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Una storia di AlessandroCiviero

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Legami di sangue

Uno.

Pubblicato il 19 giugno 2017

La telefonata che Jeanie Ayala aveva ricevuto ebbe l’effetto di intorbidire la giornata relativamente bella che si era prospettata quel venerdì. Di per sé il tempo era splendido, non potendo essere altrimenti in quella stagione a Los Angeles, California. Il cielo era azzurro pastello senz’ombra di nuvole, l’oceano a poche miglia di distanza era piatto come non mai, i raggi del sole brillavano tra le fronde ondeggianti delle palme a Venice Beach. C’era anche l’asfalto caldo delle highways, e il traffico di auto dalle carrozzerie bollenti che scorreva dalla Valley verso Glendale e il centro; le colline tra Hollywood e Griffith Park trasudavano di resine ed il terreno era cotto dal sole, ma la giornata di Jeanie Ayala, a suo modo, era una buona giornata.

La giovane donna latinoamericana, non alta di statura ma dalle forme ben proporzionate, i capelli lisci e neri, che quasi lucevano di riflessi propri, il viso di un fine color brunito che faceva risaltare sia gli occhi scuri e profondi, sia la dentatura bianchissima e perfetta, stava per rientrare in ufficio, perché avrebbe di lì a poco smesso il suo turno di lavoro e per lei sarebbe cominciato il primo weekend libero dopo due settimane. Ma il tono della telefonata a cui aveva risposto un po’ distrattamente ora la stava quasi assillando.

Jeanie era una poliziotta, e lavorava da sette anni al Dipartimento di Polizia di Los Angeles, presso la divisione Newton, vicino a donwtonw. Dopo cinque anni di dura gavetta come agente di pattuglia, Jeanie aveva ottenuto l’accesso alla squadra investigativa e da due anni era orgogliosa di essere una detective del LAPD.

A Jeanie piaceva molto il suo lavoro e, anche se le due settimane massacranti di doppi turni l’avevano sfinita, non si sarebbe tirata indietro per rispondere alla chiamata di una donna che conosceva e che l’aveva contattata al cellulare nel tardo pomeriggio di quel venerdì che stentava a finire.

Rientrata al distretto, Jeanie salutò frettolosamente i compagni dell’ufficio investigativo e stava per scendere negli spogliatoi, quando il suo collega Guillermo Perez la intercettò nel corridoio, intuendo, solo allo sguardo, l’irrequietezza sua espressione.

“Ehi Jeanie, c’è qualcosa che non va? Su, dai, grazie a Dio è venerdì, come dicono gli yankee”, e sorrise a bocca aperta, come se avesse fatto la miglior battuta da cabaret.

“Tutto bene, Guiche…”, disse la giovane, ma le sue parole erano accompagnate da un’intonazione che tradiva il senso contrario. Anche aver chiamato il suo collega con il diminutivo non era un fatto usuale. Jeanie si rivolgeva a Perez con quel nomignolo solo in momenti confidenziali e di preoccupazione. Ed era evidente che si trattava di quest’ultima opzione.

“Sei preoccupata, Jeanie, ti conosco troppo bene…”, affermò Perez, lasciando perdere l’espressione umoristica, e aggrottando le sopraciglia nere, ben marcate.

“Nulla di grave… sono solo un po’ stanca e ho un sacco di cose da fare prima di sera. Tutto qui…”, la ragazza stava per allontanarsi, imboccando la porta del vano scale che scendeva nel seminterrato, ma Perez la trattenne nuovamente:

“Lascia stare la spesa… se ti va potremo andare a cena, anche io fra un po’ stacco. Ti offendi se ti invito fuori questa sera, collega?” Il sorriso di Guiche sembrava sincero, il suo tono di voce senza evidenti secondi fini.

“Non è la spesa,” lo deluse seccamente Jeanie, “ho un altro impegno, Guiche.” Togliendo gentilmente la mano di lui dal suo avambraccio, la ragazza sorrise abbassando gli occhi e prese la rampa di scale. Il detective Perez rimase sulla soglia un po’ imbarazzato, grattandosi per un istante la nuca, mentre osservava la schiena di Jeanie che scendeva verso gli spogliatoi.

I locali dello spogliatoio, pur essendo nel seminterrato, erano ariosi e luminosi, perché la nuova stazione della divisione Newton era moderna e spaziosa. Non c’erano molte colleghe di Jeanie, nel reparto donne, in quanto era ancora presto e solitamente gli agenti non erano così categorici nel rispettare gli orari di cambio turno. Di solito valeva lo stesso principio anche per Jeanie, ma quella sera aveva un appuntamento. Si trattava della telefonata di Dolly Sanchìs, una vecchia amica di famiglia, che in verità, Jeanie conosceva appena. Dolly era stata amica di suo padre e sua madre, probabilmente una trentina di anni prima, quando lei era ancora piccola. L’aveva chiamata poche ore prima, e a Jeanie il suo tono era sembrato seriamente apprensivo, ma anche confuso. La donna le aveva accennato ai suoi due figli, di poco più giovani della poliziotta, e del fatto che sembravano scomparsi dal quartiere da un paio di giorni. Jeanie ricordava i figli di Dolly… erano due giovani di origine messicana come lei, nati però nella grande metropoli californiana. C’erano migliaia e migliaia i ragazzi come loro a Los Angeles, ed il fatto che la metropoli fosse la capitale americana della microcriminalità non ne faceva automaticamente delle vittime, in tutti i sensi, sia che essi fossero della parte degli oppressi, sia che avessero scelto la via più facile… quella di entrare in qualche gang.

Jeanie Ayala però sapeva chi era il padre di quei giovani messicani. Un uomo onesto, un amico di suo padre, entrambi immigrati da molti anni verso quella che i gringos chiamavano America… cioè verso la democrazia accogliente degli Stati Uniti, molti anni fa, e che ora, per colpa del terrorismo, della crisi economica e della globalizzazione selvaggia, si stava chiudendo in se stessa. L’America, come dicevano gli statunitensi… senza ricordare che “L’America”, quella in spagnolo, con l’articolo, era anche e soprattutto l’altra. Quella del Sud, del Centro, del Messico e delle migliaia di immigrati che premevano alla frontiera, verso le libertà della democrazia, verso la Libertà, in tutti i sensi si volesse intendere questa parola.

Jeanie richiuse l’armadietto personale con il lucchetto a combinazione e prese la borsetta che aveva prelevato dallo scaffale. Anche se era una giovane poliziotta dinamica, Jeanie non disdegnava, almeno quando era fuori servizio, qualche tocco di femminilità in più. Per lavoro indossava scarpe da ginnastica, pratici jeans e maglietta con le maniche lunghe piuttosto attillata, che le agevolava i movimenti, e risaltava il suo fisico asciutto e armonioso, ma quando staccava dal suo turno di lavoro, Jeanie si concedeva un paio di scarpe scollate con il tacco e la borsetta di pelle, accompagnando ogni tanto il tutto con dei fini orecchini d’oro che spiccavano sul suo incarnato bruno.

Salita al piano superiore, nell’atrio della stazione di Newton, c’era sempre il rischio che qualcuno la scambiasse per una visitatrice, per poi accorgersi improvvisamente che era solo una delle colleghe dell’investigativa. Tutti le dicevano, con una punta di sarcasmo, che si trattava della statura, perché venivano ingannati dai tacchi alti, e lei li assecondava, limitandosi a qualche sorriso di circostanza, o al più di qualche battuta di rimando. In verità, Jeanie era una donna molto attraente ed alcuni colleghi, non solo ispanici, le facevano il filo, sapendola single, forse felicemente. Jeanie si sorprese a pensare come aveva liquidato il povero Guillermo Perez pochi minuti prima. Guiche era un bravo ragazzo, e Jeanie non voleva trattarlo male, ma soprattutto non voleva ingannarlo facendogli sperare qualcosa su loro due.

Jeanie aveva salutato i poliziotti di pattuglia e un’impiegata amministrativa trovata nel parcheggio della stazione di polizia mentre recuperava la sua utilitaria ed usciva in strada, all’incrocio tra la Trentacinquesima e South Central Avenue.

Davanti a lei la chiesa di San Patrizio, che sembrava un vecchio condominio residenziale, se non fosse stato per la scritta a caratteri cubitali sopra l’archetto d’ingresso della porta a vetri e la stazione dei Vigili del Fuoco, un isolato più in là, verso nord. Jeanie aspettò che il traffico smaltisse un po’ e poi svoltò verso sud, prendendo il lungo rettilineo della South Central, che l’avrebbe portata a South Los Angeles, nel quartiere di Florence, dove abitava Dolly Sanchìs, con la sua famiglia.

South Los Angeles non era altro che un vasto conglomerato di quartieri senza particolari caratteristiche se non quelle di essere diventato, nel corso degli anni, una specie di sentina della peggior feccia della città. Storicamente la cittadina di circa quarantamila abitanti si chiamava South Central ed era stata triste teatro urbano dell’esplosione di violenza e criminalità che l’aveva resa famosa. Un crogiolo di razze e tensioni sociali, povertà e vita ai margini della legalità, che era spesso divampato in violenza e malcontento popolare.

Negli ultimi anni, per ripulire la facciata, l’amministrazione cittadina aveva ufficialmente ribattezzato l’area con il nome di South Los Angeles, e fatto il possibile per arginare l’emorragia di crimini che dilagava nelle strade. Per i residenti, gran parte ispanici latinoamericani e neri, il quartiere si chiamava ancora South Central e la vita era sempre la stessa camminata sulla corda tesa, con la precarietà economica e sociale da una parte, e la criminalità dall’altra.

L’abitazione era una villetta in legno, del tutto dignitosa, in una strada interna ad ovest della South Central Avenue, sulla Settantottesima. La luce del tardo pomeriggio ristagnava nel calore e nella polvere che si sollevava dal vecchio asfalto scolorito della strada al bordo di cui Jeanie aveva parcheggiato la sua macchina. Non c’era il cancelletto, e il vialetto sgombro di fronte all’abitazione, faceva intendere che non ci fosse nessuno in casa. La donna picchiettò ugualmente il battente sulla porta di vernice sbiadita. Mentre aspettava si diede un’occhiata intorno, c’era poco traffico, quasi per nulla; da qualche parte verso la South Central provenivano grida e risate di ragazzi che stavano giocando lungo la strada con gli skate. Il quartiere era modesto e, a differenza di molti posti di Los Angeles dove le case avevano ampi giardini non recintati con erba curata e marciapiedi puliti, qui le casette erano piccole, con stretti vialetti di cemento e circondate da recinzioni e cancellate. Il ricordo delle tremende notti di Watts e Compton erano ancora vividi.

La porta si aprì, seppur parzialmente. Il volto di una donna all’apparenza anziana comparve nella penombra dell’interno, con gli occhi dietro la catenella di sicurezza, lo sguardo interrogativo e sospettoso. La voce insicura interrogò: “Sì?”

Jeanie sorrise, sistemando la borsetta sulla spalla, e cercò di essere cordiale: “Sono io, signora Varela.”

“Oh, buon Dio!” Esclamò Dolly Sanchìs e si affrettò a ritirare la catena e a spalancare la porta, anche se sembrava affatto sorpresa. “Ma tu sei Jeanie?” Aggiunse infatti uscendo nel patio e allungando le braccia per toccare quelle della poliziotta. Jeanie rise aprendo un po’ la bocca e chinandosi un poco per ricambiare l’abbraccio di Dolly, che nello slancio le diede un bacio sulla guancia abbronzata e levigata.

“Come sei cresciuta”, commentò guardando la giovane.

“Diciamo che non sono più una ragazzina!” Rise Jeanie, cercando gli occhi dell’altra. Lo sguardo di Dolly si stava già spegnendo dietro a qualche pensiero cupo. “Entra, ti prego, qui si muore dal caldo”. Jeanie dovette constatare che la temperatura all’interno dell’abitazione non era migliore di quella fuori, ma la piccola casa era almeno in penombra.

All’ingresso vi erano due finestre con l’inferriata che davano sul patio di legno, e l’anticamera si apriva su un soggiorno di ridotte dimensioni. Dalla parte opposta rispetto la porta da dov’erano entrate, un tavolo a penisola divideva la cucina dal resto. Poi, oltre una porta ammaccata, un corridoio scuro portava presumibilmente alle camere da letto e al bagno.

Le due donne si sedettero una di fronte all’altra su poltroncine lise, tra le quali c’era un tavolino basso di bambù, assieme ad una credenza sotto la finestra ad ovest, sulla quale c’era un vecchio televisore, e in questo consisteva l’intero mobilio del salottino.

“Ti ringrazio di aver risposto alla mia telefonata. Oddio, non ti ricordavo così… grande, e bella!” Disse Dolly Sanchìs sforzandosi di essere cortese.

“Grazie, signora Varela, ma non ho capito bene, mi sembra si tratti di Hernan e Ricardo…”, cercò di tagliar corto la poliziotta.

“Sì, si tratta di loro”, rispose allora la donna con tono incupito. Jeanie la interruppe, precisando: “Ho solo un vago ricordo di loro. Eravamo piccoli, l’ultima volta che gli ho visti. Ora saranno uomini…”

“Oh, sì… Hernan è un brav’uomo… fa il manovale, al porto, lavora per una grossa ditta, e viene molto poco qui. Adesso vive a Inglewood, ed ha una ragazza…”, Jeanie sorrise accondiscendente con la donna, che poi riprese nervosamen-te: “mentre Rico… oh, lui non è come Hernan…”.

Jeanie attese in silenzio che la donna aggiungesse qualcosa. La stava osservando; ora le sembrava molto meno anziana di come le era apparsa nell’immediato; in effetti, si disse, doveva avere circa l’età dei suoi genitori. La ricordava da giovane, anche se non molto bene, in quanto era suo marito Luis a frequentare suo padre, soprattutto durante i fine settimana, quando guardavano il baseball alla TV e bevevano qualche birra, mentre lei si occupava della casa e dei figli. La famiglia Varela e quella di Jeanie vivevano a Long Beach, a quel tempo, figli di un’America ancora fiduciosa nel proprio sogno.

“Signora Varela… mi racconti…”, la spronò Jeanie, cercando di concentrarsi sul momento, senza farsi distrarre dai ricordi.

“Sono molto preoccupata”, riprese la madre dei fratelli Varela, con un sospiro: “Rico ha vent’anni, ma non ha il carattere forte di suo fratello. È sempre stato un ribelle, ma negli ultimi tempi il suo comportamento è peggiorato. Penso frequentasse qualche poco di buono… credo, anzi, sono certa che ha cominciato a fare uso di droga…”

“Mi dispiace,” disse Jeanie, “…ma sono sicura che i suoi figli siano in grado di badare a se stessi…”

“No, Jeanie… è Rico che m’impensierisce. È sparito da cinque giorni, non l’aveva mai fatto prima. Credo sia finito in un brutto giro…”

“Pensa alle gang?” Chiese finalmente la donna poliziotto.

“Non lo so, forse sì. Ma con la droga ed il resto…”, Dolly fece una smorfia di sofferenza con la bocca, e posò le dita della destra sulla fronte. “Ho paura anche per Hernan adesso. Ho fatto male a chiamarlo perché si occupasse di suo fratello. Ha telefonato un paio di giorni fa, dicendo che l’aveva rintracciato, ma non mi ha detto dove. Poi più nulla. Ho provato a chiamarlo, ma il suo telefono sembra staccato.”

“Perché non si è rivolta al distretto?… questa è giurisdizione della Divisione Settantasettesima Strada…”, constatò Jeanie.

“L’ho fatto, ma mi hanno detto che non avevano tempo per queste cose. Poi, un poliziotto di quartiere, quando ho detto che conoscevo tuo padre, e che forse tu lavoravi al Diparti-mento di Polizia, si è offerto di procurarmi un contatto.”

“Sì”, confermò Jeanie, ricordando che la sera prima aveva ricevuto una telefonata da parte di una collega della Divisione Settantasettesima Strada che le aveva chiesto conferma se conoscesse Dolores Varela. Da quel momento, e in seguito, con l’inquieta telefonata di quel venerdì, i ricordi erano man mano riaffiorati, facendole venire un po’ di nostalgia dei suoi. Ma Jeanie aveva avuto una giornata piena, e non si era più preoccupata di quel particolare, finché il cellulare non aveva squillato di nuovo.

“Vedrò cosa posso fare, signora Varela…”, concluse Jeanie, alzandosi dal divano. Si stava facendo tardi.

“Ti prego, chiamami Dolly…”, disse la donna: “lo so che posso sembrare troppo apprensiva, ma non voglio che i miei ragazzi si caccino in brutti guai…”. Il suo volto esprimeva appieno il significato di quelle parole. Era un congedo, e Dolly Sanchìs riaccompagno Jeanie alla porta. Nel salutare, la giovane chiese: “E tuo marito, Dolly, come sta? Lo ricordo bene quando veniva a trovare mio padre a Long Beach…”

“Luis se n’è andato, Jeanie. Ha perso il lavoro tempo fa, e ha cominciato a bere. Io sopportavo, non potevo fare altro. Poi, una sera è uscito con la scusa di prendere le sigarette o la birra, e non l’ho più rivisto…”

“Mi dispiace, Dolly”, disse sinceramente Jeanie, ed abbracciò la donna. Quest’ultima concluse: “Non voglio succeda la stessa cosa con Rico… ed Hernan.”

“Non succederà.” Promise Jeanie. Dolly Sanchìs si rinchiuse in casa.

La giovane si girò verso la strada, e mentre scendeva il vialetto vide che attorno alla sua auto s’era formato un drappello di ragazzini. Forse gli stessi che aveva sentito schiamazzare prima. Non s’accorsero subito di lei, ma quando fu a due passi, il più grandicello dei tre, un quindicenne dall’aria da sbruffone, con una maglietta attillata che evidenziava muscoli guizzanti, e il viso ancora glabro ma dai tratti decisi, la squadrò: “Ehi… ci fai fare un giro?” Chiese in tono canzonatorio.

“Spiacente, ragazzi, ma credo di dover andarmene subito.” Rispose lei, con voce ferma, e puntando gli occhi in quelli bruni e lampeggianti del ragazzo.

“E se io volessi farmi un giro lo stesso?” Provocò il ragazzino, senza il minimo tentennamento.

“Cosa ti fa credere che ho paura di te?” Ribatté Jeanie, stringendo forte la tracolla della borsa e appoggiando la mano ad un fianco. Uno degli altri due bulletti soffiò un fischio e commentò, sorpreso per l’affronto fatto al suo capo: “Ehi, guarda che lui è El Mono…”

“Ah sì? Senti, se sei El Mono, starai spesso sugli alberi, e ne vedrai di cose qui intorno. Dimmi se conosci Rico, che abita qui, e che si dice in giro su di lui…” Sorpresi della battuta di quella donna sveglia, i tre skater si guardarono incerti per un istante. Quello più piccolo rispose: “Che vuoi, femmina?” Ma il suo compare che chiamavano El Mono, lo zittì con un gesto e spiegò al ragazzo: “Lascia stare, Astilla… non capisci che questa è una sbirra?”

Jeanie sorrise della perspicacia del ragazzo, ma prima che lei potesse aggiungere altro, egli gettò sulla carreggiata il suo pattino e spronò gli altri due: “Vamòs, ruletas. Non voglio avere a che fare con la donna sbirra…” e si allontanarono.

“Tanto so dove trovarvi,” sospirò Jeanie, che in verità si era innervosita per quel fortuito testa a testa. Quei ragazzi, cresciuti con le sole regole della strada, potevano essere più pericolosi di come apparivano.

Jeanie salì in macchina, e avviò il motore, mentre il sole stava tramontando sotto la coltre di smog all’orizzonte, producendo colori grigio violacei, arancioni e giallastri. Ora doveva pensare a procurarsi qualcosa da mangiare per quella sera e si sorprese a rimpiangere il fatto di non aver accettato l’invito di Guiche, che le avrebbe risolto quantomeno il problema della cena. Ma Jeanie era troppo orgogliosa per prendere arrendevolmente il telefono e chiamare il suo compagno della Divisione Newton, sapendo che avrebbe poi deluso le aspettative del collega che le faceva la corte.

Forse c’erano ancora un paio di tacos avanzati in frigo, ed anche una o due birrette. Sì, non le piaceva sentirsi così, alla stregua di molti suoi colleghi maschi single, ma quel venerdì di sole si era totalmente intorbidito, e la speranza di un fine settimana di riposo, stava svanendo dietro al pensiero dei fratelli Varela, di Luis, amico di suo padre, che si era dato all’alcol e poi se n’era andato, e a Dolores Sanchìs, che dietro alla porta di quella piccola casa, sentiva su di sé il peso di tutto questo.

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