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Una storia di FlayLili

Questa storia è presente nel magazine Box

Come una regina

Storia napoletana di una ragazza con tanti sogni

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Pubblicato il 12 ottobre 2017 in Altro

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Gocce di luce illuminavano il nocciola dei miei occhi e avevo ricci dorati che danzavano seguendo i miei passi, del resto non poteva essere altrimenti: ero nata a Napoli, il paese del sole. Solo che il misterioso astro si faceva desiderare nel vicolo dove abitavo, stretto tra alti palazzi polverosi, con panni che tardavano ad asciugarsi perennemente stesi ai balconi.

Abitavo con la mia famiglia in un basso nei pressi di Via Tribunali, mio padre faceva il muratore e lavorava saltuariamente. Io ero la maggiore di cinque figli e frequentavo l’istituto magistrale Fonseca… sognavo di diventare maestra… sognavo.

A volte raggiungevo Piazza Plebiscito e m’incantavo a guardare i giardini del palazzo reale. Attraverso le inferriate del cancello mi vedevo vestita con abiti d’epoca, intenta a passeggiare in quel luogo fantastico.

«Regginella, è pronto ‘o cafè?»

«Sì, mamma, eccolo.»

Mia madre aveva un problema alle gambe e io dovevo aiutarla nelle faccende domestiche.

«Reggine’, hai fatto ‘a spesa?»

«Sta tutto sul tavolo di cucina.»

Spesso mi chiedevo perché mi avessero chiamato Regina, quando ero destinata a vivere nella miseria.

Ogni cosa me lo ricordava, in ogni istante: l’odore stantio del vecchio palazzo in cui abitavo, gli abiti che non potevo permettermi, il mobilio a buon mercato che avevamo in casa, persino lo scarso cibo presente sulla nostra mensa.

Solo Giggino mi faceva sentire speciale. Abitavamo nello stesso palazzo e aveva qualche anno più di me.

«Tien’ ‘o sole int’a ll’uocchie» mi diceva che avevo il sole negli occhi, quando m’incontrava da sola; non osava dirmi altro. Lui non aveva il padre, abitava con la vecchia madre e lavorava quando un capomastro lo chiamava in qualche impresa edile; a volte capitava che fosse ingaggiato insieme a mio padre dalla stessa ditta.

Quel mattino pioveva… nonostante l’ombrello ero tornata a casa tutta bagnata. La porta di casa era accostata. Entrai e trovai Giggino che cercava di calmare mia madre che piangeva.

«Maronna… maronna mia» ripeteva lei.

«Cosa è successo» chiesi a Giggino.

«Tuo padre è caduto dall’impalcatura e l’hanno portato agli Incurabili.»

«Voglio andare a vederlo.»

«Aspetta, ti accompagno.»

Salii sul suo vecchio motorino e in pochi minuti, che mi sembrarono eterni, giungemmo all’ospedale. Purtroppo mio padre era in coma e solo un miracolo poteva salvarlo.

Da allora tutti i giorni raggiungevo Via Duomo e andavo ad accendere una candela a San Gennaro, pregandolo di risparmiare la vita di mio padre.

Una volta mentre scendevo le scale della chiesa, un’auto in corsa frenò fermandosi vicino a me e un giovane con un ciuffo ribelle sulla fronte mi guardò da capo a piedi; poi ripartì facendo stridere le ruote.

“Che buffone!” pensai.

Le condizioni di mio padre peggiorarono. Morì un giorno di novembre. Non andai più nella chiesa del Duomo.

Lascai la scuola e mi occupai a tempo pieno della famiglia. Mia madre non trovò di meglio che vendere giocattoli, ‘e pazzielle, con banchetto in un angolo del vicolo. Dopo aver preparato fratelli e sorelle per la scuola, andavo a fare la spesa in Via Tribunali, sotto i portici. Ero ferma al banchetto della frutta, quando una mano giovane con un grosso anello mi porse una mela.

«Devi prendere queste, vedi come sono belle? Ti somigliano…» disse sorridendo. Lo guardai senza capire, poi lo riconobbi dal ciuffo sulla fronte. Era il ragazzo che avevo incontrato in Via Duomo.

«Queste costano care! Prendo quelle laggiù» mormorai altezzosa.

«Un chilo!» dissi, indicandole alla fruttivendola.

Quando mia madre rientrò a casa, portò una borsa piena di mele.

«Chi te le ha date?»

«Concetta, la fruttivendola, ha detto che nu guaglione le ha comprate per te.» Lei sorrideva, ma io risposi aggressiva, non sopportavo che mi avessero fatto l’elemosina.

«Pecchè, pecchè m’hai chiammata Reggina, quanno m’ fanno pure ‘a lemmosena» dissi gridando.

«Tu si bella comme ‘na riggina, figlia mia» disse lei, triste stavolta.

Da quel giorno incontravo il ragazzo dal ciuffo ribelle ovunque andassi: al mercato, all’ufficio postale, in chiesa, c’era sempre lui che mi sorrideva, salutava e andava via.

Era il giorno del mio compleanno, ferma davanti a un negozio di scarpe in Via Toledo osservavo i modelli, sognando di poter un giorno comprarmi un paio di scarpe come quelle in vetrina.

Alle mie spalle una voce.

«Ciao Regina, buon compleanno!»

«Tu! Ma come fai a sapere tutto di me? Io neanche ti conosco.»

«Mi chiamo Peppe» disse lui «e non riesco a stare senza vederti. Me l’ha detto tua madre che era il tuo compleanno. Esprimi un desiderio… cosa vuoi per regalo?»

Lo guardai scettica quasi infastidita.

«Ah, vuoi sapere cosa voglio? Vedi quel paio di scarpe in vetrina, quelle nere, numero 38, mi raccomando!» dissi quasi con le lacrime agli occhi e scappai via.

Tornata a casa entrai nel portone.

Giggino mi aspettava per farmi gli auguri, ma io neanche lo guardai.

Entrata in casa andai in camera mia e mi buttai sul letto piangendo.

Dopo un poco suonò il campanello. Mia madre andò ad aprire, poi mi chiamò.

«Reggina, vieni a vede’ chi ci sta!»

Quando lo vidi, sbiancai. Era lui, Peppe, e in mano aveva un pacchetto col fiocco rosso che subito indovinai cosa contenesse.

«Tanti auguri» mi disse.

«Ma io…»

«Nun esse’ timida…Reggine’» fece mia madre, ma vedendo che io rimanevo immobile si rivolse a lui.

«Dallo a me, guagliò!» fece e poi mi guardo con aria decisa.

«E fagli almeno ‘na tazz’ ‘e cafè» aggiunse.

Confusa ubbidii, lui profumava di dopobarba ed era vestito con eleganza e per la verità era davvero un bel ragazzo.

Fu così che mi fidanzai con Peppe, dopo neanche sei mesi ci sposammo nella cattedrale di Via Duomo, là dove ci eravamo incontrati.

«Tu sei la mia regina» mi diceva, «ogni tuo desiderio è un ordine.»

Volli che mi portasse al San Carlo a teatro.

C’era un balletto quella sera. Mentre lui sonnecchiava accanto a me, io ero estasiata della meravigliosa bellezza che mi circondava. Tutto quel velluto rosso e gli stucchi in oro mi davano un’idea di maestoso e le ballerine sul palco diventavano ai miei occhi angeli del paradiso.

Andai ad abitare a Posillipo in un bellissimo appartamento che odorava di nuovo, di fresco, e dalla finestra potevo godere una vista mozzafiato.

Ero diventata una regina e avevo un marito disposto ad assecondare i miei desideri. Quando gli annunciai che aspettavo un bambino lui ne fu così felice che bevette qualche bicchiere di troppo e si addormentò sul divano.

Cercai di scuoterlo per farlo andare a letto, quando mi accorsi che al fianco aveva una pistola.

Quando gli chiesi spiegazioni, minimizzò e mi disse che era per difesa personale.

Cominciarono per me i tormenti. Non capivo da dove venisse tutto quel lusso in cui vivevo e cominciai a pensare che lui fosse legato alla malavita. Cercavo di tacere per paura di perdere il bambino che aspettavo, adesso non mi sentivo più una regina, ma una povera ingenua che era stata raggirata. Un giorno accadde la disgrazia: mio marito morì durante uno scontro con la polizia.

Tornai a casa da mia madre.

Quando arrivai c’erano tutti ad aspettarmi davanti al portone: la mia famiglia, i vicini e Giggino.

Tra poco sarebbe arrivato il Natale e aiutavo le mie sorelle a fare il presepe.

«Reggì, ma è vero che vuo’ turna a studià?» chiese mia madre.

«Certo! La mia vita comincia solo adesso. E visto che avrò una figlia, ho deciso di chiamarla Speranza.»

La prima cosa che le avrei insegnato sarebbe stata quella di diffidare di quello che appare e sembra luccicare come l’oro.

Nun è tutt’oro chello ca luce

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