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Una storia di _MartaGasparon

Telefonate inaspettate

Quando lasciar squillare sarebbe meglio

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Pubblicato il 04 luglio 2018 in Humor

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Le sorprese più belle arrivano quando meno te l’aspetti. Ed anche quelle più spiacevoli.

Sì, perché un bel giorno, proprio quando stai per rientrare a casa dopo una lunga giornata di lavoro, desiderosa soltanto di farti un bagno rilassante e di berti un buon bicchiere di vino rosso, arriva lei. La bella (si fa per dire) novella inaspettata, quella che non ti saresti mai immaginata o meglio, quella che hai preferito accantonare con cura in un angolo della tua mente. Mossa astuta, ma vana.

Il solo pensiero ti terrorizza, ti scuote, ti angoscia dentro, facendo riemergere con prepotenza ricordi che il tuo inconscio – grazie a Dio – ha saputo seppellire da un pezzo.

E quando arriva lei, la lieta notizia che saresti disposta a barattare persino con un pranzo di famiglia, di quelli costellati di domande scomode del tipo “hai il fidanzato?” da parte di cugini di cui ignoravi l’esistenza, ti senti spacciata. Inerme dinanzi ad essa, senza sapere come reagire o come riuscire a trovare una scappatoia, una via di fuga sicura.

E se da un lato cerchi di farti forza, con una risata amara, di fronte alle avversità del destino, dall’altro pensi a quanto la resa, in fondo, renderebbe tutto più semplice.

Ma che poi, chi l’ha ideata questa stramaledetta idea della rimpatriata?


R-I-M-P-A-T-R-I-A-T-A.

Lo spelling suona ancora più spaventoso.

Veronica, la leader della classe che ha fatto sbavare mezza scuola per gli ultimi due anni delle medie, ha avuto il coraggio di contattarmi.

Per prima cosa – e mi piacerebbe chiederglielo – vorrei sapere come ha fatto a trovarmi. Credevo di aver cancellato le mie tracce con estrema attenzione, proprio come fanno i migliori assassini nei film thriller che guardo il sabato sera. Nemmeno Jessica Fletcher avrebbe saputo fare di meglio di una Veronica qualunque che, almeno ai tempi della scuola, come qualità primaria non aveva certo quella dell’astuzia... Puntava su altre doti, la cara Veronica. Ma, a quanto pare, si nasconde un po’ di sano spirito Fletcheriano in ciascuno di noi.

«Parlo con Chiara?».

Nega. Nega fino alla morte. Lo suggerisce il mio inconscio, come avvertisse il pericolo.

«Sì, sono io. Chi parla?».

E poi non dire che non ti avevo avvertita, continua a sussurrarmi il diavoletto poggiato sulla spalla sinistra.

«Sono Veronica. Veronica Rossi. Sezione E alle medie, ricordi?».

Come no. Nemmeno le sedute dallo psicologo sono riuscite ad eliminare il suo ricordo dalla testa. Che poi, all’epoca non ci salutavamo neanche, tanto era la simpatia che nutrivamo l’una per l’altra. Beata gioventù!

«Oh!».

Ottima risposta, davvero. Sei ancora in tempo per negare. Racconta che sei una collaboratrice di giustizia – i gialli del sabato sera insegneranno pur qualcosa – e che ti hanno assegnato una nuova identità. Oppure inizia a parlarle in un’altra lingua, tanto per confonderla.

«Hola?!».

«Come? Chiara, sei ancora in linea?».

Brillante idea. Complimenti. Il commissario Rex applaude la trovata, Miguel Bosé un po’ meno la pronuncia deludente.

«Ti chiamo per avvertirti che la Fede, Giò ed io abbiamo pensato di organizzare una pizza di classe. Così, tanto per ricordare i tempi andati», spiega Veronica con entusiasmo contagioso.

Dieci secondi di silenzio per metabolizzare la cosa sono d'obbligo.

Ricordare i tempi andati. Il punto è proprio questo: chi ha voglia di farlo? Ho già faticato abbastanza per sotterrarli. Vogliamo vanificare il lavoro di quindici anni di vita?

Quasi quasi le dico che sto per partire per l'Alaska. O che il cane sta male. O che il lavoro mi opprime così tanto da non concedermi nemmeno una serata di pausa.

Finché non arriva il colpo basso.

«Ci sarà anche Matteo, mi ha dato la conferma proprio questa mattina».

La mia prima cotta. Naturalmente non corrisposta. Chissà come sarà diventato.

«Segna un posto anche per me. Buona serata».

L'ho detto davvero?

Mando un messaggio ad Emma – fedele compagna di banco e di copiature – per accertarmi che siano riusciti a rintracciare pure lei.

“Hai già saputo?”, le scrivo.

La risposta non si fa attendere: “LA RIMPATRIATA”.

Deduco che anche Emma non sia così tanto entusiasta della proposta. Tra me e lei ce la giochiamo a chi sprizza più gioia dai pori.

Eppure, abbiamo accettato entrambe.


Al mio arrivo in pizzeria noto subito, sulla sinistra, una quindicina di persone riunite tutte alla stessa tavolata. Osservo rapidamente i volti, per cercare di riconoscere qualcuno, ma senza successo. Caspita, è passato davvero così tanto tempo?
Prendo posto in fondo, accanto ad una giovane trentenne che potrebbe ricordare Paola, la secchiona della classe che non suggeriva mai niente a nessuno. Pure il coraggio di venire, hai avuto, vorrei dirle.
Mi siedo imbarazzata, nella speranza che qualcuno mi riconosca e rompa il ghiaccio per primo. Ma niente. La tipa accanto a me, intanto, mi guarda con aria perplessa.
«Non ti ho mai vista al mio corso di pilates. Partecipi a quello serale?».
Mi sforzo di capire che cosa possa c’entrare il pilates con me. Io, che l’unico sport che riesco a praticare al momento è lo “zapping da divano”. Finché una voce che mi chiama dal fondo della sala mi fa realizzare.
Tavolo sbagliato. Gruppo sbagliato. Risultato: figuraccia di merda. Tanto per cambiare, aggiungerei.
Sgattaiolo via tentando di farmi notare il meno possibile, rivolgendo alla compare di pilates un sorriso ebete che fa intendere tutto.
Eccoli lì, i miei vecchi compagni di classe, seduti ad un’altrettanto lunga tavolata, mentre ridono di gusto e iniziano già a scambiarsi i numeri di telefono.
«Ciao Asia, ben arrivata!», è il saluto di benvenuto che mi rivolge Veronica che, noto con sorpresa, è incinta.
Ora capisco tutta l’urgenza di questa benedetta rimpatriata.
I ragazzi le ronzano intorno come api su un alveare, facendole domande sul suo stato di salute: a stanchezza, nausea, caviglie gonfie, come sei messa? Le chiedono a turno.

Sembra di guardare una puntata di “Grey’s Anatomy”. Dio, ho già l’orticaria.
«Ciao Asia!», rispondono tutti all’unisono, manco fossimo ad una seduta per alcolisti anonimi.
Per fortuna Emma mi ha tenuto un posto accanto a lei. Peccato che sulla destra, però, mi debba sorbire l’allegra compagnia di Dario, il ragazzo più narcisista che io abbia mai conosciuto. Chissà, magari il tempo l’ha fatto maturare.
«Allora, come stai? Cosa fai di bello nella vita?», mi chiede con finto interesse.
«Sono un avvocato. E tu?», rispondo con altrettanto entusiasmo.
Dario fa una smorfia e ride. «Ma come, non si vede?». Stringe il bicipite per mostrarmi la massa muscolare messa su. Fingo stupore, così, tanto per dargli un briciolo di soddisfazione.
No, non è cambiato affatto, penso.
Mi giro verso Emma – la conversazione con Dario mi ha già stancata – per chiederle che fine abbia fatto Matteo.
«Non doveva venire anche lui? O ha trovato una scusa all’ultimo?», domando curiosa.
«Guarda che lo hai di fronte», risponde lei, puntando lo sguardo su un ragazzone che, a giudicare dalla stazza, peserà più o meno 90 chili.
Il cuore mi si ferma nel petto.
Gli occhi in effetti sono i suoi – di un verde brillante, un po’ orientali nella forma – ma se Emma non mi avesse rivelato la sua identità, di certo non lo avrei riconosciuto.
«Comunque, nel caso non l’avessi capito, faccio il personal trainer. Anzi, un giorno vienimi a trovare in palestra, così ti svelo qualche trucco per mantenerti in forma». Dario s’intromette all’improvviso, interrompendo i miei pensieri.
Si può sapere chi lo ha interpellato?
Annuisco sorridendo debolmente. Quasi quasi torno a imbucarmi alla tavolata del pilates.
«Ma che è successo a Matteo? È irriconoscibile», domando ad Emma.
«Colpa del suo matrimonio fallito, a quanto pare. Tutto di guadagnato per te, mia cara. Non era l’uomo della tua vita?», mi dice facendomi l’occhiolino.
Ha detto bene. Era.
Più in là ecco la vera Paola, la stronza che faceva la spia quando le chiedevo qualche suggerimento in matematica e poi Roberta – almeno sembra lei – famosa per infortunarsi sempre durante le ore di educazione fisica. Che poi, non ho mai capito se fosse una scusa. Magari adesso fa pilates pure lei.
Giovanna intanto sta esibendo con orgoglio la sua fede al dito.
Ed eccola, la domanda che temevo più di tutte.
“Allora, Asia, raccontaci. La tua vita sentimentale come procede?”, mi chiede con un ghigno malefico stampato sulla faccia.
Sono stata lasciata all’altare, ho promesso di rimanere zitella a vita, dormo abbracciata al mio golden retriever. Già. La mia vita sentimentale è un disastro. Ma ribaltare le carte in tavola è il mio mestiere.
«Sono felice: tra un mese mi sposerò in Scozia, in uno splendido castello, e poi viaggio di nozze ai Caraibi. E vorrai sapere se pensiamo di avere figli, immagino. Non per ora, vogliamo godercela finché possiamo”.
Silenzio di tomba. Fregata.
Emma mi guarda con aria interrogativa: secondo me sono quasi riuscita a convincere pure lei.

Le rimpatriate. Che grande ipocrisia. A 12 anni non ci si sopportava neanche, a 30 ci rivolgono quei sorrisi falsi e pieni d’invidia per i successi dell’uno o dell’altro compagno.
«Ragazzi, dobbiamo ritrovarci presto! Magari appena partorisco, così vi presento la piccolina», esclama Veronica a fine serata. Eccola, la genialata finale.
Contaci.
Matteo, testa china ed occhi malinconici, saluta tutti e imbocca l’uscita. In pochi gli hanno rivolto la parola. Eppure, un tempo, era tra i leader della scuola.
Non so perché – forse il ricordo di quanto abbia rappresentato per me quand’eravamo ragazzini o forse una semplice tenerezza che mi stringe il cuore – eppure qualcosa mi spinge a seguirlo.
«Ti va di bere qualcosa, noi due?», domando con un sorriso.
Matteo punta i suoi inconfondibili occhi verdi nei miei ritrovando, per un istante, la vivacità di una volta.
«Con molto piacere».

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