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Una storia di _MartaGasparon

Labili confini

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Pubblicato il 03 maggio 2018 in Altro

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Signora Rosina: «Bella giornata oggi, signor Carlo. Un annuncio di primavera inaspettato, non trova?».

Signor Carlo: «Decisamente. Ci voleva dopo tutta la pioggia del mese scorso».

Signora Ranetta: «Ma sentili, già a chiacchierare di prima mattina. C'è qualcuno che vorrebbe dormire, se non vi fosse chiaro».

Signor Mauro: «La signora Ranetta è già di cattivo umore? Su su, non si agiti. Oggi per lei è un gran giorno».

Signora Ranetta: «Decido io, se permette, il mio grado giornaliero di nervosismo».

Signora Bitta: «Un gran giorno? Signor Mauro, non ci tenga sulle spine e ci racconti tutto».

Signora Lucia, insieme al piccolo Andrea: «Oh sì, la prego. Vogliamo essere aggiornati anche noi».

Signor Mauro: «Calma calma, non vi agitate. E meno male che stavate tutti dormendo! Dunque, ecco a voi la notizia: questa mattina la signora Ranetta riceverà la visita di suo nipote».

Signora Lucia, insieme al piccolo Andrea: «Che splendida notizia! Chissà come sarà cresciuto dall'ultima volta, non credete?».

Signora Bitta: «Quanto la invidio. I miei nipoti non vengono mai a salutarmi. Mio figlio mi parla sempre di loro, mi racconta che si sono entrambi sposati e che hanno dei figli a cui star dietro. Per questo – dice – non hanno tempo per venire a trovare la loro nonna».

Signor Carlo: «Non perda la speranza. Vedrà che un giorno, quando meno se l'aspetta, arriveranno con un bel mazzo di fiori tutti per lei. Non mi crede? Vedrà, abbia fede, non mi sbaglio».

Signor Mauro: «In effetti quello che dice il signor Carlo si avvera sempre. Vi ricordate di quella volta in cui i suoi dolori alle ossa si sono accentuati?».

Signora Rosina: «Come dimenticare... Continuava a dire che significavano guai in vista. E la sera si è scatenata quella tempesta spaventosa che ha portato con sé solo danni e distruzione».

Signora Lucia, insieme al piccolo Andrea: «Mi vengono i brividi al solo pensiero di quello che abbiamo passato».

Signor Mauro: «Piuttosto, avete visto che faccia triste aveva ieri il custode? Noi qui a ridere e a spettegolare sui passanti, mentre lui così cupo. Sembra una barzelletta!».

Signor Carlo: «Ecco, la racconti anche alla signora Ranetta, così la smetterà di brontolare. La guardi, la prego, la guardi. La sua più grande preoccupazione sono i fiori che appassiscono. Le pare possibile?».

Signora Bitta: «Ognuno, in fondo, ha le sue priorità. In vita, come in...».

Signora Lucia, insieme al piccolo Andrea: «Sssh! Non dica quella parola, la prego. Non in presenza di mio figlio».

Signora Bitta: «Come?! Ancora non gli ha detto la verità?».

Signora Lucia, insieme al piccolo Andrea: «E' ancora troppo piccolo per comprendere, non trova?».

Signora Bitta: «Bah! Se lo dice lei... certo, qualcosa dovrà pur aver intuito dopo due anni qui».

Signora Ranetta: «Fate silenzio, accidenti! Sta arrivando mio nipote».

Generale Scalò: «Ma guardatelo, che bel giovanotto che è diventato: forte, sano e robusto. Pronto per essere arruolato».

Signora Ranetta: «Questo crede di essere ancora in guerra. Robe dell'altro mondo!».

Signor Mauro: «Che fiori meravigliosi le ha portato. Margherite gialle, proprio le sue preferite».

Signor Carlo: «La signora Ranetta si sta commuovendo... l'avevo detto io che oggi sarebbe stato un gran giorno».

Nicolò oltrepassò l'ingresso del cimitero con il cuore che gli martellava in gola.

Era da sei anni che non varcava quella soglia, un sottilissimo confine invisibile tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Aveva voluto troppo bene a quella nonna paterna un po' scorbutica ma dal cuore grande per accettare di pensarla sotto ad un cumulo di terra. Per tenere a freno quel suo carattere facilmente irascibile, bisognava semplicemente saperla prendere per il verso giusto – la nonna Elvira – abbandonando per primi la discussione nel caso in cui ne fosse stata imbastita una nel corso dei lunghi e abbondanti pranzi domenicali in famiglia.

Solo Nicolò – ormai tutti ci avevano fatto l'abitudine – poteva dire quello che pensava senza filtri, anche fosse stato opposto a ciò che nonna Elvira pensava. Per il nipote maggiore, infatti, la signora Ranetta aveva un debole speciale, tanto che le volte in cui si sarebbe potuta sfiorare una lite fra i due, a causa di posizioni contrastanti, la donna chiudeva l'argomento con un “hai ragione, ragazzo mio. Quanta saggezza in mio nipote: prendete esempio!”.

Proprio per l'affetto nutrito per lei quand'era in vita, vedere quella lastra di marmo gelida con la foto e il nome inciso sopra provocava nel giovane troppa sofferenza. Nonna Elvira, per lui, non era mai scomparsa davvero: il suo ricordo era pur sempre vivo nel suo cuore.

Con passo incerto, stringendo fra le mani un mazzo di margherite gialle, Nicolò si avviò verso il sentiero acciottolato che conduceva alla sua tomba. Ne superò a decine prima di raggiungere quella a lui un po' più familiare delle altre, alla cui destra stava una certa signora Rosina mentre, alla sua sinistra, un tale di nome Carlo.

Non appena il ragazzo s'inginocchiò dinanzi a quella croce in marmo, sorridendo alla foto della nonna come se fosse lì, in carne ed ossa, e sostituendo i fiori secchi con quelli nuovi, si alzò un vento forte che, per una manciata di secondi, piegò i cipressi con il suo soffio, alzando da terra un turbinio di foglie e petali colorati che sembravano giocare a rincorrersi nell'aria.

Nicolò era solo, non c'era nessuno intorno a lui. Per questo, quando il vento cessò, gli parve strano udire quel chiacchiericcio confuso e lontano, come se più persone stessero parlando fra loro, in modo vivace ed animato.

E, proprio tra quelle voci che si accavallavano l'una sull'altra, ebbe come l'impressione di distinguerne una a lui familiare: quella della nonna.

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