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Una storia di Lojol

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Giusto la fine del mondo

Storie di infanzia di poca gravità

Pubblicato il 08 settembre 2017

Sono a casa ho un tappeto bianco enorme, a quell’età sembra tutto più grande, mi piego contro il tessuto ruvido (è uno di quei tappeti ruvidi) per sentirne l’odore.

Fuori da casa è tutto calmo non si sente nulla se non lo scorrere delle nuvole, poche in alto nel cielo.

La giornata di ieri è archiviata ma non del tutto, in effetti certe cose non ci lasceranno mai.

Mi alzo dal tappeto e penso che avrei voluto far annusare il mio tappeto anche a Patrizia, e invece probabilmente è scomparsa come un fantasma, curioso!, anche il suo vestito bianco (per nulla adatto a giocare con pezzi di fango gocciolante) la faceva apparire come un fantasma.

Un fantasma quieto pero!.

Raccolgo una macchinina di metallo nera, l’ho dipinta io di nero, e la spingo sul tappeto. Ho ficcato dei cuscini sotto al tappeto per simulare le montagne, ma la cosa che mi piace di più non è far andare la macchinina trascinandola su tutta la superficie, la cosa che realmente mi piace è vedere tutto lo sporco che si deposita sul retro della macchina, gli dà un aria vissuta.

Fuori è molto silenzioso, un giorno normale, nulla vibra nulla si diffonde e mi piace.

A scuola il mio amico Rino è stato scoperto, ci faceva sempre spaventare, almeno io mi spaventavo perché mi avevano raccontato che spaccarsi la schiena è una cosa molto pericolosa!.

E quando me l’hanno raccontato erano piuttosto seri. La questione è che non mi ricordo chi me l’ha raccontato ed è importate sapere chi ti ha raccontato qualcosa.

Rino ogni tanto cade da sopra il banco di legno, o fa finta, ora so che probabilmente fa finta, poi si mette una mano dietro la schiena proprio come quei lottatori che simulano di prendere e darsi botte.

Poi urla.

“Auto ho sentito un crack! Mi si è rotta la schiena”,

Le bimbe ridacchiano io mi preoccupo perché Rino è mio amico ed è per terra steso con la schiena rotta!, mi accuccio su di lui ma pare molto preparato.

“nooo! Non toccarmi quelli con la schiena rotta non devono muoversi!!”

Ma lui si muove, gli dico che non dev’essere rotta proprio del tutto perché lui si muove.

Comunque meglio allontanarsi non vorrei rompergliela del tutto, vado a vedere se c’è un adulto.

Sono in corridoio, è un corridoio molto lungo perché comunque a questa età sembra tutto più lungo,

suona la campana torno veloce in classe, va bene! Arriverà la maestra che riuscirà a sistemare la situazione, gli adulti riescono sempre a risolvere casi molto complicati.

Rino non è più a terra, è seduto al suo posto seccato.

“Buongiorno bambini tutto bene?”

Vorrei dire alla maestra che a Rino si è rotta la schiena ma qualcosa di -grande- mi fa stare in silenzio fino al termine del pomeriggio.

Ora porto la mia macchinina nera in cucina la voglio scaldare sul piano cottura, mi piace diventa incandescente e più morbida, anche se poi ci rimango male perché inevitabilmente si rovina.

Guardo fuori dalla finestra, la mia enorme finestra, il cielo è azzurro troppo chiaro quasi bianco, decido di tornare in sala sul mio tappeto dove sono sparsi tutti i miei giochi, e ci rimarranno per giorni.

Mi sdraio sul tappetone, risento il suo odore, assomiglia un po' all’odore di torte al fango che ho fatto con Patrizia, forse no! Ma io voglio farlo assomigliare a quello che mi pare.

Era la prima volta che giocavo con lei, in cortile ho qualche amico ma le non c’è mai, si vede poco, esce frettolosa con sua mamma e il suo vestito da fantasma, ogni tanto la vedo anche tornare.

Ma quel giorno eravamo solo io è lei e tutto intorno era silenzioso come adesso.

Patrizia non è nella mia classe ma è nell’aula proprio a fianco la mia, ci salutiamo e basta quindi sa più o meno chi sono, e poi abitiamo nella stessa casa, non è proprio la stessa, e la casa di fianco alla mia.

Io sono molto imbarazzato, ho sempre paura di deludere o annoiare le persone che sono con me, con lei succede la stessa cosa ma in maniera molto più intensa (è vero che a questa età sembra tutto più intenso).

Eppure tutto scorre, facciamo degli ottimi piatti di fango per un intero ristorante. Il pomeriggio passa veloce talmente veloce che non mi pare possibile (eppure anche il tempo dovrebbe scorrere più lento….alla nostra età).

Mi alzo dal tappeto, quando non so che fare c’è la TV che sembra attrarmi a lei, non ho grande dimestichezza con la TV (alcuni miei amici la guardano anche mentre fanno colazione prima di venire a scuola) e quindi la spengo subito. Fa un verso ottuso quando la spengo sembra dispiaciuta e un po' incavolata!.

Vado sotto il tappeto, non che mi piaccia particolarmente ma li sotto non esito più! Mi guardo intorno e vedo solo tappeto, che silenzio!, inizia anche a far caldo.

Spesso il mio amico Rino suda, quando l’ho visto ancora per terra non mi sono avvicinato, l’ho guardato e lui se n’è accorto.

Urlava, come sempre, e con il lati degli occhi mi tirava veloci occhiate.

Io fermo immobile, mi immagino a braccia conserte, lo fissavo, nessun aiuto nessun senso di colpa.

Si è alzato quasi subito, senza il suono della campanella, si è guardato intorno come se nulla fosse è mi ha fatto un sorrisetto, credo che sia io che lui avessimo capito che da quel momento non l’avrei più aiutato.

Mi sento soffocare, esco velocemente da sotto il tappeto…

Mi piace star da solo a casa mia con i miei giochi, però dopo un po' sento il bisogno di mia mamma, forse stà ancora dormendo nella sua camera ma so come fare in questi casi.

Percorro l’anticamera dal pavimento di marmo freddo, arrivo nella sua stanza dal paquet caldo che ha sempre la porta chiusa, ma io riesco ad aprirla senza fare un minimo rumore.

Piano piano mi avvicino al letto, per me non far rumore è una questione di eleganza, mi piacciono molto i ninja e non far rumore.

In silenzio dopo il pomeriggio passato a far ricette di fango ci siamo salutati e lei mi ha detto che si è molto divertita e che ci saremmo rivisti il giorno dopo alla stessa ora.

Non era un invito, doveva essere così punto!.

Tornando a casa ero felicissimo, piacere ad una persona è la cosa più bella del mondo, ed io forse a Patrizia, quella misteriosa e fuggevole bambina, ero piaciuto…tanto!, e vero che da piccoli il tanto è un concetto enorme.

Quando mi son girato davanti al portone per vederla ancora era già svanita, al suo solito.

Peccato.

Nella mia stanza progettavo il mio nuovo pomeriggio insieme a lei, non avrei dovuto in nessun modo deluderla e prima o poi gli avrei fatto sentire il profumo del mio enorme tappeto! Avrebbe visto la mia casa i miei giochi e il mio letto (il sotto del mio letto che praticamente è l’interno di un astronave o un treno per andar sott’acqua).

Ora sono sotto il piumone nel letto con mia mamma, forse era già sveglia forse no, mi abbraccia io sono piccolo e ci stò tutto nel suo abbraccio.

Sento il profumo del risveglio.

Poi si sdraia di fianco sul bordo del letto. Io guardo fuori dalla finestra, il cielo è incredibilmente bianco.

Il giorno dopo avevo una visita dal dentista, i miei denti contro Patrizia. Vinsero i miei denti o meglio mia madre che non mi diede scelta.

Al ritorno corsi lì proprio nell’aiuola del giorno prima ma nulla, nessun segnale, nessuna traccia odore o chissacos’altro io e le immagini sfocate del giorno prima.

Patrizia mi avrà aspettato tutto il pomeriggio, addio odore di tappeto per sempre.

E’ una cosa grave, tremendamente grave, una di quelle cose che forse neanche gli adulti possono risolvere. Mi sento come se avessi perso una parte di pancia, si lo sento ho la pancia più sgonfia vuota un buco nero addominale!.

Guardo mia mamma che ha una strana espressione, sorride persa nel chiarore, e mi chiama a se lì sul bordo del letto.

Mi avvicino, al letto ma prima ancora di sfiorarlo ha una vibrazione, mi fermo.

Sussurra

“Vieni ciccio”

Mia mamma ha un modo particolare e dolce di pronunciare la parola “ciccio”.

Mi siedo e guardo fuori, tutti e due guardiamo fuori.

La mattina pare distante poi d’un tratto con un sibilo tutto fu cristallo liquido, le stelle i pianeti, Rino Patrizia (le nostre torte di fanghiglia) e le mie compagne ghignati, si fondono come elementi di colori senza superficie.

Si alza leggero un vento tiepido, nonostante tutto c’è calma piacevole.

“Cosa succede mamma?”

Mi fa un gesto mi appoggio sul bordo del letto traballante.

Il suo braccio mi circonda e mi carezza una gamba.

“Nulla, nulla….”

È serena,

“E’ solo la fine del mondo”

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