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Una storia di Salinger23

Al lago

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Pubblicato il 29 maggio 2018 in Thriller/Noir

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Chiuse gli occhi e rammentò il lago di quando era ragazzo. La bellezza nostalgica che trasmetteva in autunno, quando suo padre lo portava nella zona di Ghirla o di Porto Ceresio. In un periodo dell'anno in cui le spiaggette non erano ancora affollate di tedeschi; e gli scafi lasciavano sull'acqua una scia di schiuma bianca che ti veniva voglia di toccare.

Lasciò la macchina vicino a un chiosco abbandonato con la serranda imbrattata da vernice azzurra. Per raggiungere la spiaggia di Veccana c'era da fare un sentiero posto leggermente in declivio, zeppo di rovi. Al termine del sentiero si apriva un grande spiazzo, la cui superficie non era d'erba, ma di muschio. Camminandoci sopra avevi come la sensazione di stare su un tappeto.

Durante il tragitto in auto aveva ascoltato solo la radio. Musica da classifica che presto avrebbe dimenticato, meditando su cosa sarebbe potuto accadere a breve nella sua vita. Non avendo però in testa niente di definitivo. Era più come uno sciame di piccoli pensieri, frettolose immagini, piani sequenza, che come ciglia infilatesi nell'occhio danno noia.

L'acqua in quel punto del lago non era tanto alta. A dire il vero era più bassa che alta. Soprattutto torbida. Fanghiglia che con il calore del giorno sobbolliva creando una miscellanea verdastra e putrida. Lungo la riva v'erano disseminati ciottoli magri e aguzzi. Più in là, dove il lago era svaporato, c'era luce per quelli più squadrati; più scuri e nervosi. Poi i massi si facevano padroni dentro una sorta di anfiteatro neolitico. Spuntoni di calcare su cui v'erano impresse frasi con lo spray, del tipo: DIO C'È? GLORIA TI AMO. Da qui, i grandi blocchi di roccia placavano andandosi a diradare, per poi scomparire completamente e lasciare spazio al grosso della boscaglia, al vivo di essa, dove i cerchi di falò esausti e i tronchi azzoppati dal vento posti di taglio a lato dei sentieri davano una specie di disordine a tutto.

Il cielo dopo il calare del sole dava l'impressione di essersi dilatato a dismisura. Potevi azzardare di scorgere Marte, opposta la luna, che colma e gialla sembrava sospesa nel livido.

"Fallo adesso! Ancora...dai, forza."

Cercava di darsi una calmata. Avveniva nel momento stesso che vedeva l'infame con la testa nell'acqua. Sapendo perfettamente che tutto era inutile. Perché quando l'altro riaffiorava ansante, con la faccia bolsa, gli occhi incavati; le labbra blu, grondo di fango, a lui montava ancora quel dilemma: "Che vuoi che faccia?" Così tornava a fare quello che sentiva rodere dentro. Come una spina che tocca al costato.

"Basta, ti...ti scongiuro, basta", pregava l'infame; con un filo di voce. Sperando che la faccenda finisse svelta.

Ma lui di fretta non aveva. Non poteva più farci niente nessuno. Era scritto che dovesse finire cosi. Anche l'infame lo sapeva. Più di tutti lui.

"Non ricordi quando eravamo amici"... sentiva queste parole camminargli in testa, mentre l'infame boccheggiava in viola dentro una specie di interiore guerra.

"Ma è stato solo un gioco, un gioco di cui anche tu eri al corrente"... la sua mente continuava... tremava; e non era per il freddo.

Era stanchissimo. La testa gli ronzava. Oltre la muraglia di calcare la luna era una presenza. Sotto, il lago increspava per una leggera, innocua brezza. L'infame a questo punto aveva perso i sensi. Steso sulla riva. Con i polsi e le caviglia stretti a un nastro nero di adesivo.

Lui gli diede un paio di calci ai fianchi. Dei colpi di punta con i suoi scarponi da montagna. L'infame mosse i nervi. Per poi tornare a dove era rimasto. Stretto fra i sogni e l'infausto suo destino.

Prese lo zaino.

La luna stava sempre là. E a lui venne in testa un viso di donna che non aveva mai amato.

Dalla tasca frontale dello zaino estrasse un pugnale. Il pugnale teneva una lama di una decina di centimetri.

"Poteva succedere a tutti" questo gli aveva confessato l'infame, qualche giorno prima, seduto a casa sua a bere Cuba Libre.

Ora l'infame era a terra. Legato come un capretto. Il suo respiro corto e pesante. Faticoso. Come se l'affanno non gli partisse dai polmoni, ma da un recondito a lui ignaro.

Lui lo guardò attentamente per l'ultima volta. Voleva che quella faccia si imprimesse bene nella memoria. Che rimanesse un tatuaggio temporale.

Lo osservò per un minuto buono, fino a che la vista prese a sdoppiare. Solo allora decise di liberarlo dal nastro che teneva occupate le sue caviglie e i polsi.

L'infame era dannatamente grosso. Il suo respiro rivestito da un rantolo. Messo supino sembrava un pallone gonfio.

Lui aveva le sue forze alla superficie del cielo. Alla limpidezza che gli cadeva addosso. A Marte, che spolverava di luce la base dell'acqua.

Gli saltò sopra, cavalcandolo come un toro meccanico di una sagra di paese. Stringendo con l'interno delle cosce la base del tronco. Accorgendosi d'assieme, che tutto questo l'avesse deciso qualche ora prima. E quello che aveva poi fatto, che stava per fare, fosse una semplice conseguenza, un caso.

Tra le mani reggeva il pugnale, mirò all'innesto tra la fine del mento dove l'osso si separa e forma la mascella. Un colpo deciso, e un guizzo rosso ferì il lago. La luna stava sempre là, ma a lui non venne in mente più niente che valesse la pena ricordare.

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