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Una storia di Nightafter

Temporali d' autunno

Piccole gocce. Come nei pomeriggi caldi di fine estate.

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Pubblicato il 22 dicembre 2017 in Storie d’amore

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Novembre 2004

E’ durata quasi un anno.

Molto per una storia nata in chat.

Una storia d’amore al tempo di messenger.

Ho cinquant’anni compiuti da poco, ma mi sono sentito vecchio.

Non ricordo quando ho iniziato a scivolare in questa sensazione,

ma è stato come lo spegnersi piano, poco alla volta, un giorno appresso all’altro.

Una lenta, malinconica, anestesia dell’anima.

Eppure in apparenza non trovavo ragioni: un lavoro interessante, una moglie attraente che sento di amare ancora, una figlia grande che presto mi renderà nonno.

Tutto nel perimetro di ciò che dovrebbe dare serenità almeno, se non proprio piena felicità.

D’improvviso ho avuto la visione di un futuro che non c’era.

Non c’erano più obiettivi da raggiungere, progetti da sognare.

Non c’erano battaglie da combattere, per qualcosa, per qualcuno.

Avvertivo d’improvviso il vuoto nelle cose.

L’inutilità dei gesti consumati di ogni giorno.

L’incapacità di trovare emozione nella loro ripetitiva mestizia.

Tutto già visto, il già fatto, il già vissuto, già consumato.

Una resa.

Un congedarsi, senza rumore, da me stesso.

La mancanza di una missione di vita, di un sogno di futuro.

Esiste un peccato maggiore al non sapere che fare della propria esistenza?

Della vita, pur semplicemente preziosa come bene in sé?

Non lo so.

Avrei voluto gridare forte.

Rabbia urlata al mondo che mi si spegneva indifferente intorno.

Sentivo, unicamente, tutta la disperata inutilità della mia esistenza.

Poi lei è entrata nella mia vita, per caso.

Lei che non attendevo più.

Un dono che le parole non sapevano descrivere e la mente contenere.

Lei: la forza vitale di un vento di primavera.

Il colore luminoso di un cielo d’aprile, negli occhi di una donna.

Una linfa calda e impetuosa, la vita che tornava a scorrere nelle vene.

Tra noi dieci anni di differenza, ma in lei tutta l’energia travolgente di una ragazzina.

Quanta vita nelle sue parole, nel suo corpo rubato dalla cam, nei frammenti di quotidianità condivisi in ogni momento della giornata.

La grande distanza che ci divideva, coperta e attenuata dalla tecnologia: fatta di web, di notti su messenger, di chat, di telefoni cellulari ed sms.

Poi progetti, per dare corpo ai desideri ed ai sogni nuovi.

Un miraggio di possibilità che divenivano promessa, mi scuoteva con una energia dolce e violenta che non sapevo di conoscere ancora.

Ed ecco impegni di lavoro e lunghe trasferte inventate, menzogne costriute ad arte: viaggi come evasioni dalla prigione del quotidiano, fughe clandestine dalla realtà.

E per questo maggiormente colpevoli.

Brandelli di felicità segreta, rubati alla vita, strappati con voracità cieca, .

Consumati con ansia ladra, e sapore di proibito.

Correre in auto, in treno, in aereo: per annullare i chilometri, ingannare il tempo farsi beffe dello lo spazio, per incontrarci in città lontane, con i cuori ansanti a metà strada, e fare l’amore.

Fare l'amore come adolescenti alla scoperta dei primi baci, delle prime carezze, ansiosi di dare e golosi di ricevere.

E poi tornare alle nostre case, alle nostre vite, ai nostri affetti, nascondendo negli occhi rossi il rimpianto di una nuova separazione che già sentivamo insopportabile.

Viverlo questo amore fatto di colpa rendeva tutto così difficile, innaturale.

Ma il desiderio di tenerlo in vita era forte, assoluto, disperato.

E’ finita tre mesi fa.

Come tutto ciò che nell’ordine delle cose trova una fine.

Sono stato un ragazzino al suo primo amore per quasi un anno.

Ho riscoperto con lei la timidezza, il coraggio, l’incoscienza di quell’età.

Ho provato per lei le aritmie del cuore, le notti insonni a fissare il soffitto dal letto.

Il desiderio di stringerla, la gelosia di dividerla e l'ansia di perderla.

E stato un anno di ritorno alla vita.

Quando è finita, sono restato solo con i miei 50 anni e un malessere fisico di tossico in astinenza.

Non ho pianto per nulla e nessuno al mondo così a lungo.

Poi lentamente è tornata, apparente, la normalità dei giorni.

Lei è rimasta nella mia mente.

Il suo ricordo ancora doloroso, certo, ma meno devastante.

Ho pensato al tempo, al suo paziente lavoro di cura infallibile di ogni male dell’anima.

Giorni fa c’è stata una tiepida, luminosa, giornata di questo strano autunno che scivola nell’inverno, a volte così temperato e mite.

Tutto scorreva nel migliore dei modi e tranquillamente lavoravo al mio Mac.

C'era molta luce e silenzio a metà del pomeriggio.

Tutto era calmo.

Nessun segno d’allarme.

Nulla fuori posto.

Ed è così che ho iniziato a sentirle scendere, le prime lacrime.

Piccole gocce, come nei pomeriggi caldi di fine estate.

Poi gli scrosci, improvvisi, violenti, inarrestabili di un temporale d’autunno.

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