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Una storia di Nove_Facoceri

La Reflex di Stendhal

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Pubblicato il 26 ottobre 2017 in Fantasy

Tags: reflex Stendhal fotografia Bosch quadri

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Un dodicesimo di secondo.

Uno barra dodici.

Secondo la scienza quando l'occhio vede un'immagine, questa resta impressionata sulla retina per un dodicesimo di secondo. Infatti i fratelli Lumière, che non avevano grandi conoscenze scientifiche ma avevano visto che la lanterna magica funzionava eccome, inventarono il modo di mettere in sequenza fotografie e spedirle verso gli occhi di chi voleva guardare a un ventiquattresimo di secondo di velocità, così nessuno si accorgeva del trucco e il movimento sembrava reale.

Ecco, verso gli occhi di chi voleva guardare, quello era il punto, si disse Giacomo mentre pensava, appoggiato alla parete, mentre cercava di farsi passare il capogiro che gli era venuto.

(perché io volevo guardare? E' veramente così?)

Vedere una scena così tremenda, che gli era rimasta nelle retine per un dodicesimo di secondo, anche troppo per quello schifo, gliele aveva sporcate per sempre, ma nella mente e nell'anima per sempre. Il ricordo lo feriva come un coltello.

Allo stesso tempo, però, sapeva e bene che se si fosse di nuovo avvicinato alla camera di sviluppo delle foto, sarebbe tornata a guardarla. C'era una specie di forza gravitazionale che lo attirava verso quell'immagine. Qualcosa di magnetico, o di attrazione nucleare come tra i protoni e gli elettroni, fate voi. Qualcosa di malsano.

Sul momento, al primo sguardo, gli era sembrato di entrare nella scena raffigurata ed in una frazione di secondo aveva sentito il freddo vero, dentro quella stanza torrida. Era stato dentro la scena dell'orrore.

Giacomo era pagato per fare fotografie, o meglio, riproduzioni fotografiche di quadri famosi per cataloghi d'arte da divulgare su internet.

I cataloghi vendevano bene. Da quando l'esecuzione delle fotografie era stata affidata a lui, gli abbonamenti erano aumentati ed in effetti la qualità del materiale era notevolmente migliore.

Lui nel suo lavoro ci metteva passione, la fotografia non era solo il suo mestiere, ma anche un divertimento ed i risultati non avevano tardato ad arrivare.

Fortunatamente la pittura gli piaceva molto, ma, con il passare del tempo, la principale attenzione era diretta più alla qualità della fotografia che all'osservazione del dipinto, poichè era molto importante che l'ingrandimento virtuale riportasse nitidamente ogni minimo particolare.

All'inizio Giacomo si soffermava ad osservare i capolavori che avrebbe poco dopo fotografato, ma ora il tempo tiranno non glielo permetteva più e rimaneva davanti alle tele solo il tempo necessario ad ottenere un buon risultato per i suoi cataloghi.

Sempre, tranne che in quel preciso momento. Non riusciva a capire cosa gli fosse successo e ora che gli era passato il capogiro ed era riuscito a staccarsi dalla parete, aveva l'istinto fortissimo di tornare verso quel quadro (Però, che diavolo mi sta succedendo?).

Stette fermo ancora un po' a distanza di sicurezza dal quadro, ancora scosso dalla sensazione di orrore che aveva provato e che si era propagata in tutto il corpo. E poi quel capogiro e il cuore che pareva voler saltar fuori dalla gabbia toracica (Come si chiamava quella roba, sindrome di Stendhal? Ma che dico, sono fuori di testa?).

Doveva preparare un catalogo su Hieronymus Bosch e stava fotografando Il Giardino delle Delizie. Aveva inquadrato una parte del trittico ed era stato come attirato dentro al quadro. Di colpo era diventato l'uomo albero, l'inferno e la dannazione, il corpo mutilato e riempito di sporcizia, una musica infernale, demoni e mostri dalle strane sembianze intorno a lui. Tutto in un dodicesimo di secondo.

Era riuscito a fatica a divincolarsi da quella mostruosità, ma ora ne era nuovamente attirato. Forse voleva provare a se stesso che quello che aveva sperimentato era solo stata una percezione distorta dovuta alla fatica che aveva accumulato in quelle settimane (cavoli, sono due settimane che giro come una trottola per l'Europa e qui a Madrid oggi si muore di caldo).

Si sedette un momento su una delle panche di legno guardando il quadro da lontano, incerto se tornare subito o aspettare ancora. Ma il lavoro non era finito ed era tempo di continuare. Non senza timore si riavvicinò al dipinto.

Riguardò la scena raffigurata nella tavola alla sua destra senza la mediazione dell'obiettivo e non successe nulla. Guardò l'uomo albero e vide solo un dipinto ricco di allegorie e denso di figure e figurine di ogni tipo e colore. Rasserenato riprese la macchina fotografica e tornò a scattare.

Improvvisamente non sentì più la parte inferiore del corpo, ne percepì chiaramente la mutilazione e sentì il suo tronco diventato una cavità vuota, rifugio di ubriaconi e trafitta dai suoi stessi rami. Le mani non erano più mani, ma radici semi marce affondate in barchette malferme. Sulla testa sentiva un peso e sapeva di sorreggere uno strumento musicale e piccoli demoni e dannati. Sentiva nuovamente la musica risuonare sinistra e provenire dagli strumenti musicali dietro di lui. Poteva scorgere distintamente i demoni e le creature più strane ai suoi piedi (Ma no, non li ho mica più i piedi!). Una strana rassegnazione albergava ora in lui, che osservava dall'alto i dannati e non si curava quasi più dell'orrore che il suo stesso corpo gli comunicava e delle scene di guerra ed atrocità che gli stavano attorno.

Cadde in ginocchio, la macchina che teneva in mano quasi gli scivolò a terra quando il dolore lo fece risvegliare. La appoggiò a terra quasi sbattendola. Faticava a respirare. Il custode aveva dovuto sentire qualcosa di inusuale perché si materializzò sopra di lui. O perlomeno, lui in ginocchio e quasi piegato in due, lo vide come una figura montuosa che lo sovrastava.

- Signor Rodella, sta bene? -

Capendo il silenzio di Giacomo, che aveva alzato la testa e lo guardava con aria confusa, gli appoggiò una mano sulla spalla.

- No, ha una faccia che non promette niente di buono. Venga con me, prendiamo una boccata d'aria sul terrazzino -

Lo prese quasi per mano e lo guidò. Mentre camminava e si allontava dal dipinto e dalla reflex, Giacomo cominciava a sentirsi sempre meglio. Respirò.

- Carlos, tu ci credi alla sindrome di Stendhal? - chiese rivolto al custode.

- Quale, quella che hanno inventato per staccare più biglietti nei musei? - rispose il custode ridacchiando - Giacomo, non si preoccupi, capita spesso che i dipinti di Bosch creino dissonanze e colpi d'occhio inquietanti. Era uno dei massimi pittori della sua terra, ma alcuni elementi danno veramente fastidio. Effetto voluto, a Bosch piaceva scherzare con il pubblico e prendendolo in giro, sottolineare i... malfunzionamenti... e i moralismi inutili della sua società. Un bel tipo, ironico e dissacrante -

- Carlos - sorrise Giacomo, quasi del tutto ripreso dallo shock - sembra quasi che tu lo conoscessi di persona -

Erano in piedi, sul terrazzino. Il custode con la sigaretta appena accesa lo guardò con un mezzo sorriso enigmatico e gli rispose:

- Ti mostro una cosa. Vedi là? Dietro di te, là sullo sfondo? Girati, guarda. In condizioni normali vedresti un tramonto, no? Dimmi cosa vedi -

Giacomo aguzzò la vista, che da lontano non vedeva un granché, distinguendo i colori del tramonto.

Rossi, infuocati.

Troppo neri e bui, troppo infuocati.

Troppo, per essere un tramonto.

Quello non era un tramonto.

Quella era la città in fiamme.

Le persone che facevano il bagno al fiume, nel fiume rosso di lava, non erano persone. Non più. Erano i dannati dell'inferno.

(sono ancora dentro la fotografia, cazzo!)

Il calore intenso gli tolse il fiato ed una vertigine rischiò quasi di farlo cadere dalla ringhiera bassa del terrazzino, giù, verso il fiume di lava incandescente.

Si voltò verso il custode (chi sei tu, veramente, Carlos?), ma non riuscì a trovare più nessuno, accanto a sé.

Voltò nuovamente lo sguardo verso il tramonto-inferno e per una frazione di secondo il suo sguardo fu come annebbiato dalla cenere dei roghi, poi, come in un'esplosione, gli occhi si riempirono delle figure a bagno in un tormento di lava e sangue finché di colpo la luce bianca illuminò la città e le silhouettes delle case lo ipnotizzarono.

Trasse un lungo sospiro e sbatté le palpebre: un decimo di secondo in cui gli occhi si chiusero sull'orrore per poi riaprirsi sulla marea di persone che camminavano in direzione opposta, ma non avevano l'aria di fuggire, solo di spostarsi da un luogo all'altro.

Un attimo di capogiro lo fece tornare alla realtà e vicino alla porta del terrazzino. Si appese letteralmente alla porta cercando Carlos (dove ti sei cacciato, perché non ti si vede più?) ed il suo sguardo tornò sulla parete lontana. Vide il quadro della sua fotografia e di nuovo vide solo un quadro, bello, ma un quadro (adesso me ne vado, giuro!).

Tornò verso il dipinto per riprendersi la reflex che giaceva a terra. Si chinò per raccoglierla ed istintivamente alzò lo sguardo.

Blu. Solo blu. Un buco. Come un foro blu nel prato. Sensazione di umido, ma piacevole. Sbatté le palpebre in preda a quel capogiro che non lo lasciava e con il respiro che iniziava a mancargli.

Davanti a lui una fontana talmente bella che non riusciva a staccare lo sguardo da lei. Blu. E tutto intorno a lui strani fiori, strane forme, persone, animali, ma non ostili.

Giacomo si sedette sulla sponda della pozza d'acqua e guardò una moltitudine di uomini cavalcare animali di ogni tipo e colore (bello quel liocorno! quasi quasi ci vado anche io con loro) e sorreggere pesci, uccelli, conchiglie e qualsiasi altra cosa l'immaginazione potesse partorire.

Il suo sguardo venne rapito dalle creature multiformi e multicolori che popolavano il fiume e si stupì quasi della tranquillità che sentiva osservando la moltitudine di uomini e donne completamente nudi che affollavano il prato intorno al fiume e guardando gli strani fiori dove i personaggi trovano rifugio.

Lo sguardo di Giacomo si abbassò fino ad incontrare l'occhio azzurro e rotondo di un pesce dall'aria triste: guardando quell'occhio Giacomo perse i sensi e cadde sul pavimento a lato della sua reflex.

Quando riaprì gli occhi si trovava ai bordi di un laghetto. Una pozza scura, sembrava petrolio. Si sollevò a sedere e si guardò attorno. Il solletico che sentiva era un animaletto che arrampicandosi con le zampette sui bordi del lago ne stava uscendo. Era qualcosa di simile ad un castoro e gli sfregava il musetto contro la gamba. Giacomo si ritrovò a sorridere. Si alzò in piedi e si accorse di essere in un prato. Di là dalle siepi, il grande lago dove si andavano ad abbeverare gli unicorni gli dava un certo senso di pace. Nessun rumore, nessun suono della città, solo lo scorrere dell'acqua.

(e adesso come esco da qui?) Perché in fondo la città con tutti i suoi casini, problemi e rumori, gli mancava. Bello trovarsi lì, ma era nato e vissuto in un altro tipo di mondo.

(ma se invece io ci rimanessi dentro, a questa fotografia?) Cominciava ad incamminarsi nella luce azzurra di quel luogo pieno di sole e un buon profumo nell'aria, oltre il lago, verso le montagne azzurre.

Di là c'era il mare, no? A lui il mare piaceva tantissimo, era da un bel pezzo che gli mancava (ma sì, in fondo se restassi qui non sarebbe un cattivo contratto).

Qualche gabbiano in volo e lui cominciò a seguirne il percorso, verso le siepi di rosmarino, verso le onde. Verso la parete della sala dove il dipinto in trittico, tre metri e novanta per due e venti, lo guardava tranquillo.

Era il dipinto che guardava lui?

Il custode sì, di sicuro. Stava là accanto al trittico, la reflex in mano appena raccolta da terra, facendogli cenni.

- Vieni qui, Giacomo, che ci fai là in mezzo? -

Ancora una volta lui cadde svenuto, sprofondando lentamente nell'acqua del mare. Si ritrovò seduto, mezzo steso, appoggiato alla parete della sala, sotto il dipinto. Il custode gli spruzzava addosso acqua da un bicchiere per farlo rinvenire.

- Carlos... - sorrise.

- La sindrome di Stendhal colpisce sempre - rispose l'uomo - troppi dettagli dissonanti, in questo dipinto -

Chiuse le ante laterali del trittico e quello che vide Giacomo fu il grande mondo che Bosch aveva dipinto sui pannelli esterni. Mentre faceva così, Carlos rideva, parlando tra sé e sé:

- Hieronymus, sei terribile, lo sei sempre stato. Quello che non avevo mai visto è la sindrome di Stendhal che viene a fare una foto. Sei un bel tipo, Giacomo, lo sai? Dai, usciamo, che tra poco la sala deve chiudere. Abbiamo fatto sera, qui -

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