattato in modo leggero, ma anche con un certo cinismo. Ad esempio quando Dev incontra una ragazza bianca con cui aveva trascorso una notte tempo prima, scopre che è sposata e ha anche un figlio:

“Siete una bella famiglia bianca”

“In realtà lui è nero”

“Buon per te, frequenti più minoranze”

All’inizio della serie appare Rachel, una ragazza caucasica, che poi scompare per un po’.

La ritroviamo a metà serie, quando diventa la fidanzata di Dev, che nel frattempo vive molto insieme agli amici: Arnold, che è ebreo; l'afroamericana Denise, che è omosessuale; Brian, un ragazzo di origini cinesi e Benjamin, l'unico del gruppo ad essersi sposato (e che si è anche pentito di averlo fatto).

Gli altri personaggi non vengono mai indagati a fondo, ma servono per lo più allo svolgimento delle trame dei singoli episodi, in cui ognuno si fa portatore della sua esperienza personale e di un punto di vista diverso sul mondo.

Non troviamo eventi scatenanti, ma si racconta semplicemente la vita reale dei personaggi.

Ciò è permesso anche dalla strategia di Netflix, che, rendendo la stagione intera disponibile lo stesso giorno, ha eliminato l’obbligo di una scrittura per colpi di scena tipica di chi ha bisogno di creare suspense nel pubblico per la settimana successiva.

Guardando la serie ci si diverte, ci si può riconoscere anche in tanti stereotipi utilizzati, che da una parte fanno ridere e dall’altra deridono il pubblico stesso, dimostrando quanto gli stereotipi siano insensati e infondati.

Ogni puntata ha un tema, così nella seconda dal titolo “Parents”, i genitori diventano l’espediente per parlare dell’immigrazione verso gli Stati Uniti.

Qui si raccontano le storie dei genitori di Dev e del suo amico, trasferitisi pressoché ventenni a New York negli anni ’80, rispettivamente dall’India e da Taiwan.

Gli Stati Uniti in quel periodo erano visti dai genitori dei protagonisti come la terra delle opportunità, il luogo dove tutti i sogni potevano essere realizzati.

A distanza di anni i loro figli hanno uno stile di vita del tutto “occidentale”: hanno guardato tutti i film di X-Men, seguono la NBA e da piccoli giocavano a Street Fighter.

“Noi siamo così integrati, abbiamo delle così belle vite, ed è tutto grazie ai sacrifici dei nostri genitori”

Anche i genitori sono perfettamente integrati e, se prima “facevano il bagno nel fiume” (Gange), ora creano gruppi su WhatsApp insieme ai figli e leggono “The Economist”, però il padre legge il numero su “I profughi dell’Europa”, mentre il figlio legge quello su “L’intelligenza artificiale”. Questione di interessi.

Master of none è una serie divertente e pungente, che racconta un mondo in cui gli utenti di Netflix possono riconoscersi facilmente: il protagonista sceglie dove mangiare attraverso i social (in primis Yelp), gli spostamenti avvengono con Uber, appuntamenti e relazioni si danno e si vivono su Whatsapp, i provini (e colloqui) si fanno su Skype.

Affrontare il razzismo oggi con tale leggerezza, stuzzicando anche chi razzista non si sente per niente e rimanendo allo stesso tempo consapevoli di quanto l’identità sia ancora importante, non è affatto semplice.

Master of none ci riesce e la bellezza di questa serie sta proprio nel farci capire che in realtà

il mondo è molto piccolo, mentre il razzismo è molto stupido.

“You got a fast car

But is it fast enough so we can fly away?

We gotta make a decision

We leave tonight or live and die this way?”

“Tu hai un'auto veloce

Ma è abbastanza veloce da farci volare via?

Dobbiamo prendere una decisione

Partiamo stanotte o viviamo e moriamo così”

Questa è Fast Car, cantata dalla splendida voce di Tracy Chapman, nel suo album d’esordio.

Era il 1988 quando la giovane di Cleveland incide il suo primo disco e si fa conoscere in tutto il mondo, mettendo nelle canzoni tutto ciò che aveva vissuto e quello che aveva imparato nei suoi studi alla Tufts University di Boston, dove si era specializzata in Antropologia e Cultura Afroamericana.

Il suo album d’esordio può essere considerato anche una raccolta dei suoi pezzi più belli, dove secondo me mancano all’appello solo The Promise e Give me a reason.

11 canzoni e 36 minuti di pura poesia in un album fortemente autobiografico (forse da questo nasce la scelta di dargli il suo stesso nome).

Traccia dopo traccia sono presenti tutte le battaglie che la cantante ha dovuto combattere nella sua vita.

Le prime canzoni hanno un’impronta più socio-politica, in primis Talkin' About A Revolution che apre il disco cantando “I poveri insorgeranno e prenderanno ciò che gli appartiene...”.

Poi c’è Fast Car, seguita da Across the lines, che porta in primo piano il razzismo e le divisioni ancora esistenti tra bianchi e neri:

“Attraverso i confini chi oserebbe andare, sotto il ponte sopra i sentieri che separano bianchi da neri…“

Dalla quarta canzone le canzoni diventano più intime e le sofferenze cantate sono quelle strettamente personali. In Behind The Wall si affida solo alla sua voce per cantare le violenze subite dalla mamma, con le urla sentite da dietro la parete e la polizia che arrivava sempre troppo tardi.

C’è spazio anche per l’amore con For My Lover e con la famosissima “Baby can i hold you”

"Ti amo" è tutto quello che non riesci a dire

gli anni passano e le parole ancora non vengono fuori facilmente come "ti amo"...

Ma tu riesci a dire "baby... baby posso stringerti stanotte?"

Tra le sue esibizioni più significative ricordiamo il Concerto tributo per i 70 anni di Nelson Mandela, un mega-concerto pop rock dalla durata di 11 ore che ha avuto luogo l'11 luglio 1988 al Wembley Stadium di Londra, organizzato per chiedere la scarcerazione di Nelson Mandela nel giorno del suo 70esimo compleanno.

Tracy Chapman è stata definita da molti come un mix tra Bob Dylan e Joni Mitchell per il suo folk totalizzante, con sfumature rock e reggae.

Ciò che più emerge però dalle sue canzoni è però sempre la difesa profonda delle minoranze come donne, bambini e persone di colore. La novità più grande forse sta nel raccontare i problemi tipici dell’America nera di periferia con voce e sonorità dolci e leggere, mentre molto più spesso il disagio era ed è cantato attraverso i toni forti del punk, del rap e del rock.

Quasi un elogio della gentilezza, come a dire:

“Quanti cuori può smuovere una voce senza urlare?!”

Gli stereotipi si possono combattere anche a colpi di matita.

E’ quello che fa Takoua Ben Mohamed, giovanissima fumettista e graphic journalist, ideatrice del "Fumetto intercultura".

Sulla pagina Facebook del Fumetto Intercultura si legge:

“non esistono due culture che non hanno niente in comune, ed è proprio sulle cose in comune che si costruisce il dialogo interculturale”.

Takoua Ben Mohamed è una ragazza di origine tunisina che vive in Italia dall’età di otto anni, quando decide di voler stare insieme al padre, rifugiato politico.

La passione per gli anime e i manga nipponici, unita alla sua vicenda personale, le hanno dato l'ispirazione per il “Fumetto Intercultura”, in cui narra senza fronzoli e con molta ironia il vivere quotidiano degli stranieri in Italia, le seconde generazioni, il concetto di multi cultura e di integrazione.

Con la sua matita lei diventa molto seria e dura quando parla della primavera araba, delle dittature, dei diritti dell’infanzia in paesi in guerra come la Palestina e la Siria, e delle battaglie delle donne musulmane.

Diventa molto più ironica e divertente invece quando racconta episodi (molti sono personali) sul velo e in generale su tutti i pregiudizi che gli italiani hanno verso l’Islam.

“Porto il velo dall'età di 11 anni, l'ho messo quasi in segno di sfida: era passato un anno dall'11 settembre e mi rendevo conto, girando per strada con le mie sorelle più grandi, di come fossero trattate male solo perché musulmane, e di come si desse loro delle “terroriste” senza nessun motivo”.

Una cosa che lei non sopporta sono le generalizzazioni:

Vedo come vengono trattati i neri, e non solo, negli autobus o in altre situazioni e questo mi mette rabbia, tutti i pregiudizi e il fatto che se qualcuno sbaglia, viene condannata l'intera comunità. Generalizzare non mi piace affatto”.

Aveva iniziato per hobby, come attivista in alcune associazioni di volontariato. Oggi le sue opere (tra cui compaiono alcune graphic novel animate) sono state pubblicate nel libro "Il velo nell'Islam - Storia, politica, estetica" della professoressa Renata Pepicelli, nel documentario "Al Qaeda! Al Qaeda! Come fabbricare il mostro in tv", con l'avvocato Luca Bauccio, destando l'interesse dell'emittente Al Jazeera.

Lei però vorrebbe approdare al cinema d’animazione, per poter raggiungere un pubblico ancor più vasto.

Il fumetto con lei diventa il mezzo per esprimere la libertà di parola e per mettere in luce comportamenti ed atteggiamenti nei confronti delle altre culture, che per molti sembrano normali, ma in realtà sono sbagliati.

Ma cosa intendiamo quando parliamo di interculturalità?

L’UNESCO ci fornisce la definizione:

«L’Interculturalità» rimanda all’esistenza e all’interazione equa tra culture diverse nonché alla possibilità di produrre espressioni culturali condivise attraverso il dialogo e il rispetto reciproco. Promuovere interculturalità vuol dire quindi costruire società dove le persone sanno superare confini culturali obsoleti e si aprono a scambi con altre culture.

Le comunità protagoniste del futuro saranno quelle inclusive e interculturali,

dove l’interazione, la collaborazione e la diversità culturale sono vissute come un’occasione di arricchimento e non come una minaccia.

Per avvenire questo scambio le culture prima di tutto bisogna conoscersi, arricchendosi in un confronto interculturale e interpersonale, ma qui un ruolo fondamentale assumono i mezzi d’informazione, che troppo spesso si fanno portatori di visioni estreme.

Ciò avviene soprattutto inseguito a fatti di cronaca, dove, come diceva Takoua Ben Mohamed, per cavalcare l’onda si va avanti per generalizzazioni e si coltiva un clima d’odio, invece che di dialogo.

Perché, riassumendo, il pregiudizio etnico è sempre presente nella nostra vita, che comunque va avanti regolarmente, come se tutto fosse normale?

Perché, nonostante tutto, è più facile approcciarsi alla categoria che all’individuo?

Vi lasciamo con queste due domande e una riflessione:

«Noi» non possiamo integrare «loro» se «noi» rimaniamo «noi»; «noi» ci dobbiamo allargare in modo da creare un nuovo spazio comune in cui «loro» possono essere accolti e diventare parte di un nuovo «noi».

B. Parekh, Rethinking Multiculturalism. Cultural Diversity and Political Theory

Inizia a far sentire la tua voce attraverso le tue storie. Iscriviti, è gratis.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×

Ops, c'è stato un errore. Riprova più tardi.

×

Sicuro che sia questa l'email?

×

Email non valida

×