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Una storia di Raffaele

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Il colore della memoria

Pubblicato il 30 gennaio 2017

In questi giorni, tv e giornali, hanno enfatizzato le celebrazioni del Giorno della Memoria in commemorazione delle vittime dell’Olocausto, ovvero il genocidio perpetrato dalla Germania nazista e dai suoi alleati nei confronti degli ebrei d'Europa e verso tutte le categorie ritenute "indesiderabili". In nome di una razza ritenuta superiore, per un interesse economico, più in generale seguendo l’euforia di pochi invasati che ci credevano veramente, l’infezione propagatasi in quegli anni più che malvagità fu comoda indifferenza.

In un intervista a Primo Levi, sopravvissuto ad Auschwitz e scrittore poi, gli veniva chiesto se eventi come quelli sarebbero potuti riaccadere. La risposta era no, almeno non nell’arco di cinquanta, cento anni diceva, e nemmeno in Europa. Ma il mondo è grande, concludeva.

La sua considerazione è vera in parte, in quanto non tanti anni dopo, la guerra dei Balcani ha visto stesse atrocità in quanto a stermini, torture, pulizie etniche e intolleranza religiosa.

Se avvenne in un territorio ben circoscritto, non è certo meno rilevante.

Non ho memorie di filmati, né documentari a colori di quell’epoca che evocano lo stesso disagio – parlo per chi ha un minimo di coscienza – del bianco e nero di vecchie pellicole o di foto ingiallite che continuano a ricordarci cosa siamo capaci di fare.

La storia insegna. Basta leggerla, documentarsi un pochino, per scoprire quali e quanti crimini sono stati perpetrati per il dominio sui popoli, le loro risorse, la loro morale, per un credo religioso. Tuttavia, è evidente, un bassorilievo o una pergamena scritta in una lingua morta, non hanno lo stesso dirompente effetto di un museo della memoria sull’Olocausto.

La storia insegna, ma l’uomo non impara.

Hanno provato perfino a negarlo. A sentire certa gente, l’Olocausto è stato una mistificazione. Questa “diceria” ha portato all’esodo di un popolo e il suo trapianto in un’oasi che oggi si chiama Stato d’Israele, generando nel giro di pochi anni, la “Questione Mediorientale”. Un gran casino, insomma, di cui oggi, la stessa Europa generatrice dell’Olocausto, ne paga le conseguenze attraverso il terrorismo di matrice islamica.

La vita sulla Terra, nel senso più ampio che possiate immaginare, sembra avere senso solo se rapportato ai millenari eventi che hanno interessato il Vecchio Continente. E mentre ricordiamo, sforzandoci giustamente di non dimenticare, insegniamo ai nostri figli cosa non si deve essere.

Lontano da telecamere o fotografie, intanto, eccidi, torture e pulizie etniche restano una consuetudine. Ancora oggi, da qualche parte nel mondo dove il Vecchio Continente non ha i propri interessi, un dittatore con il coltello fa sgozzare i propri avversari, un monarca con la lancia fa impalare i propri nemici, un presidente con la pistola fa un po’ come cazzo gli pare.

A volte, da quelle parti ci capita un medico Senza Frontiere – cazzi suoi! Va a salvare le vite dei figli degli scorpioni! – o un Giulio Reggeni qualsiasi – diritto d’informazione? Ma non lo sai che è pericoloso? In quel caso il fatto sussiste. Allora ci si indigna a colori.

Per il resto, celebriamo il bianco e nero del passato da non dimenticare, aspettando forse che il presente colorato sbiadisca. Così almeno assume un peso più rilevante.

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