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Una storia di MariusDumitruHij

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Il Giardino di Arlen di Marius Dumitru Hij

Racconti e fiabe per piccoli e grandi

Pubblicato il 15 maggio 2017

Luminia e il principe incantato

C’era una volta una piccola principessa di buon cuore di nome Luminia. Il suo regno si stendeva dai confini della Rocca d’Argento fino alla foresta oscura di Betezel. I raggi del sole danzavano tra gli alberi ogni mattina appena avvertivano la sua presenza. I campi di grano erano felici e i fiori parlavano tra loro: «Luminia é cosi bella, Luminia é cosi bella!» Sprigionavano sempre un dolce profumo, intenso e buono. I suoi cappelli erano celesti, i suoi occhi verde acqua. Quando sorrideva a qualcuno sembrava di sorridere la vita stessa. In un bel giorno la giovane, che non era ancora sposata vide dalla sua torre uno strano uccellino che arriva subito dal ramo del´albero di ciliegio e si posa sulle sue mani. Molto meravigliata lo osserva. Aveva i occhi gialli, tutto il corpo coperto di penne blu e il becco rosso. Non assomigliava a nessun uccellino che conosceva. D´un tratto egli parlò: « Buongiorno a te, dolce principessa! Possa il cielo benedire sempre il vostro cuore e il vostro adorato nome! » « Che strana creatura sarà mai questa?» Pensò la principessa. Cominciò a sorridergli con affetto. Quel essere piccolo e volante si fece coraggio ancora e continuò a parlare. « Mi sia perdonato se disturbo con la mia presenza tale buona e dolce splendore » Luminia arrossì ad un tratto ma non vuole permettergli ancora di metterla in imbarazzo. Perciò le disse: « Siete molto gentile, chi siete e che cosa desiderate ? » « Sono il principe Thales di Kordonika, maestà. Da tanto tempo che vivo imprigionato in questo corpo. Non vogliate liberarmi? » Sono passate 12 primavere e 12 inverni da quando non vedo il mio regno e la mia amata » Molto impressionata, lei chiese cos’era successo e come poteva essere liberato. L’uccello parlante riprese a parlare. « Ecco, tutto é successo molto, molto tempo fa. Quando il grosso fiume di Allar scorreva ancora allegro in mezzo al mio regno, quando il sorriso buono della mia gente era. ancora un dolce faro che illuminava nel cuore di tutti, quando … la mia sposa non aveva conosciuto ancora il crudele bacio della morte. C’eravamo sposati da tre anni e tutto andava molto bene, eravamo felici e non avevamo mai pensato che in un giorno tutto questo sarebbe cambiato. Appena dette queste parole, l’uccello pianse. Una lacrima calda uscì dai suoi piccoli occhi e li toccò il becco. Impietosita, la principessa Luminia prese un fazzoletto dalla sua tasca e glieli asciugò « Coraggio, raccontami tutto! » Lui ringraziò perché le aveva asciugato i occhi e proseguì. Era successo che in un giorno di primavera, precisamente il terzo giorno del primo mese presi la decisione di andare a caccia assieme ad alcuni dei miei compagni e amici. Entrammo in una foresta. I nostri cani avevano sentito qualcosa ed erano andati più avanti. Il loro abbaiare ci guidò fino ad uno strano monumento in pietra. Raffigurava una donna, non doveva avere più di trent’anni. I cani appena lo avevano guardato cominciarono all´istante a stare zitti, obbedienti. Quando Peter, il mio fratello lì chiamò successe una cosa che ci stupì e mise paura allo stesso tempo. Si girarono di scatto e fecero come per aprire le loro bocche e farci vedere i loro denti. In quel momento i loro occhi divennero rossi, man mano che si avvicinarono sembrava che diventassero più grandi. Presto cominciò ad attaccarci come impazziti. A Willy, il fabbro le staccarono un braccio solo con un morso, a Lucri, mio vecchio compagno d’arme le strapparono il cuore ancora pulsante dal petto e glielo mangiarono. Il sangue schizzò da tutte le parti, anche sulla statua della donna. Doveva essere una strega imprigionata la dentro perché presto si mosse e divenne viva. Subito ci girammo all´indietro con i cavalli e cominciammo a correre per salvarci la pelle. Avremo potuto restare e combattere ma avvertimmo dentro di noi una specie di freddo interiore che ci agghiacciava. I cani malvagi si misero a correre per prenderci. Una grande tenebra arrivò presto in quel luogo e non trovavamo più la strada di ritorno al castello. Ovunque guardavamo con gli occhi c’era solo foresta e nebbia fitta. Uno ad uno tutti i miei compagni furono attaccati e uccisi da quei cani trasformati, che prima erano nostri. Ho sentito delle forti risate e un grosso abbaiare prolungato. Molto impaurito cavalcai alla cieca qua e la nella speranza di trovare la strada per tornare al mio castello. Dopo ore e ore di cavalcata, quando la luna scomparve del tutto e fu giorno mi vidi uscito da quella foresta che mi aveva strappato dalla vita tutti i miei uomini. Presto arrivai dal mio castello e ne fui sconvolto da quello che trovai. Il grosso portone era spalancato al massimo e cosa ancora più strana le guardie dormivano. Al di là delle mura la stessa cosa. Tutta la mia corte dormiva. In piedi o seduti, anche gli animali. Tutto era nel silenzio più profondo. Mi spaventai a morte e non osavo a fare più un passo. Pensai ai miei genitori e al mio amore, Elise. Corsi velocemente sulle scale non badando a tutte le persone che erano addormentate. Quando entrai nella stanza del mio tesoro, vidi Elise seduta, davanti allo specchio. Cercai in tutti i modi di svegliarla. Mi accorsi subito che il suo corpo era duro come la pietra. Cominciai a piangere amaramente. Che cosa era successo nel mio regno? In mia assenza era successo qualcosa che aveva fatto che tutta la mia corte si addormentasse. Ma come era possibile? Dopo tre giorni di pianto e disperazione, non sapendo che fare andai a fare una passeggiata. Tre giorni e tre notte tutta la mia corte e mia amata erano ancora la, addormentati con il corpo duro come la roccia, come se fossero statue. Non erano morti perché avvicinandomi a loro avevo sentito il loro battito debole del cuore. Arrivato al grande fiume, mi misi a sedere. Il cielo era di un colore grigio come quando sta per piovere. Poi piano piano diventò sempre più scuro. All´improvvisò udì un rumore nel acqua. Una rana verde saltò e si mise proprio davanti a me. Cominciò a parlare. Mi disse che tutto quello che era successo era colpa di Zagornia, la strega malvagia che si era svegliata, non si sa come ed era tornata in vita. Stupito di averlo sentito parlare, gli raccontai del mio giorno di caccia, dei cani e della statua della bella donna. La rana rispose quella era la strega. Per cento anni fu rinchiusa in quella statua. Solo il sangue di una creatura vivente poteva liberarla. « Come si può combattere contro di lei? Può essere vinta? » Chiesi all´istante io. Non vedevo l’ora di sapere come posso salvare la mia amata e il mio regno. La rana mi disse che dovevo prendere il mio cavallo e andarmene alla svelta, che ero fortunato di vivere ancora e poi mi disse che dovevo arrivare vicino alla Foresta d’Argento e chiedere di una giovane chiamata Luminia, lei avrebbe saputo cosa farne. Poi saltò di nuovo in acqua dicendo che doveva avere cura della sua famiglia, che non era stata ancora colpita dal´incantesimo di Zagornia. « Vai via, parti subito! Non c´é tempo da perdere! » Mi urlò lei impazzita. Io feci come mi aveva detto, ripresi il mio cavallo e andai lontano, dalla parte ovest dove c’era l’uscita dal regno. Di nuovo mi fece cosi tanta impressione tutta quella gente ferma, e tutti gli animali. Era terribile vederli tutti quanti cosi, quando soltanto pochi giorni fa tutta la città brulicava di vita. La principessa Luminia, commossa continuò a fissarlo negli occhi. L’uccello era tristissimo. « E poi, cos´é successo? Come siete diventato uccello principe Thales di Kordonika? E come siete riuscito fatto a trovarmi? » Lui disse: « Appena uscito fuori dal mio regno vagai in terre lontane, sconosciute a me. Non sapevo dove andavo e non sapevo ne dove eri tu, ne per quanto tempo avrei cavalcato. Pensai anche sarei morto di fame. Mi nutrivo dalle radici degli alberi, da qualche frutta che trovai e a volte pescai. La cosa molto strana fu che in tutto questo tempo che viaggiai non trovai persone, nessuno con quale potessi parlare, raccontare la mia storia e chiedere aiuto. I paesaggi cambiavano spesso, attraversai grandi montagne di estate o d’inverno, immensi prati verdi o lunghi deserti. Nessuna traccia di qualche casa. Soltanto animali e uccelli. Passarono dieci anni cosi. Non so neanche io come sono riuscito a sopravvivere. Sono molte le volte quando persi le mie speranze. Passate le dieci primavere trovai un gnomo. Era molto piccolo e aveva una lunga barba bianca. Gli raccontai la mia storia e le chiesi aiuto. Lui disse che non sapeva come aiutarmi. Mi diede un sacchetto magico come aiuto nel mio cammino. Disse che ogni volta che avrei avuto fame o sete e avrei guardato dentro si sarebbe riempito di cibo e acqua. Ringraziai al gnomo un po’ contento un po’ deluso. Avrei voluto che mi dicesse come trovarti. Dopo tutto quel tempo in quale avevo viaggiato tanto finalmente avevo trovato un anima viva. E questo era già qualcosa. Mi consolai vedendo il sacchetto miracoloso che mi offriva ogni volta che volevo da bere e da mangiare. Andai avanti nel mio cammino di nuovo senza sapere dove andavo o per quanto tempo ancora avrei dovuto camminare. Il mio cavallo bianco era morto pochi mesi prima. Lo avevo sepolto vicino ad una grande roccia e le avevo ringraziato per tutto il tempo che era rimasto con me. Era stato un buon cavallo, molto fedele, non mi aveva abbandonato mai. Continuando il mio viaggio, dopo un altro anno trovai una piccola casetta di legno, in un piccolo bosco verde. Speranzoso mi avvicinai. Aprendo quella vecchia porta la sentì scricchiolare. Ebbi paura. Ero diventato molto sensibile ai rumori. Entrando guardai. Dentro non c’era nessuno, soltanto una piccola candela accesa consumata a metà su un piccolo tavolo. Vicino c’era un piccolo letto. Vedendolo decisi di riposarmi. Ero cosi stanco! Mi sembrava di aver camminato da sempre! Dormire su un letto era una cosa che da anni non avevo mai fatto! Mi addormentai presto. Sognai una fatta dai capelli dorati. Vestita elegante con un abito di seta, di colore verde. Mi stava sorridendo e diede benvenuto nella sua casa. Disse che era contenta che ero riuscito a trovare la sua casa e che potevo stare quanto volevo. Poi mi disse che sapeva dove stavo andando, e mi disse di non scoraggiarmi più che ti avrei trovato. Che i miei sforzi, la mia perseveranza e la mia resistenza le erano piaciute e che era arrivata l’ora che io venissi ricompensato. Nel mio sogno provai molta dolcezza. La ringraziai. La fatta dal sorriso dolce mi parve la bontà in persona, tanto era meravigliosa. Non seppi mai da dove arrivava o come si chiamava e non osai chiederglielo. Un attimo dopo lei mi disse che se volevo arrivare più presto da te, lei mi avrebbe trasformato in un uccello, cosi avrei potuto volare e arrivare al tuo castello. Fui d’accordo. Poco prima che mi svegliai da quel sogno lei mi disse che per tornare come ero, un principe in carne e ossa avrei dovuto baciarti. In quel momento la principessa Luminia arrossì. « Quando mi svegliai dal sonno non mi svegliai più da principe ma da uccello colorato cosi come sono ora. Cominciai a volare e dopo un'altra primavera mi avvicinai alle mura del tuo castello e sentì parlare due ragazzine di te, capì che eri qui. Loro dissero che ogni tanto ti affacci a questa finestra » La principessa Luminia, molto commossa dal racconto del´uccello cominciò a piangere. L’uccello parlante prese il fazzoletto nel suo becco e alzatosi in volo glielo diede. La ragazza lo prese e si asciugò a suo turno i suoi bellissimi occhi. Poi, alzando la sua mano destra per permettere che lui si posasse fece alcuni passi nella sua stanza. Disse dopo essersi seduta su una sedia alta, davanti al tavolo dove lui si era posato: « La tua storia mi commuove caro uccellino, non ci posso credere. Hai sofferto così tanto! Dimmi, come ti posso aiutare? « Lui fece alcuni passi con le sue piccole zampe sul tavolo verso di lei. « Oh dolce e potente principessa! Vi voglio ringraziare con tutto il mio cuore perché avete avuto la pazienza per ascoltare tutto il mio racconto innanzitutto. Poi se lo desiderate, io vorrei tornare come prima. » Luminia capì e acconsentì con un sorriso più che meraviglioso. In un batter d’occhio avvicinò le sue labbra verso di lui. L’uccello parlante si alzò in volo e avvicinò il suo piccolo becco per baciarla. Tutta la stanza in quel momento fu inondata da una grande luce e a breve a suo posto apparve un giovane alto, in piedi dinanzi alla principessa. I suoi capelli dorati, i suoi occhi celesti, il suo bel viso bianco come il latte e i suoi baffi fecero che Luminia ebbe un sussulto al cuore. Se ne innamorò all´istante. Indossava un abito verde con le mani lunghi dai bordi bianchi. Era forte come una roccia. La ragazza lo capì subito. Il principe Thales di Kordonika era tornato come prima. Forse era ancora più bello di prima. Perché grande era la sua gioia! Si abbracciarono senza capire come mai. Pochi secondi dopo la principessa andò assieme a lui da suo padre, il re Haralmak. Gli raccontò in poche parole tutta la storia e le chiese ardentemente che fosse aiutato a tornare nel suo regno. Il re che amava tantissima Luminia ordinò che si radunasse subito il suo grande e potente esercito e che si preparasse per la marcia. Dissero che dovevano combattere per liberare il regno del principe Thalek. Il re, andò anche dalla Marjille, una potente maga buona e le chiese l’aiuto per localizzare il regno di Thalek e anche per sconfiggere la terribile strega Zagornia. Il terzo giorno il re Haralmak e Marjille assieme al potente esercito, alla prima luce del´alba salirono sui loro cavalli di fuoco con le ali e si prepararono per partire in guerra. Luminia, tanto aveva preso a cuore questo principe sconosciuto dalle lontane terre che avrebbe voluto andare con loro. Ma il padre glielo impedì. Gli piaceva cosi tanto che nel cuore suo aveva già deciso che non voleva amare nessun altro. Dopo una settimana di viaggio in quale avevano volato a tutta velocità il re, la maga e Thales con il grosso esercito intravidero dalle nuvole bianche le alte mura del castello. Non erano neanche arrivati bene nei pressi del castello che vennero subito attaccati. Un intero esercito oscuro di ombre, bestie e soldati di metallo si scatenarono contro di loro. Una battaglia più che sanguinosa ebbe luogo e per la prima volta in vita sua il re Haralmak ebbe paura per la sua vita. Più della metà del´esercito regale perse la vita in quella lotta. Con l’aiuto di Marjille e tutta l’armata nascosta della rana verde con quale aveva parlato il principe Thales all´inizio del suo viaggio riuscirono a catturare la strega malvagia che tanto male aveva fatto a tante creature viventi. La rana che un tempo era stato un re e che era stato trasformato dalla strega fece uscire dalle grandi acque del fiume il suo esercito nascosto. Grazie alla maga buona ritornarono ad essere uomini come erano stati una volta. Tutta la corte che per tanto tempo era stata addormentata dal´incantesimo della strega si svegliò. Presi dallo stupore videro Zagornia legata nella gabbia bianca con la magia e il loro re accanto a Haralmak di fronte. Il principe ordinò che fosse bruciata viva immediatamente. I soldati eseguirono l’ordine. Venne dal principe anche la sua regina Elise assieme a tutta la famiglia. Poco dopo la scomparsa del fumo nero, riapparve il sole brillando in tutta la sua potenza. Il cielo fu di nuovo sereno come il cuore di tutto il regno glorioso del principe Thales di Kordonika. La gioia della gente fu grande ma durò soltanto tre giorni perché la principessa Elise si ammalò e morì inaspettatamente. Sul letto di morte lei ordinò al suo re di partire per sposare la principessa Luminia. « Lei ci ha salvato il Regno. E degna di essere la tua sposa e regina. » Detto questo sospirò e morì. Fu sepolta nel giardino di Kalyn, con grandi onori e canti. Il popolo la pianse per un mese intero. Passato il mese, il principe Thales andò dal castello del re Haralmak e chiese la mano della sua amatissima figlia, la bella Luminia. Essendo tanto innamorato la sposò. In una grande festa che durò tre mesi e tre notti dove avrei voluto tanto esserci anche io presente, mise insieme i due regni e regnarono assieme felici, in prosperità, gloria e giustizia per molti, molti lunghissimi anni.

Il Signore dei castelli

Era un bel giorno normale d’autunno quando, nel regno di Weber il Grande arrivò l’imprevista notizia che le cinque contee della ampia regione di Bukadar, in Germania si erano riunite per cominciare guerra contro di lui. Attirati dalle sue moltissime ricchezze volevano sconfiggerlo e distruggerlo. Quando la figlia più grande del re, Brunna vide volare molti uccelli sopra le grandi torri ebbe come un presentimento. Salì di sopra più in fretta che poteva sui scalini, quasi investendo le guardie del palazzo. « Presto, spostatevi! » Ordinò lei. Non appena fu nella torre guardò in avanti per vedere se stava succedendo qualcosa. Non si sbagliava. Il suo buon intuito, l´avvertì per tempo. Lontanamente vide muoversi velocemente una nuvoletta grigia di polvere. Erano gli numerosi eserciti dei Conti di Bukadar che si erano alleati contro il suo padre. Capendo subito il pericolo non perse più un secondo. Scese le scale in fretta e ordinò a uno dei soldati di suonare l’allarme. Quelli dissero di prepararsi alla guerra perché presto i loro nemici arriveranno alle porte. Il re Weber sentì le urla dei soldati e uscì sul terrazzo del suo palazzo per vedere cosa stava succedendo. « Alla guerra! Arrivano! Arrivano! » Le loro grida forti svegliarono tutto il castello. La figlia Brunna incontrò presto il re e le disse quello che aveva visto dal’ alto della torre. Un momento dopo tutti e due entrarono nella sala del trono. Mentre il re dava indicazioni ai suoi generali, come e dove organizzare le loro truppe nella sala apparve Audora, lo stregone del regno. Disse: « Mi sia permesso Vostra Maestà di parlare. » Il re Weber che apprezzava da sempre i suoi consigli, fece segno di avvicinarsi. Il mago dai lunghi abiti grigi e capelli neri lisci disse: « Per molti anni vi ho servito mio Signore, grazie ai miei consigli e anche alle nostre potenti e coraggiose truppe abbiamo sempre vinto. Ora, invece Maestà io vorrei dirvi una cosa totalmente diversa. « E sarebbe? » Chiese il re un po’ sorpreso dalla piega che stava per prendere il discorso dello stregone. « Non possiamo vincere questa volta. I nostri nemici sono troppo potenti. Non le parlerei se non fossi assolutamente sicuro. » Rispose Audora. « E che proponi allora? » Disse il re irritato. « Non possiamo consegnarle la città. Uccideranno tutti, bambini, donne e anziani compresi. « No, non possiamo » Rispose quello snervato. « Esiste un modo per evitare tutto questo. » « E quale? » Chiese tutto ad un tratto il re ansioso. « Date ordine che tutti bambini, le donne e gli anziani escano subito dal castello dalla parte ovest delle mura. Lì possono subito addentrarsi nel bosco. Poi si possono rifugiare nelle caverne. Io e i soldati resteremo tutti alle mura, ad aspettare questi nemici. Diremo loro che e il re é scappato e che vogliamo consegnare il castello nelle loro mani. Non appena tutti questi conti si saranno radunati nella sala del banchetto a festeggiare io chiuderò le porte e farò arrivare voi e tre quattro soldati più fidati. Cosi potrete ucciderli e riprendere il castello. » « Aspetta, aspetta … hai detto che farai apparire me? Che vuoi dire? Da dove? » « Ecco, Vostra Maestà di questo vi devo parlare adesso. Con la mia magia vi posso far sparire ed entrare in una bottiglia. Voi assieme a vostra regina e le due figlie. Credetemi funzionerà perfettamente. Se mi date l’accordo lo faccio subito. Le loro armate sono troppo numerose. Non possiamo vincere. L’unica soluzione che vedo per salvare voi e la vostra famiglia e questa. Non appena sarà arrivato il momento giusto tornerete e riprenderete il vostro trono e i vostri cinque castelli dalle contee. » Il re avendo ascoltato tutto quanto, rimase meravigliato dalla inaspettata soluzione che il mago aveva preso. «Non so cosa dirti. Sei sicuro che funzionerà il tuo piano, Audora? » «Si, Maestà. Sono sicuro. Non esiste altro modo. Almeno che il mio re non voglia affrontarli tutti quanti in battaglia. Ma io non ve lo consiglio. Perderete di sicuro. » Il re diede un occhiata alla sua figlia Brunna, poi alla sua regina Cesala e poi alla figlia più piccola Teodosia. Fece silenzio per un attimo. Alla fine accettò stressato anche dal poco tempo. I suoi nemici si stavano avvicinando sempre di più. « Va bene, fai come hai detto. Presto! Date ordine che tutti gli bambini, anziani e donne escano dalla parte ovest del castello » Prese la mano di sua regina che lo guardava con aria sorpresa e poi abbracciò le due figlie. « Coraggio, ce la faremo. » Poco tempo dopo Audora pronunciò il suo potente incantesimo. Portò la bottiglia, aprì il tappo. Un fumo verde apparve subito e avvolse il re, la regina e le due figlie. Poi entrò velocemente nella bottiglia. Il mago Audora ebbe fretta di mettere il tappo. Poi prese la bottiglia e la mise nella parete della sala del trono dopo aver tolto un mattone. Rimise poi la pietra rossiccia e corse a vedere se stavano arrivando le truppe nemiche. Aveva appena fatto in tempo che quei numerosi eserciti di quei conti erano già vicino alle porte. Attraversarono il ponte sopra il fiume e furono al grosso portone d’acciaio. «Aprite, Re Weber! Consegnate subito il castello maggiore e sarete risparmiato. » Il mago Audora, in quel momento venne sopra la torre principale e disse: « Il re é scappato con sua regina e le due figlie. Sono rimasto io a suo posto. Dovete trattare con me adesso. » I conti alzarono, dai loro cavalli le loro teste spavaldamente. « Che cosa vuoi? Vuoi forse combattere con noi? Non te lo consiglio. Perderesti di sicuro » Audora rispose che conosceva la loro potenza e che non ci aveva pensato minimamente. Disse comunque che desiderava una sola cosa, se avrebbe aperto le porte del castello. Chiese che le fosse dato un castello a nord, in sua custodia, quello di Brukenheim. I conti si guardarono appena. Poi annuirono. In un attimo il grosso portone di metallo si aprì e i cinque conti, una volta al servizio di Weber entrarono con un aria prepotente al´interno. Furono seguiti presto da una grossa parte del´esercito. Quando più tardi si furono radunati nella sala ufficiale del banchetto dissero ai soldati del re Weber che avrebbero risparmiate le loro vite in cambio della loro totale obbedienza a ciascuno dei capi delle contee. La maggior parte fu d’accordo. Qualcuno no, ma non ebbe il coraggio di dirlo e cosi i conti pensarono che fosse un si. Mentre stavano ancora mangiando, Audora si avvicinò a uno di loro, e disse: « Visto che é andato tutto bene, Phillip? Te l’avevo detto di fidarti di me. » E sorrise poi maliziosamente. Quello rise anche lui e li diede una pacca sulla spalla. Da quel momento Audora e i cinque conti divennero i capi assoluti del regno di Weber, di tutte le sue ricchezze, dei suoi castelli, di tutte sue terre. Gli anni passarono. Imposero il loro controllo assoluto e se la spassarono per bene. Risero del re e lo presero in giro ogni volta che ebbero l’occasione. Passarono ancora molti anni e alla fine morirono tutti, il mago incluso. Ebbero fine anche le loro discendenze. Con il passare dei secoli il mondo cambiò e l’epoca dei re scomparve. A suo posto si istaurò la democrazia. Il governo era ora quello che decideva tutto quanto nel paese. Tutti i castelli del re Weber vennero sotto la custodia dello stato. Il castello maggiore divenne una cosa bruta e banale, come una chiesa sconsacrata. Inabitabile. Non fu nemmeno considerato come attrazione turistica. Gli altri castelli invece mantennero qualche traccia di vigore ed interesse. In un giorno, precisamente nel mille novecento novantacinque successe che una bambina di nome Gledar, in età di nove anni si avvicinò per giocare, alle rovine del castello. Incuriosita andò anche in quel poco che rimase dalla sala del trono. Era pieno di erbacce e sassi sparsi qua e là. Per divertirsi prese un sasso da terra e cominciò a tirare verso la finestra della parete. Intendeva farlo passare in tal modo che arrivasse dal´alto nel laghetto di sotto. Riuscì con uno, due, tre sassi. Rise compiaciuta. Quando prese il quarto sasso, lo lanciò nel muro proprio nel mattone che copriva la bottiglietta famosa del mago. Il mattone al contatto con il sasso si mosse. La ragazza lo capì e andò subito a vedere da vicino. Vide che il mattone si era mosso ed ebbe il pensiero di tirarlo fuori con la mano. Lo fece e si meravigliò a vedere che dentro ci stava una bottiglia antica. La prese in mano. Aveva il vetro rossiccio. Nessuna etichetta. Era chiusa ma vuota. Gledar pensò che fosse una volta una bottiglia di vino. Aprì il tappo. In quel momento dalla bottiglietta colorata uscì un fumo verde. Quando cominciò a disperdersi per aria la ragazza vide apparire quattro sagome di persone. Stavano ora in piedi, davanti a lei. Distingue presto un uomo intorno ai quarant’anni con i capelli lunghi, neri a boccoli. Indossava una corona gialla che pareva d´oro e indossava un vestito da altri tempi. Abito lungo meravigliosamente lavorato con due fiori bianchi e bottoni grossi. Dietro aveva un mantello. Era completamente rosso. Lunghi stivali marroni, in pelle. Poi vide le altre tre persone. Erano tre donne. Una più grande di età e due più piccole. La più grande aveva una corona anche lei sulla testa. Un abito lungo fino a terra e le maniche lunghe che coprivano gran parte delle mani. Aveva i cappelli biondi tirati al´indietro, lisci. Le due bambine sembravano ad essere sorelle perché assomigliavano. Una era mora e l’altra aveva i capelli biondo scuro. Erano bellissime. Sia nel viso che nel loro vestire. Azzurro e verde erano il colore dei loro abiti. Una di loro era più grande, forse di tre anni. Trasmettevano una certa autorità, una bellezza ed eleganza da altri tempi, completamente scomparsi. La ragazzina ne fu cosi sconvolta che si grattò gli occhi per vedere se tutti quelli erano scherzi della sua mente. O fantasmi. Chiuse gli occhi e gli aprì velocemente. Tutte quelle persone la guardarono incuriositi. « Chi siete? » Chiese lei impaurita. « Siete fantasmi? O siete demoni? Vi avverto, statemi alla larga che ho un crocifisso santo da Gerusalemme. » E subito mise la mano al petto per prenderlo. Il re, la regina, le loro due figlie furono altre tanto sconvolte a vedere dinanzi ai loro occhi quella bambina. Vedendola vestita con quei strani vestiti e sentendola parlare in quel modo. Le sue parole erano in tedesco ma era un tedesco strano, deformato. La pronuncia era diversa e la tonalità era strana. « Chi sei bambina? Dove siamo? » « Io sono Gledar. Ho nove anni soltanto ma vi avverto ancora, se mi volete rapire o fare del male vi colpisco con questo crocifisso. Capito? Non ho paura di voi, spiriti immondi. Andatevene! Andatevene! » Disse lei con aria agitata e indietreggiando di un passo. « Tranquilla » Disse il re Weber con calma. « Non siamo spiriti immondi e non vogliamo farti del male. » « Calmati piccola » Disse anche la regina. « Nessuno qui ti farà alcun male. » Risposero anche Brunna e Teodosia. « Il re, e subito anche tutte e altre si guardarono attorno a loro. Pareti in deturpazione, mucchio di pietre cadute, erbacce e polvere dappertutto. «Che cos´é questo posto? » Chiese il re. «A cosa assomiglia secondo te, a un vecchio castello in rovina. Non é ovvio? » Rispose sicura la bambina. Stavo giocando qui tirando dei sassi sulla finestra. Volevo farli arrivare al lago. Una delle pietre ha colpito un mattone e cosi ho trovato la bottiglia. Voi siete usciti da dentro dopo l’intenso fumo verde. » Rispose lei con aria pimpante. « Siete sicuri che non siete dei spiriti? » Chiese ancora la piccola. « Non siamo spiriti, siamo fatti di carne come te. » Rispose Weber facendo dei passi in avanti per guardare sempre con aria molto stupita. « Ancora non mi avete detto come vi chiamate. » Fece notare la bambina. « Io sono il Re Weber, questa é la mia sposa, la regina Cesalia, loro sono le nostre figlie, Brunna e Teodosia. » «Piacere piccola » Dissero loro sorridendole. « Re Weber hai detto? » « Si, perché ce lo chiedi? » Vuole sapere l’uomo. « Ooh! » Fece Gledar coprendosi la bocca con la mano. « Non può essere! Tu sei Weber il Grande, una volta signore dei cinque castelli di Buckadar, scomparso in circostanze misteriose dalla storia di questo paese. Abbiamo studiato a scuola di te. » « Ah si? » Chiese il re sorpreso. « Aspetta un attimo! Hai detto scomparso dalla storia? » Chiese lui velocemente. «C’é stato un momento nella storia di questo paese quando le cinque contee: Detak, Brula, Lelapar, Qika e Gelag con i cinque conti si sono uniti contro di te e sono partiti per conquistare il tuo castello maggiore. » « Si esatto! » Rispose il re eccitato. « Come mai che sai queste cose …? » In un attimo il re capì. «Al momento del´attacco tu sei sparito assieme alla tua regina e le tue due figlie. La storia ha perso poi traccia delle tue orme. Nessuno ha mai saputo nulla di voi. » Disse la bambina. « Audora! Quella serpe ci ha ingannati Cesalia! » Disse il re guardando verso la sua sposa. «Doveva tirarci fuori dalla bottiglia incantata al momento del banchetto! Come sono stato un imbecille a fidarmi di lui! Mi ha sempre aiutato e consigliato bene in passato. » « Io non ci ho mai avuto fiducia completa in quel stregone! » Disse la figlia più grande, Brunna. « Pappa, dove siamo? Che succede? » Disse la dodicenne Teodosia. « Oh mio Dio! In che anno siamo? » Chiese lui sconvolto. « Per quanto tempo siamo stati tenuti qui dentro in quella dannata bottiglia del mago? » Urlò lui fortemente. «Siamo nel anno mille novecento novantacinque. » « Oh mio Dioo!! » Gridò per la seconda volta il re. Stava agitando le sue mani per aria dai nervi. « Siamo stati dentro quella bottiglia … » « Per quasi settecento anni… » Rispose Brunna e la Regina in una sola voce. « E questo posto fetente con queste erbacce e sassi sparsi ovunque sarebbe quello che é rimasto dal mio grande e splendente castello? » Chiese il re Weber. « Temo di si, signore! » «Per la miseria! Maledetto Audora! Come ha potuto ingannarci cosi? Dov´é? Voglio sapere dov´é? Io lo ammazzo! Lo ammazzo! » « Tesoro » Disse la regina cercando di prenderlo per mano e cercando di calmarlo. « Tesoro, tesoro» « Che c´é? Cosa c’é adesso? » « Credo sia già morto da un pezzo » Le parole ebbero il potere di far calmare il re. « Ah, va bene allora! » Uscendo fuori da quelle rovine il re pianse fortemente quando vide come era tutto cambiato. Alcune persone, vestiti con vestiti moderni, in blue jeans e la giacca arrivando vicino a quel posto si misero a ridere di gusto vedendoli vestiti in quei vestiti. « Guardate! Guardate a questi idioti! Ha ha ha! Hei voi, dove andate vestiti cosi? Il carnevale é a ottobre! » Il re Weber, molto nervoso voleva andare subito a colpirlo sulla bocca. Ma la regina Cesalia, avendolo intuito strinse il re forte per la mano. « Lasciali stare, loro non sanno chi siamo » La bambina che gli aveva liberati disse: « Idioti siete voi, con i vostri pantaloni bucati e quei cappelli da pazzi. Non avete idea con chi parlate! Questo Signore… questo é » « Non una parola » Fece segno con la testa la regina Cesalia, di tacere. Andarono via lasciandosi dietro quelle persone che continuavano a ridere e prendersi gioco di loro. La bambina disse che non era bene per loro camminare cosi. Disse che sarebbe stato meglio se sarebbero andati con lei a casa sua. Non avendo altre alternative, acconsentirono. Anche perché avevano capito che quella bambina era una brava persona. Tutte le cose che videro nel loro cammino parvero loro incredibili. Quanto era cambiato il mondo! Il Re e la Regina camminarono dietro alla loro guida ubbidienti. Ogni tanto facevano domande a questo e a quello, che cosa sono e la bambina spiegava loro ogni cosa. Tutti quei nuovi amici non smettevano mai di stupirsi. Dopo circa mezz´ora arrivarono vicino ad un campo di grano. Alla destra videro una piccola casetta di legno. Glendar abitava con sua nonna, da sempre. Non aveva mai conosciuto i suoi genitori perché questi erano morti in un incidente di macchina poco dopo la sua nascita. Fratelli non ne aveva. Manco uno. Solo un gatto. La bambina chiese a tutti di entrare. La nonna non era a casa, era andata a fare la spesa in bicicletta al supermercato Rischart. Glendel disse che dovevano assolutamente cambiare i vestiti. Nel suo mondo tutti avrebbero detto che erano dei pazzi se li vedevano in giro cosi, come già successo prima. Il re e la regina capirono che dovevano adeguarsi al nuovo mondo. Glendar, aveva trovato nel vecchio magazzino in un grosso cofano vecchi vestiti di suo padre e li diede tutti al re Weber. Nel armadio di sua nonna la bambina trovò vestiti di sua madre e li diede alla regina Cesala. Dal suo armadietto invece trovò vestiti ottimi per le due figlie, Brunna e Teodosia che erano più o meno della sua età. Dopo che tutti si furono cambiati la bambina raccolse tutti quei vestiti del´epoca e le racchiuse nel grande cofano del magazzino, assieme alle corone d´oro del re e della regina. Chiuse tutto a chiave. Mise poi la chiave in tasca. Proprio in quel momento arrivò la nonna a casa. Glendar ordinò loro di tacere e di lasciar parlare lei. La nonna scese dalla sua bicicletta blu con un grande zaino bianco in mano. La nipote disse alla nonna che voleva aiutarla con lo zaino. Prendendolo nella mano lei disse che avevano dei ospiti. Si inventò una storia che gli venne in mente in quel momento. Disse che erano una famiglia da un villaggio del nord, che ancora parlavano molto del tedesco antico, che nel loro villaggio era arrivato una grande alluvione e aveva distrutto completamente la loro casa, e aveva portato via tutti i loro beni. Alla fine disse che erano venuti alla ricerca di fortuna, essendo decisi di crearsi un futuro li, nel sud. La nonna Claudia credette tutto quanto senza sospettare nulla. « Oh poverini! » Disse lei mettendosi una mano alla bocca, commossa. « Ma é terribile! Io… io no so cosa farei se succederebbe a me una cosa del genere! Dobbiamo aiutarli! » Claudia da sempre é stata una donna di grande cuore. Trovandosi poi faccia a faccia disse: « Buongiorno! Io sono Claudia » Porse la mano inizialmente al re. « Piacere signora, io sono Weber » Rispose il re con una voce rocca. La nonna Claudia rimase per un attimo con la mano per aria, aspettando che quel uomo gliela strinse. Vedendo che quello non reagiva al suo saluto disse. « Oh perdonatemi, siete ancora nello shock. La mia nipote mi ha raccontato tutto. Che disgrazia. Avete perso proprio tutto? » Il re e la regina si guardarono per un momento. « Si, signora, é cosi. Abbiamo perso proprio tutto! Ha detto proprio bene. » Glendar, essendo dietro la nonna faceva segno con la mano alla regina cercando di farle capire che doveva rispondere al saluto della nonna, porgendogli la mano. La Regina che era sempre stata una persona molto sveglia, comprese. Avvicinandosi alla vecchia alzò la sua mano destra. « Piacere signora, il mio nome e Cesala, sono sua moglie. » La nonna porse anche lei la mano e strinse quella della regina contenta. « Queste sono le nostre figlie: Brunna e Teodossia. » Le due bambine fecero un inchino elegante. « Piacere signora Claudia! Noi siamo principesse. » Dissero loro in una sola voce. « Che carine che siete! Ma certo, certo che siete principesse. » Le bambine sorrisero. « Venite dentro, sicuramente avrete fame. Glendar, tira fuori dallo zaino quelle due buste di fegatini, la bottiglia di olio di olive, il pane e la bottiglia di vino. Tutte le altre cose mettile nel frigo. » Disse la nonna tutta premurosa. « Si nonna, subito. » Glendar era più che contenta. La nonna si mise subito un grembiule verde addosso, e iniziò a muoversi per la casa per preparare la cena. Chiese ai ospiti di sedersi sulle sedie di legno intorno al tavolo. « Ho visto che avete indossato i vestiti del magazzino del mio figlio e sua moglie, e della mia nipote. Poverini! Manco vestiti buoni avevate. » Interviene Glendar che disse: « Erano molto vecchi nonna, dovevano per forza cambiarli. » « Vedere quei vestiti su di te Weber e Cesala, mi ha fatto tornare in mente i vecchi tempi. Povero mio figlio e povera madre di Glendar! » Sospirò con affanno lei. Alcune lacrime le vennero agli occhi in quel momento. Ma subito le asciugò con la manica della sua flanella. Dopo non molto mangiarono. Prima il re e la regina avevano chiesto di darle una mano alla vecchia, ma lei aveva rifiutato dicendo che non se ne parla proprio, erano a casa sua ed erano ospiti. Al re il vino pare molto buono. Chiese subito: « Che vino é questo signora Claudia? Veramente eccellente! » « Weiss Burgunder » Rispose la donna. « Piaceva tanto anche al mio marito, che Dio lo faccia riposare in pace. » Aggiunse lei ora allegra. Le bambine mangiavano i fegatini con gusto e delle fette di pane con olio di olivo. La regina sorrise e ringraziò. Glendar aveva dato da mangiare nel frattempo anche al gatto. Dopo la cena tutti sentirono il rumore del temporale. Una pioggia intensa bagnò l´intero campo del grano. La nonna di Glendar chiese alla sua nipote di preparare le due stanze di sopra. Disse che lei e sua nipote sarebbero rimaste a dormire di sotto, nella cucina. Il secondo giorno il re volendo ringraziare la donna chiese se aveva bisogno di aiuto nel lavoro. La stessa cosa chiese anche la regina. La nonna settantenne fu d´accordo. Mi ero dimenticato di dirvi che questa donna non aveva ne radio ne televisione, essendo che la pensione era troppo bassa, aveva considerato tanto tempo fa che non ne aveva bisogno. Infatti si stava benissimo anche senza. Ogni tanto leggeva qualche libro che se lo portava dalla Biblioteca Comunale di Kalaria. Siccome era tempo di raccogliere il grano, lavorarono tutti quanti a fare questo. Nessuno degli ospiti sapeva cosa fare, si scusarono dicendo che appunto non avevano mai fatto quei lavori ma che volevano imparare. Poco a poco, il re e la regina, assieme alle loro due figlie si abituarono a vivere nel mondo di Glendar. Weber tagliava la legna quando serviva, la regina prendeva acqua dal pozzo, le bambine davano da mangiare ai tre agnellini, alle tre galline, alla mucca, ai due maialini e al capretto bianco con una stella nera in fronte. Impararono tutto il lavoro che bisognava fare. Il re ogni tanto zappava la terra, mungeva la mucca, si occupava del giardino dei fiori e di legume della nonna. La regina aveva imparato a lavare, cucinare, stirare, pulire, raccogliere, tutto tutto. Le bambine erano cominciate ad andare a scuola assieme a Glendar ed erano diventate molto brave. Il re e la regina non pensavano che fosse cosi difficile fare i contadini. Ogni mattina, a parte la domenica si alzavano alle sei. Nonostante la fatica, non si lamentavano mai e cercavano sempre di avere la buona volontà per fare tutto. Il re aveva imparato a falciare l´erba, a potare gli alberi di frutta, a piantarne altri, a pescare. La famiglia regale fece quella vita per tre lunghe primavere. Quando arrivò l´estate del terzo anno Weber decise alla mattina di uscire nella foresta vicina per tagliare un albero. Lasciò le sue figlie e la moglie a casa. Quel giorno avevano deciso tutte di fare il pane e le ciambelle col la marmellata di albicocche. Nella foresta il re iniziò a tagliare un albero. Dopo i primi tre quattro colpi una voce lui senti. « Non farlo, Maestà! Maestà! Non distruggere la mia casa! » Il re, meravigliato si fermò. Un uccellino di colore rosso col becco azzurro venne in volo da lui e si pose sulla sua spalla destra. « Maestà! Grazie di cuore. Ho la mia casa di sopra con i miei cinque uccellini neonati. » Il re, ancora molto meravigliato, sopratutto perché aveva sentito quel uccello parlare rispose: « Mah… tu parli? Chi sei, come mai sai chi sono. » Quel essere piccolino disse: « Tu sei il re Weber il Grande, del medioevo. So perché sei qui. Normalmente non parlo con voce umana. Ieri notte é venuta una donna bellissima preso questo albero, tutta vestita di luce e mia ha detto la tua storia. Come sei stato ingannato dal mago Audora, come hai perso il tuo regno, e come la tua discendenza ha avuto fine a causa di quel antico inganno. Come sei stato liberato dalla bottiglia che ti teneva prigioniero. Alla fine mi ha dato in dono la voce umana per poterti parlare. E il potere di riportarti indietro. Quando tu sei pronto, io aprirò la porta del passato e potrai tornare assieme alla tua famiglia, nella tua epoca. » Il re rimase completamente sconvolto delle parole che aveva appena sentito. « Stai dicendo sul serio? E chi é questa donna, dov´é? Puoi davvero portarmi indietro? » « Si, oh re, io posso e se lo desideri, quando vedrai il primo giorno della quarta luna piena io arriverò nel tuo castello e ti sarò consigliere giusto e fedele, perché la Dama Luminosa ha messo dentro di me il soffio vitale della saggezza. Sei d´accordo? » « Se sono d´accordo? » Gridò lui fortemente. « Certo, certo! Certoooo! » Il re non stava più nella sua pelle dalla gioia. « Vieni domani al alba qui da me. » Aggiunse alla fine quel uccello con voce umana. Il re corse subito per dare la notizia alla sua famiglia. La Regina e le due figlie furono felicissime, di sapere di questo straordinario miracolo che stava accadendo nella loro vita. Quel giorno mangiarono il pane e le ciambelle con la marmellata con occhi luminosi di gioia, ringraziando il cielo che finalmente potevano tornare a casa, nel loro mondo. Dissero alla nonna Claudia e alla sua nipote che dovevano partire subito all´alba. Quelle si rattristarono perché ci si trovavano molto bene con loro, ma accettarono la loro giusta decisione. Il re taglio tutta la legna che c´era da tagliare, e fece una grossa catasta davanti al fienile. Perché volle che la donna che le aveva fatto tanto bene potesse avere legna da ardere a sufficienza per tutto l´inverno. Si salutarono e alla sera andarono a letto. Glendar portò loro tutti i vestiti regali e si cambiarono, mentre la nonna dormiva. Alle prime luci del alba, partirono verso la foresta. La bambina Glendar pianse e diede loro saluto per ultima volta. Poi tornò a dormire. Il re e la regina arrivarono davanti al albero dove c´era l´uccelino parlante. Una porta luminosa era aperta e gli attendeva. « Andate! Entrate presto, ho soltanto il potere di tenerla aperta per un solo minuto. » Il re, la regina e le due bambine attraversarono la soglia di quella porta incantata. Videro tutti una grande luce avvolgergli completamente. Pochi momenti dopo, si trovarono tutti nel castello maggiore del re Weber. Da dove erano scomparsi, settecento anni fa. Il re Weber era nella stanza del trono, che passeggiava. Presto arrivò la sua figlia Brunna che le fece sapere del´arrivo delle truppe nemiche. Presto davanti al re fu anche il potente mago Audora. Appena lo vide, il re si ricordò del suo inganno. Fece finta di ascoltare le sue parole. Quando lo stregone si girò a sinistra il re tirò il suo pugnale pregiato, affilatissimo e gli tagliò la gola con un bel colpo, preciso. Il mago Audora, con aria incredula mormorò appena: « Mio Re, perché? » Il re facendo un passo in avanti rispose: « Serpente velenoso e traditore! Pensi che non so cosa volevi proporre? Pensi che non so di quella maledetta bottiglia dove volevi imprigionare me e la mia famiglia? » Audora spalancò gli occhi ancora più sconvolto di prima. Con le mani insanguinati barcollando pronuncio le sue ultime parole: « Come… come sai di questo? Impossibile… impossi.. bi..le. » Detto questo cade a terra morto. La Regina che era vicina ebbe un sussulto di gioia. « Portate via questa miseria dal mio palazzo! Pulite per terra, non voglio vedere nessuna goccia del sangue di questo traditore! » Le guardie del re risposero al loro giusto e potente sovrano: « Si, Maestà. Come tu desideri. » Mentre quelli portarono via il corpo, vennero altre guardie e chiesero ordini riguardo quei cinque conti arrivo. Il re Weber, con uno sguardo fiducioso e luminoso sfoderò la sua spada d´oro e gridò: « Alla guerra! Che arrivino pure! Se vogliono la guerra, guerra avranno. Presto! Chiudete tutti i cancelli! Portate tutti gli arcieri che abbiamo sopra le mura principali e sopra le quattro torri. Preparate il mio esercito. Portate l´olio. Fratelli! Non avete paura, del loro grande numero. Confidate in voi, combattete con coraggio e vinceremo! » Dopo tre quarti d´ora le numerose truppe dei cinque conti iniziarono il lungo assedio. Dopo un mese di sanguinanti battaglie il re Weber prevalse su tutti suoi nemici. Catturò i cinque conti e gli impalò davanti alla Piazza del Popolo. Prese possesso dei loro regni e diventerò ancora più potente di prima. La sua discendenza durò per nove secoli in prosperità e giustizia. E in ogni generazione si cantarono tutti i suoi prodigi, anche adesso quando i bambini vanno a scuola in questa nazione si può sentire ancora parlare di lui.

La Mano del Cavaliere

Tanto tempo fa, quando i fiori dolci di Miramar potevano ancora sorridere ai viaggiatori delle Terre Di Cristallo viveva un uomo molto vecchio in una piccola casetta di pietra nelle montagne. Era cosi vecchio che la sua barba bianca toccava la terra, e faceva fatica a camminare. Forse aveva duecento anni, secondo alcuni, trecento secondo altri. Nessuno sa dire con precisione. Le sue sopracciglia anche esse bianche gli coprivano completamente gli occhi. Per questo motivo non riusciva a vedere. Una piccola farfalla azzurra, di nome Eugenia veniva spesso a casa sua per tenergli compagnia e aiutarlo. Eugenia gli voleva tanto bene. Ogni volta che lui aveva bisogno di camminare lei gli sospirava nel suo orecchio destro, (l´unico con quale poteva udire), indicandogli la via. Ogni volta che lui cercava delle cose e non sapeva dove le aveva messe ci pensava Eugenia. Erano molti anni che vivevano assieme. Grazie a lei, il vecchio non si sentiva mai solo, e poteva vivere una vita normale. In un giorno il vecchio, si mise a letto e si addormentò. Dormi un ora, dormi due, dormi quattro e cosi via fino quando arrivò la sera. Quando fu sveglio non si rese conto che in casa c´era del fumo. Per qualche inspiegabile motivo la sua casa aveva preso fuoco. « Olovir! Olovir! Svegliati! » Gridò la piccola Eugenia dalla finestra, tutta spaventata. Il vecchio barbuto, alzatosi, avverte vagamente la voce della sua amica. La sentiva parlare ma non capiva cosa cosa stesse dicendo. Nel´altra stanza, nel frattempo le fiamme stavano già consumando tovaglie, tende e tappeto, assieme alla grande scopa di legno. Il fumo alleggiava sempre più intensamente facendo sempre più difficile respirare. Olovir fece due passi nella direzione dove ebbe sentito qualcuno parlare. Avvicinandosi disse: « Chi sei, Che cosa vuoi? » La piccola farfalla azzurra sbattendosi verso il vetro della finestra che chiusa era, gridò più forte che poteva: « Olovir! C´é fuoco!Fuoco! » L´anziano, trovando finalmente la finestra con la mano, la apri. Eugenia venne subito nel suo orecchio destro e grido in quel momento molto forte: « Fuoco! Fuoco! La casa sta bruciando! Olovir devi uscire subito! » « Cosa?! » Chiese il vecchio sconvolto. « Come? Dove? Ma come é possibile! Dobbiamo spegnerlo! » Urlo lui impaurito. « Non c´é tempo, devi uscire fuori subito! Il fuoco sta arrivando qui! » Gridò subito Eugenia. « Ma non posso, non posso come faccio?Oh Mio Dio! Morirò! Morirò! » Gridò lui con gli occhi in lacrime. Le mani gli tremavano, e anche le gambe. Cercando di camminare mise male il piede a terra. Inciampò e cadde in avanti. La farfalla lo chiamò per nome, sempre più disperata. In quel momento le fiamme arrivarono alla sua barba che prese subito fuoco. La piccola creatura riuscì come per miracolo di volare fuori della finestra. Giusto in tempo. Un ondata di fiamme coprirono tutta la stanza. « Olovir no! Olovir! » Urlò la piccola farfalla. Dopo qualche minuto Eugenia vide da fuori che il fuoco aveva iniziato a spegnersi, stranamente. Incuriosita decise di entrare nella stanza. Tossendo forte e piangendo. Quando fu dentro, si aspetto di trovare il suo amico Olovir morto, arso ormai dalle potenti fiamme. Rimase ferma per aria con gli occhi aperti come se avesse visto un fantasma. Davanti a se, non c´era più il vecchio uomo con la barba bianca lunga fino a terra e le sopracciglia pesanti e lunghi che gli coprivano gli occhi. Ma, un bel giovanotto dagli occhi azzurri, cappelli neri corti, tutto vestito da una armatura scura, molto bella. Lavorata nei minimi dettagli, e marchiata con una corona d´oro. Eugenia rimase, completamente sconvolta. « Olovir! Sei tu?Ma come é possibile? » Chiese lei con una mezza voce. « Eugenia! Si, mi ricordo di te. Tu mi hai voluto veramente bene. » Disse il giovane sorridendo. Il fuoco si era già spento miracolosamente e la farfalla azzurra aveva visto con grande stupore come le ultime fiamme venivano assorbite dalla armatura del cavaliere. « Si, Io sono il principe Olovir. Come ero prima del malvagio incantesimo di Caiascia, la strega delle terre del Nord. Il fuoco! Il fuoco mi ha fatto ricordare tutto. Mi ero dimenticato chi ero e per tutto questo tempo… Duecento cinquantasette primavere ho giaciuto senza memoria del mio regno, della mia vita di prima. Ma ora sono libero. Libero! Libero! Finalmente! » Grido l´uomo gioiosamente. La piccola Eugenia, sorrise. « Ma come é possibile? Eri legato ad un incantesimo? » Il maestoso cavaliere disse: « Si Eugenia. Io sono il principe Olovir, dalle terre del Nord. Sono andato a caccia un giorno con i miei soldati e siamo caduti in una trappola. Pensavamo di essere sulle tracce di un grosso cervo. Ne avevamo seguite le sue traccia nella Foresta Nera, finche eravamo arrivati davanti ad una grande quercia. Li le tracce erano completamente sparite. Quando avevamo pensato che potrebbe essere una trappola, per tuti noi e stato troppo tardi. Una risata demoniaca avevamo sentito pochi istanti dopo. Una nebbia era arrivata e aveva inghiottito tutti i miei uomini. Essendo solo, avevo sentito la voce di una donna venire dal´alto. Appena aveva parlato avevo capito subito chi fosse. Appena avevo capito chi fosse mi sono sentito senza scampo. » « Perché? » Le chiese la farfalla Eugenia che si era messa sulla sua mano. « Perché quella risata apparteneva alla strega più malvagia e più potente di tutta la Terra di Cristallo. Caiascia. Ultima discendente delle Regine Velate. Le più malvagie streghe che il mondo abbia mai conosciuto. L´avevo già incontrata molti anni prima di quel incontro, quando aveva giurato che mi catturerà e si prenderà il mio trono. Mentre ero al riparo delle mie mura, non ha potuto farmi nulla perché la fede e bontà della mia gente erano forti e proteggevano il mio castello. Li ero entrato nei suoi domini, dove il suo potere era maggiore del mio. » « Come ti ha catturato? » Vuole sapere la piccola farfalla che era diventata sempre più curiosa. « Non potevi combatterla? » Il principe, un po´rammaricato disse: « No, mia dolce amica mia, avrei potuto solo se avrei avuto nella mia mano la spada della luce di mio nonno, il re Keligiara. La strega aveva lanciato una rete scura su di me che mi aveva immobilizzato. Quando avevamo sentito quella risata demoniaca, il mio cavallo si era spaventato e si era mosso selvaggiamente in avanti, poi indietro e non so come, la mia spada mi cadde dalla mia mano. La Regina Caiascia mi disse che non mi avrebbe ucciso perché non poteva. » In te scorre il sangue del tuo nonno, il grande stregone della Luce, Keligiara. Maledetto! Non ti posso uccidere, ma posso fare che diventi vecchio in eterno. Perderai tutta la memoria di te stesso, e niente ti potrà far ritornare come prima. Ora il tuo regno é mio. Niente potrà misurarsi con il mio potere. Il tuo nonno non é più qui per difenderti, é passato Oltre Il Sentiero delle Aquile. Sei solo, e solo sarai per sempre! » Cosi mi disse quella belva. E da quel giorno, non la vidi più. Ricordo di aver girovagato per anni e anni in quella Foresta Nera senza sapere dove vado o cosa stessi cercando. Dopo qualche tempo imboccai una stradina fra gli alberi di pino che mi erano parso davanti. Non so per quanto tempo camminai su quella salita ma so che essa mi porta qui, in questa piccola casetta di pietra. Non trovai nessuno la dentro ma non appena entrai in essa, capii che stessi invecchiando velocemente capii che non potevo più uscirne. Poi sei arrivata tu, dolce mia luce mia luce, stella mirabile che mi hai illuminato il buio della mia solitudine! Tu sia benedetta! M hai servito bene, da quel giorno sei stato sempre con me » « Si, é cosi. Appena ti ho visto, ho sentito dentro di me che non ti dovevo lasciare. Qualcosa mi diceva di rimanere con te. » Rispose Eugenia, commossa. « Ma, il fuoco? Da che cosa é scaturito? » Domando poi il principe. « Non ne ho idea. Ero uscito di casa, ed ero andata preso le cascate di Iotunaj. Quando fui di ritorno vidi il fumo da lontano uscire dalla torre del primo piano e vieni velocemente ad avvisarti. » La piccola farfalla azzurra era ora sorridente. Saltò in volo dalla mano del principe e volo poi nel´altra stanzetta, per ispezionare. Quando arrivo in cucina non vide nulla di strano. Quando arrivo nel´altra stanzetta lo stesso. Eppure il fuoco c´é stato. Qualcuno ho qualcosa lo aveva accesso mentre Olovir il vecchio stava dormendo. « Mah, qui non c´é nulla! » Disse meravigliata Eugenia. « Che cosa aveva provocato il fuoco di prima? » « Già, é molto bizzarro. Forse un giorno lo scopriremo. » Rispose il principe. « Non pensiamo più a questa cosa. Grazie al Cielo sono libero! » Esultò lui un altra volta. « Che cosa farai ora? » Le chiese la piccola farfalla. « Devo tornare al castello dove ero principe. Vuoi venire con me? » « Si, Olovir. Ti seguirò ovunque. Andiamo. » In quel momento i due uscirono dalla piccola casetta di pietra sorridenti. « Quanto é distante il tuo castello? » Chiese la farfalla blu, allegra. « Non ne ho idea, molto tempo é passato e sicuramente i luoghi saranno cambiati. Ho paura di cosa troverò nel mio cammino. Ma su su, non facciamoci venire nuvolette per la mente. Avanti con coraggio, sono un cavaliere! » Sentenziò lui camminando a passo svelto. Il cielo era per il momento sereno. Mentre camminava, il principe Olovir non riconobbe nulla da quello che vide. Piccoli ruscelli che prima le aveva visti, ora non c´erano piu. Gli alberi erano spariti, un immenso prato verde si stendeva davanti ai loro occhi. Pochi uccelli volarono per aria. Presto incontrarono un uomo venire lentamente verso di loro. Era vestito a malapena, trasandato, stanco e magro. Dal cappello che indossava i due capirono che fosse un contadino. « Buon giorno, buon uomo, come va? » Disse il Principe Olovir. « Il giorno non é buono ma ti ringrazio straniero » Rispose il contadino a malapena. « Perché dici questo, che successo? » Vuole sapere Olovir molto incuriosito. « La mia terra é stata presa in custodia da uno sconosciuto guerriero. Ieri mentre stavo nella mia casa e mangiavo in pace il mio pane e bevevo dal mio calice il mio vino ho sentito un cavallo arrivare. Sono uscito fuori e poi… e poi… » Disse il povero uomo lacrimando. « E poi? E poi cosa? Che cosa hai visto, dimmi! » Lo visto. Un alto e maestoso cavaliere, con il mantello rosso e sceso ed venuto verso di me. Ha tirato fuori la spada, la puntata verso di me e ha detto: « Tutte le terre del Nord appartengono alla Regina, per suo ordine sono stato incaricato di prenderne possesso. Prendi le tue cose e prima che arrivi l´alba vattene! » « Ma, signore! Io non posso. Questa é la mia casa. Ho dei cavalli, il raccolto, la mia terra! » Gli risposi io amareggiato. « Uomo! Non te lo dico una seconda volta. Gli ordini della Regina vanno eseguiti. O preferisci lasciare qui la tua testa, anche essa nella mia custodia? » Il cavaliere col mantello rosso avanza di un passo, mi guardo e disse ancora: « La Regina sta arrivando. Presto tutta la terra sarà sua. » « La Regina? Quale Regina signore? Noi non abbiamo una regina. Dai tempi del re Wologarnia… » Replicai io, incredulo. « Ne avete una ora. E dovete obbedirgli tutti, o morirete! Domani al alba, arriveranno i miei soldati. E meglio che non ti trovino qui. » Detto questo, il guerriero se ne andò dal suo cavallo. Presto lo vide cavalcare velocemente verso i campi di grano. » Il principe Olovir sospiro, pensieroso. « Capisco. Mi dispiace di sentire tutto questo. Non ti ha detto il nome della Regina? » « No signore. » « E adesso che fai, dove stai andando? » Le chiese subito Eugenia, che aveva ascoltato tutto, con pazienza. « Vado da mio fratello nelle Terre del Sud. Soltanto la ho un posto dove stare, devo dirli quanto e successo. » Un attimo dopo, il povero contadino si allontana da loro. Dopo circa dieci passi fatti, Olovir lo richiamo: « Aspetta! Volevo sapere…. La Foresta Nera, c´é ancora? » « Si, signore, c´é. » Rispose quello con un viso cupo. « Devo andarci, come si può arrivare la? » Chiese Olovir dando l´impressione di sospettare qualcosa di grave. « Vai su questa strada. In fondo ad essa fai a sinistra, proprio dove ci sono le rune del Vecchio Mulino. Ma tu chi sei? Perché vuoi andare la? Nessuno ci vuole andare li. » Aggiunse il contadino. « Il mio nome non importa. Perché nessuno ci vuole andare? » Ma quel uomo non rispose anzi, iniziò a camminare più veloce. « Uomo, rispondimi! » Gli urlò il principe con aria nervosa. « Devo prendere la nave, per attraversare il fiume. Devo andare, devo andare! » Rispose lui intimorito. Qualcosa sembrava gli avesse dato paura. Eugenia disse: « Chissà perché non ti ha voluto rispondere. » « Lo scopriremo presto, andiamo! » Disse il principe Olovir. Il giovane cavaliere si sbrigò di percorrere la via. Nella sua mente affiorarono vecchi pensieri, parole… e promesse. » La piccola farfalla lo segue volando al livello della sua testa. Dopo circa una mezz´ora di camminata i due compagni di viaggio arrivarono al Vecchio Mulino. Proprio come aveva detto il contadino. Il Vecchio Mulino cos´era? Niente altro che un mulino di legno, vecchio e abbandonato. Usato come punto di orientamento dai mercanti, soldati, donne o viaggiatori del regno. Il Principe Olovir giro a sinistra assieme a Eugenia. Dopo circa dieci minuti intravidero la grande foresta. La Foresta Nera. Qui il principe ricordò tutto quanto era avvenuto mentre era arrivato con i suoi uomini. Ricordò come aveva perso la sua spada. La spada prodigiosa del suo nonno! Se solo la potrebbe ritrovare, pensò lui un po´ rattristato. Dopo un po di camminata fatta a caso, si ritrovò come per miracolo davanti alla vecchia quercia. Era in quelli pressi che aveva perso la sua spada. Vicino dove prima era stato un lago, ora non c´era soltanto un lieve ruscello che ondeggiava un po´qua e la fra vecchi tronchi tagliati. Grossi funghi erano sboccati nel´argine stretta da erbacce e fiori selvaggi. Mentre stavano guardando poco a poco giunse alle loro orecchie una vocina. « Principe Olovir! Principe Olovir » Sia Eugenia che il cavaliere guardarono in tutte le direzioni per capire da dove arrivasse quella voce. Non vedendo ancora nessuno Olovir disse: « Chi sei, vieni vicino che ti possa vedere. » In quel momento una grossa rana apparve dal bosco. « Principe Olovir » Finalmente! Le nostre preghiere sono state ascoltate. Da quanto tempo, da quanto tempo che ti sto aspettando? » Il cavaliere rimase sorpreso di tale apparizione. Chiese molto incuriosito. « Ci conosciamo, lei chi é ?Come sa il mio nome? » Eugenia osservò come altre tre rane vennero vicino. « Oh, lo conosco il tuo nome. Se conoscevo bene il tuo padre… Io sono Nespoli Barone, il re di tutte le rane di questa foresta. » « Tu, conoscevi il mio padre? » Domandò subito lui. « Si, mio principe, eravamo buoni amici. Ma quando lo visto ultima volta, tu eri ancora piccino. Principe Olovir! Quella sera, io c´ero quando la nebbia aveva avvolto i tuoi soldati, quando la Regina ti ha fatto prigioniero della vecchiaia con suo incantesimo. Oh! Io e miei sudditi avremo voluto combattere contro la Regina, ma non avrebbe servito a niente se lo avessimo fatto. Contro la sua forza non si poteva fare nulla. » Eugenia, essendo sospesa per aria non sapeva che dire. « Presto, portatela! » Ordinò il re delle rane. Velocemente molte foglie degli alberi si mossero dietro di loro. Una moltitudine di rane apparvero con un grande spada bianca. Una parte di loro tenevano il manico, altra parte il mezzo, e altri la punta. Presto furono davanti al principe. « La mia spada! » Urlò il principe. « Ma … come, come é possibile? » Quando ti era caduta dalle mani, ti era caduta nella rupe degli sassi di ferro e da li, nel fiume. Avevo dato subito dato il ordine che fosse portata nel mio salotto, nella cava di argento. Sapevamo che non potevamo dartela con la Regina in giro, ma sapevamo che dovevamo attendere sperando che un giorno, un giorno! Tu saresti ritornato. » Il Principe Olovir, meravigliato sorrise. Prese la spada nella sue mani dalle rane portatrici, e la alzo. In quel momento la spada si accese di una luce stupenda. Tutte le rane si coprirono gli occhi. Eugenia ne gioì molto. « La spada della luce del mio amato nonno! » Esclamò lui felice. « Grazie amici fedeli. Da quando sono ritornato come prima ho pensato sempre ad essa. Che siate benedetti! » Nespoli Baroni assieme ai suoi sudditi si inginocchiarono. Il principe Olovir gli chiese di alzarsi e poi fece altre domande. Chiese di suo padre, di sua madre, del suo castello. Il re delle rane racconto tutto quello che sapeva, anche se sapeva che facendo cosi il principe si sarebbe rattristato. E il principe si rattristò veramente assieme a Eugenia e non seppe trattenere le sue lacrime. Seppe che suo padre fu reso prigioniero assieme a sua madre, per un tempo dalla Regina che un giorno trovò un modo per ucciderli assieme a tutti loro sudditi del castello. Seppe come Regina aveva regnato con crudeltà e terrore per più di duecento anni, sfruttando e torturando il popolo nei lavori più pesanti che poteva trovare: nella miniera di oro, in quella di sale, e di marmo. Come i suoi servi uccisero senza pietà tutti coloro che avevano osato mettersi contro di lei, e come la Regina uccise anche i bambini dandogli in sacrificio a bestie selvagge. « Che orrore! » Gridò la piccola farfalla. Il principe Olovir, con gli occhi in lacrime strinse più forte la spada della luce nelle sue mani e giuro: « Per quanto é vero che vivo sono, qui davanti a voi io ucciderò questa Regina. » Nespoli Barone fece un salto in avanti e disse. « E noi ti aiuteremo come meglio possiamo. » « Si! » Risposero anche tutte le altre rane in una sola voce. « Principe! » Disse ancora il re. « Tieni questa piccola aletta magica. Quando ti troverai in bisogno, buttala nel acqua e noi verremo ad aiutarti. » Il Principe Olovir prese la piccola ala e se ne andò. Dopo un po´ Eugenia avviso il suo amico che più avanti nella foresta c´erano degli soldati che si stavano preparando di portare l´esecuzione di cinque prigionieri a termine. Questi erano legati ognuno ad un albero e aspettavano la loro morte, ormai rasseganti. Il Principe Olovir avvicinandosi vide cinque uomini legati agli alberi. Ma non vide degli soldati. Se ne erano andati. Quando arrivò davanti a loro alzò la spada per tagliare la fune che teneva legato uno di loro. In quel momento senti un rumore fra gli alberi e un forte muggito. I prigionieri ebbero paura. I soldati gli avevano lasciati legati agli alberi per essere mangiati vivi da quella bestia. Quando la bestia, che era un enorme serpente con tre teste si avvicinò il principe Olovir si gira verso di essa. Con il cuore pieno di coraggio la combatte. Grazie alla luce della sua spada prodigiosa acceca la bestia e gli taglio tutte e tre teste, una ad una. Queste caddero ai suoi piedi. I prigionieri gridarono di gioia e piansero ringraziandolo. Quando furono liberati lo abbracciarono fortemente. Lasciandogli che andassero ognuno alle loro case il Principe Olovir prosegui il suo viaggio. Piü avanti trovi quei soldati che avevano legati quei uomini agli alberi. Gli trovò banchettare. Non ci mise molto ad fargli conoscere il potere della sua spada. Lasciando alle sue spalle i loro corpi presto usci da quella foresta. Davanti ai suoi occhi c´era un campo di grano e nelle vicinanze una piccola casetta in legno. Eugenia disse: « Forse é la casa del contadino, che abbiamo incontrato prima. » « Forse » Rispose lui camminando sicuro fra le alte spighe di grano. Quando furono davanti ala casa non trovarono nessuno. Quando stavano per andarsene da quei campi un intero esercito di soldati gli accerchiarono. « Fermo! » Gridò uno di loro che sembro essere il loro capo. « Chi sei, che cosa ci fai qui? » « Chi sono e meglio che non lo sapete. Che cosa ci faccio, sono i miei affari. Ora spostatevi, fatemi passare. Non ho tempo di discutere. » « Senti, senti! Ooo ma chi ti credi di essere? Cosi si risponde al comandante? » Disse uno coi capelli grigi. « Spostatevi, non ve lo dico ancora. Non mi fate perdere tempo. » Rispose il principe con calma. Loro non vollero sentire ragione e si vennero verso di lui. Il giovane cavaliere sfoderò la sua spada luccicante. Eugenia si allontanò in fretta. Quelli iniziarono ad attaccarli. Dopo un po´ il valoroso guerriero infilzò la sua spada in ultimo di loro e disse: « Ve l´avevo chiesto di farmi passare. » Continuando il suo viaggio il principe Olovir arriva nei pressi di un campo verde pieno di diversi fiori. Più avanti c´era un tronco di albero. Sul tronco stava seduto, di spalle un cavaliere con l´armatura scura e il mantello rosso. Eugenia volo verso di lui per vederlo in volto. Quando fu vicino quel cavaliere si alzo in piedi e la cattura con la sua mano sinistra. « Eugenia! » Gridò il principe Olovir. « Una tua amica? Beh, la puoi salutare già perché se ne andrà subito. » Detto questo il cavaliere schiaccia forte nel suo pugno la piccola farfalla azzurra, uccidendola. « No! Eugenia! » Gridò il principe addolorato. « Ti stavo aspettando! Chi sei? Sei tu che hai ucciso il serpente della foresta e i miei uomini. Un corvo messaggero e venuto a dirmelo. » Chiese il cavaliere dal mantello rosso. « Io sono Olovir, il principe delle terre del Nord. La tua vita di assassini e di avidità e finita. Questa é la mia terra. » Iniziarono a combattere. Il cavaliere dal mantello rosso era molto bravo. Passarono molte ore e arrivo la sera. Ad un certo punto, il principe Olovir cominciò ad avere le prime ferite. La prima dalla parte destra del suo petto. Uscì del sangue e il prato verde con i fiori ne furono macchiati. Il principe aveva trovato un avversario molto potente. Anche lui riuscì a infliggere danni ma senza prevalere. Il suono delle loro spade riecheggiarono fortemente. Gli uccelli volarono in quel momento lontano. Il nemico fece altri tagli gravi al corpo di Olovir, dalla parte destra e sinistra. Poi gli tagliò il braccio destro. La spada della luce del principe saltò per aria e cade lontano sul prato verde, riempito ogni tanto dei fiori. Il corpo rimase in piedi guardando un po´ verso il suo nemico poi cade a terra. La mano del cavaliere, tagliata iniziò a muoversi come impazzita. Si mise alla ricerca della spada. Cercò a destra, cercò a sinistra, poi cercò in fondo. Dopo poco tempo la ritrovò. La mano tagliata del cavaliere prese la spada, la brandì per bene poi l´alzò. In quel momento la spada divenne più lunga e più potente. Circondata da un raggio di luce fece abbattere tutti i fiori del prato. Velocemente con colpi micidiali uccise tutti i soldati venuti a servire la guardia della Regina. Poi si alzò per aria e viene ad infilzare il colo del cavaliere dal mantello rosso. Questo cade morto a terra, in preda ad uno sguardo di stupore. La mano tagliata si mosse con la spada in essa arriva poi velocemente al corpo del principe Olovir e si ricongiunse ad esso. Il Principe Olovir aprì gli occhi e si ritrovò con la mano intera e con la spada luminosa in essa. Era tornato in vita. Lasciò presto tutti quei corpi e si avviò verso il castello dei suoi padri che era in vista, oltre il fiume. Arrivando al ponte di legno sospeso iniziò a percorrerlo. Quando era a meta vide i grossi portoni del castello aprendosi e la potente Regina uscire con il suo ultimo esercito. In quel momento il principe Olovir si ricordò del´aletta magica di Nespoli Baroni, il re delle rane. La buttò subito nel fiume. Non appena quella tocco l´acqua si sentì un rombo potentissimo ovunque. Dal fiume e dalla terra uscirono grosse rane guerriere. Assieme al loro re vennero a schiacciare i cavalli, guardie, soldati, macchinazioni di guerra, pietre, bandiere e tutte le bestie feroci della Regina. La Regina urlò forte la sua rabbia. Atterrò subito a terra e iniziò a lanciare potenti fulmini e fuoco verso il principe Olovir. Ma prima che queste arrivassero da lui, il re delle rane, Nespoli Baroni gli lanciò per aria uno scudo d´argento. Il principe lo prese in tempo e con esso si difese da quei colpi. La Regina avanzò sempre più arrabbiata. Provo senza sosta a colpirlo. Senza successo però. Intorno a loro l´imponente esercito delle rane gli aveva accerchiati e guardarono. Il cielo si fece scuro e la Regina fece piovere dal´ alto grandi pezzi di ghiaccio e gli lanciò a tutta forza verso il principe. Ma le rane agirono e le distrussero. Poi la Regina fece un incantesimo diverso. Con le sue mani colpì la terra. Grosse crepe si formarono ovunque e dal´ abisso uscirono molti serpenti feroci. Ma le rane furono svelte e li mangiarono tutti. Alla fine il principe Olovir trovò la mossa giusta da fare. Con lo scudo d´argento la colpì nel viso e con la spada, subito dopo le staccò la testa. L´esercito delle rane fece un grande grido di vittoria e la terra tremò. Il principe Olovir, poco dopo attraverso la soglia del portone di casa. Alcuni uccellini gli vennero vicino. Lui sorrise. Entrato nel giardino regale vide la lapide e capì che li erano sepolti i suoi genitori. Pose la spada a terra e commosso, pianse. In quel momento apparve una grande luce. Dalla luce si materializzò la sagoma di un uomo. Vestito di una lunga veste bianca, con la barba bianca lui le sorrise. Guardandolo Olovir capì tutto. Egli gridò con tanta gioia: « Nonno! » E corse ad abbracciarlo. Il vecchio maestoso sorrise ancora. « Sei stato tu a mettere il fuoco nella casetta di pietra? » « Si » Disse lui con dolcezza. « Ma come? » In quel momento, Nespoli Baroni gli raccontò come il suo nonno le era apparso nel sogno e le aveva detto che il fuoco era l´unica cosa che poteva distruggere la vecchiaia di Olovir, purificarlo e farlo tornare giovane e forte come era stato prima. Il Principe Olovir, pienamente illuminato dalla più potente gioia del mondo abbracciò il suo nonno amato, un altra volta. Da quel momento il Principe Olovir e il suo nonno regnarono in pace e prosperità per mille anni nella Terra di Cristallo. Molto bene fu fatto da loro e i loro nomi furono scritti nella Pergamena della Vita, grande libro glorioso dove vi sono i nomi di tutti uomini giusti e buoni di tutti i tempi.

Il libro e disponibile per l´acquisto su: https://www.amazon.it/dp/B0727LS5JX

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