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Una storia di Giovievan

1

Gli invasori

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Pubblicato il 28 aprile 2017

Camminavano in fila indiana nell’erba alta, senza fermarsi né voltarsi indietro. In testa avanzavano gli adulti, rigidi e pallidi come statue; li seguivano le madri, che tenevano stretti a sé i piccoli come per consolarli. Tutti facevano il possibile per darsi forza, ma in realtà non c’era un solo membro della tribù che non stesse morendo dentro dal dolore.

Eppure neanche in quel momento di terrore e disperazione rinunciavano a essere uniti, come lo erano sempre stati contro ogni avversità. Avevano affrontato di tutto, imperterriti: c’erano state le inondazioni, che si infiltravano nelle viscere del villaggio e distruggevano ogni cosa che trovassero sul loro cammino, e tutte quelle terribili devastazioni che, secondo gli anziani, erano aumentate in modo vertiginoso negli ultimi anni. Precisamente da quando gli invasori si erano impossessati delle loro terre.

Quei barbari venuti da chissà dove erano apparsi nel villaggio un giorno come un altro e lo avevano devastato.

Forse in un primo momento si erano illusi di averlo distrutto, ma si sbagliavano: la maggior parte delle strade e delle case infatti si sviluppava nel sottosuolo, grazie a un’intricata rete di gallerie scavate negli anni dai migliori operai.

La tribù però non aveva avuto il tempo di illudersi che la minaccia fosse passata: gli invasori avevano scoperto presto il loro segreto. Un giorno, seguendo qualcuno che ignaro rientrava a casa dai campi portandosi dietro ciò che aveva raccolto, avevano scovato l’ingresso segreto. E da allora era iniziato l’inferno.

Nei pochi periodi di tregua la tribù, rintanata nel sottosuolo, aveva provato a ricostruire con immenso sforzo ciò che era andato distrutto. Uscire all’esterno era fuori discussione: forse, pensavano, se fossero rimasti nascosti gli invasori si sarebbero convinti di averli del tutto annientati e avrebbero smesso di tormentarli. Ma le riserve di cibo non erano infinite e i più impavidi erano stati costretti a uscire per andare a cercare qualcosa da mangiare.

Ogni volta era uno strazio: solo in pochissimi tornavano vivi dall’impresa, e ancor meno portavano con sé le provviste sperate. Anzi, spesso l'unico risultato che riuscivano a ottenere era quello di farsi scoprire dagli invasori, che capivano di non aver vinto. E allora l’incubo ricominciava.

Non si trovava un singolo individuo che non avesse perso un figlio, un parente o anche solo un amico a causa loro. Ormai l’intera tribù viveva in uno stato perenne di attesa del peggio, e il peggio arrivò, improvviso nonostante tutti se l’aspettassero. Nessuno credeva che gli invasori avrebbero potuto arrivare a tanto; eppure ci riuscirono.

Fu un attimo, una scintilla che illuminò il villaggio. Il fuoco si propagò velocemente lambendo i corpi, consumando le carni, polverizzando le case e il terreno, facendo crollare le gallerie. Qualcuno fuggì da quell’inferno di fiamme nascondendosi tra gli arbusti che circondavano l’ingresso al villaggio sotterraneo. Molti portarono in salvo i piccoli. Gli adulti che rientravano dai campi trovarono le loro case distrutte, e videro in un attimo i loro averi perduti assieme a tutta la loro vita e all’unica realtà che conoscevano.

Tutto, quella notte, andò in cenere.

I superstiti erano una cinquantina. Si ritrovarono nascosti a piangere assieme il villaggio e le centinaia di vite perdute in quella strage senza precedenti. Il dolore era uguale per tutti, anche per chi era riuscito a salvare il salvabile. Soffrivano l’uno per l’altro, del resto erano una grande famiglia; e quindi, proprio come tale, decisero di fare l’unica cosa che ormai sembrava possibile: andarsene. Darla vinta a quei mostri che avevano invaso il loro territorio e che non potevano essere affrontati.

Forse avrebbero dovuto farlo molto tempo prima ma ancora non volevano credere che l’arrivo di uno straniero avrebbe potuto segnare la fine di un villaggio centenario, che da decine di generazioni viveva una vita tranquilla e felice.

Bastò poco. Senza avere la forza di tornare giù, senza neanche sapere dove andare, al calare delle tenebre i superstiti si incamminarono in una marcia disperata verso una nuova vita tutta da ricostruire.

Non sapevano se ci sarebbero mai riusciti; sapevano soltanto che non era giusto.

Quello che era accaduto non era giusto.

La crudeltà di quegli invasori non era giusta.

* * *

«Hai fatto?»

«Sì, ho fatto» disse l’uomo, poggiando sul tavolo il fiammifero consumato. «Adesso vedremo se quelle dannate formiche avranno ancora voglia di infestare il nostro giardino.»

«Era ora. Ormai era diventata un’invasione

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