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Una storia di Lyuba

4

La casa sul mare

(L'orsetto di  peluche)

Pubblicato il 06 gennaio 2016

Sbatteva. Qualcosa sbatteva.

Lentamente, riemerse dal sonno, mentre quel fastidioso rumore continuava.

Adagio, si mise a sedere sul letto.

Aveva sempre bisogno di qualche minuto, appena sveglia.

Quando fu certa di essersi svegliata un po’ di più, infilò le pantofole e la vestaglia di seta color avorio. Iniziò a scendere le scale.

Ma si fermò quasi subito.

La finestra sbatteva.

Anche se il vento adesso non era troppo forte, doveva averla aperta durante la notte.

Le sembrava di averla chiusa, ma non poteva esserne certa.

La sera prima si era addormentata sull’altalena, dondolandosi e guardando il mare, quindi, quando si era svegliata, ormai molto tardi, si era sbrigata ad andare a letto.

Dette un’occhiata in giro, al piano di sotto, ma sembrava tutto a posto.

Si avvicinò per chiudere la finestra e fu allora che lo vide.

Un piccolo orsetto beige, di peluche, giaceva, abbandonato, sull’altalena.

Sara chiuse la finestra e andò fuori, sulla veranda.

Si guardò intorno, ma non vide nessuno.

Si avvicinò e prese in mano l’orsetto.

Sembrava parecchio consumato, di certo il bambino che lo aveva dimenticato lì, ci era molto affezionato.

Non avrebbe dovuto fermarsi su un’altalena che non era sua, in una casa che non era sua, ma Sara non era tipo da arrabbiarsi per questo.

Pensò che probabilmente il bambino sarebbe tornato a cercarlo, così decise di lasciarlo lì. Lo rimise esattamente nella stessa posizione, come se non lo avesse mai visto o toccato.

Poi si voltò a guardare il mare.

Era abbastanza mosso, sotto un cielo piuttosto nuvoloso, in quell’ultimo scorcio di fine estate. Ma a lei piaceva moltissimo, lo stesso.

Adorava il mare, in qualunque modo preferisse mostrarsi, piatto come una tavola, o terribile nella tempesta.

Sospirò e tornò dentro.

Quella mattina sarebbe dovuta andare in paese, a fare un po’ di provviste.

Detestava allontanarsi dalla casa sul mare, ma non poteva proprio farne a meno.

Il weekend si avvicinava, e, se tutto andava come previsto, sua figlia sarebbe venuta a trovarla, e, forse, si sarebbe anche fermata. Non poteva farle trovare il frigo vuoto!

Così, suo malgrado, iniziò a lavarsi e a prepararsi.

. . . . . . . . . .

Quando uscì dal negozio in cui aveva fatto rifornimento, la pioggia cominciava a cadere e quando arrivò a casa, diluviava.

Scese dalla macchina riparandosi con un piccolo ombrello, aprì il bagagliaio per prendere la spesa e così, carica di pacchi e pacchetti, si diresse verso casa.

Qualcosa scivolò via dalla sua presa, una scatola di biscotti, rotonda, di latta, che rotolò via lontano.

“La prenderò più tardi” pensò, e corse verso il portico.

Dopo circa un’ora, il temporale era passato e Sara ripensò alla scatola di biscotti.

Uscì sul portico: c’erano ancora nuvole e soffiava un forte vento, ma il tempo andava migliorando.

Sara guardò il mare, avrebbe voluto andare sul pontile, ma le onde erano ancora piuttosto violente, così andò a cercare la scatola.

Si avviò nella direzione in cui era rotolata via. Era arrivata piuttosto lontano e, quando la raggiunse, Sara si chinò a raccoglierla.

Nel rialzarsi, lo vide.

Di nuovo.

L’orsetto di peluche era lì, ai piedi dell’unica grossa quercia dei dintorni, e la fissava con i suoi grandi occhi rotondi.

Sara si guardò intorno, presa da un’improvvisa inquietudine.

Qualcuno aveva spostato l’orsetto.

Chi? E perché? E perché proprio lì?

Si guardò ancora intorno, ma non c’era nessuno.

Si accucciò davanti all’orsetto per osservarlo: sembrava identico, non vedeva niente di diverso.

Avvicinò una mano, per prenderlo, ma poi cambiò idea, e, con la mano, accarezzò il tappeto di foglie bagnate, che ricopriva il terreno circostante.

C’era qualcosa. Qualcosa di duro. Lo tirò fuori. Era sporco e pieno di terra.

Lo ripulì alla meglio con le dita e vide che era una chiave.

Una chiave particolare, con intagli e ghirigori.

Sembrava la chiave di uno scrigno. Uno scrigno dei segreti.

La prese, insieme all’orsetto e alla scatola di latta.

Si rialzò, controllando ancora se ci fosse qualcuno in vista.

Nessuno.

Tornò a casa.

Una volta dentro, posò l’orsetto sopra il camino e andò a lavare la chiave, poi, si sedette sul divano, per esaminarla meglio.

Le ricordava qualcosa, qualcosa che aveva visto, da qualche parte.

Ma certo!

La soffitta della sua casa.

L’aveva visitata solo un paio di volte, per dare una ripulita sommaria, ripromettendosi di buttar via, più in là, tutte le vecchie cose che vi erano conservate.

Tra queste, un cofanetto con la serratura, la cui forma poteva essere quella della chiave.

Andò di corsa al piano superiore, sotto la botola della soffitta, tirando il cordoncino che faceva scendere la scala e salì.

Si sentiva molto emozionata, come sul punto di scoprire chissà quale segreto.

Ricordava dove aveva visto il cofanetto e, infatti, era lì.

Avvicinò la chiave alla serratura e vide che era proprio di quella forma, la infilò dentro e … fece un salto, trasalendo, poiché avevano suonato alla porta.

Chi poteva essere? Forse sua figlia in anticipo?

Lasciò tutto lì, scese i gradini della scala di corda, si diresse al piano inferiore e andò ad aprire.

Si trovò di fronte l’agente di polizia Morgan.

“Buongiorno agente, come mai qui? E’ successo qualcosa a mia figlia?” disse Sara tutto d’un fiato “No, signora, non si preoccupi, sono venuto solo per fare due chiacchiere.

Lei è così isolata qui! Posso entrare?”

“Ma certo, si accomodi, venga pure” rispose Sara “Posso offrirle un caffè?”

“Grazie, molto volentieri” rispose il poliziotto

“Allora venga, andiamo in cucina, così potremo parlare, mentre preparo il caffè”

La donna cominciò a preparare il caffè, dopo aver fatto sedere il poliziotto al tavolo della cucina. “Va tutto bene qui?” le chiese “Sì, certo, perché mi fa questa domanda?

C’è qualcosa che dovrei sapere?” chiese a sua volta la donna, trovando la domanda insolita.

“Ho sentito che ha trovato un orsetto, sull’altalena della veranda, è così?”

“Come fa a saperlo?” domandò Sara, meravigliata "

"Sa, in paese le voci corrono, deve averlo detto quando è andata nel negozio di alimentari” disse l’uomo “Sì, probabilmente sì” disse Sara, che, in effetti, ricordava di averne parlato con la padrona della drogheria

“Posso vederlo?” chiese il poliziotto

“Certo, lo prendo subito” disse Sara e andò in salotto per prenderlo da sopra il camino.

“Ma che diavolo . . .” mormorò la donna

“Che succede, signora?” chiese il poliziotto, affacciandosi allarmato alla porta della sala

“Sono sicura, lo avevo messo qui ma… non c’è più!”

L’orsetto era sparito.

L’uomo parve piuttosto turbato.

Sara iniziò ad arrabbiarsi: “Insomma, che sta succedendo qui’ Lei ne sa qualcosa? Mi vuole spiegare, per favore?”

“Ha ragione, è ora che lei sappia, venga, torniamo di là a bere il caffè e le dirò tutto quanto” L’espressione di Sara era stupita ma si lasciò condurre in cucina dall’agente.

Servì il caffè e si sedette al tavolo con lui.

“Lei sa di chi era questa casa?” chiese l'uomo

“No, era in vendita tramite agenzia, quindi non ho avuto contatti con i precedenti proprietari.” rispose Sara, sempre più confusa

“Era della signora Zanin...

che è stata trovata morta nel suo letto, circa sei anni fa”

“Oh, mi dispiace.” disse Sara e poi continuò, iniziando ad avere un terribile sospetto

“Morta . . . per cause naturali?"“chiese in un sussurro

“Apparentemente… sì!” rispose l’agente

“Apparentemente?” chiese Sara spaventata

“Sì, il medico ha detto che è morta soffocata, ma non c’erano segni di strangolamento, né di colluttazione, tuttavia...”

“Tuttavia?” lo esortò a continuare Sara

“Tuttavia la sua morte non mi ha mai convinto. La signora era ancora in salute e anche il suo medico ha confermato che non soffriva di problemi respiratori, inoltre...”

“Vada avanti, la prego” disse Sara

“Inoltre la sera della sua morte, successe un’altra cosa terribile, in paese”

“Cioè?” domandò la donna, sempre più preoccupata

“Venne rapito un bambino a una coppia di giovani sposi. Il bambino non fu mai più ritrovato.

La mamma impazzì e venne rinchiusa in un istituto. Il padre, poco dopo, si tolse la vita.”

Sara era sconvolta “Ma è orribile! Come può un bambino sparire? “Non lo avete cercato?” chiese, ma l’uomo la interruppe “Signora, ho coordinato io stesso le indagini, lo abbiamo cercato dappertutto, anche in mare, con i sommozzatori. Purtroppo, di lui non è rimasta alcuna traccia:” “Ma....” disse ancora Sara, ritrovando un po’ di lucidità “L’orsetto c’entra qualcosa, vero?” chiese, intuendo ormai la verità

“Sì signora. L’orsetto apparteneva a quel bambino”

Le mani di Sara iniziarono a tremare.

“Mi dispiace di averla turbata, signora, non era mia intenzione.

Volevo solo farle capire l’importanza di avere quell’orsetto, Non mi sono mai rassegnato a quella inspiegabile sparizione”

Sara fece cenno di sì con la testa, un nodo in gola le impediva di parlare.

“Le porto un bicchiere d’acqua” disse il poliziotto, alzandosi, e così fece.

“Ora devo andare.” disse ancora l’uomo

”Mi raccomando. Se ritrova l’orsetto, mi chiami immediatamente.”

“Agente” disse Sara, facendosi coraggio “quanti anni aveva il bambino?”

“Soltanto un anno, povera creatura” rispose il poliziotto, avviandosi verso l’uscita

“Lei . . . lei crede nel sovrannaturale, agente?” chiese improvvisamente Sara

“No, signora, perché lei sì?” chiese, a sua volta, l’uomo

“No, è che questa scomparsa dell’orsetto mi ha un po’ suggestionata, forse” rispose lei

“E’ comprensibile, non si preoccupi. Allora, a presto!” disse andando via

“Arrivederci. E grazie, agente, per avermi detto la verità”.

L’uomo sorrise e se ne andò.

Non appena fu andato via, Sara si mise freneticamente a cercare l’orsetto, dentro i mobili della sala, nelle credenze della cucina, nel piccolo ripostiglio.

Non trovandolo, si recò al piano di sopra e lì, con grande stupore, vide la scala di corda che conduceva alla soffitta.

“Santo cielo!” esclamò.

Se ne era completamente dimenticata.

Salì la scala ed entrò di nuovo, guardandosi intorno: nessuna traccia del peluche.

Il cofanetto, però, era ancora lì, con la chiave infilata nella serratura.

Sara si avvicinò, circospetta, avvertendo, di nuovo, una strana inquietudine.

Girò la chiave. Il bordo superiore del cofanetto si aprì leggermente, con un lieve scatto.

Sara lo sollevò lentamente e un gemito strozzato le uscì dalla bocca: l’orsetto la guardava da una vecchia foto, abbracciato stretto stretto da un bambino molto piccolo, tutto serio.

Con le mani tremanti, tirò fuori la foto e cercò di riflettere.

Il poliziotto, in risposta alla sua domanda, aveva detto di non credere al sovrannaturale, ma lei, in qualche modo, ci credeva.

Lei stessa, in ben due occasioni diverse, aveva avuto sogni premonitori di lutti, che poi si erano, sfortunatamente, avverati e qualche volta, sempre con i sogni, aveva avuto delle piccole vincite al lotto.

Di certo non era una sensitiva, ma credeva di possedere qualcosa in più, rispetto alle percezioni delle persone comuni.

Esaminò la situazione: l’orsetto era un messaggero?

Lo aveva mandato il bambino della foto?

Se fosse stato davvero così, il bambino, che non era mai stato ritrovato, quasi certamente era morto.

Sara rabbrividì, ma continuò a pensare.

Stava cercando di dirle qualcosa, forse.

Ma cosa?

E, soprattutto, come mai, la foto del bambino con l’orsetto, si trovava lì? Non era casa sua. La sua casa era in paese, come aveva detto il poliziotto.

Prese in considerazione l’idea di richiamarlo, ma la scartò subito, l’avrebbe presa per pazza, se non lo aveva già fatto prima.

E poi, l’orsetto, che fine aveva fatto?

Prese con sé la foto, scese la scala di corda e tirò su la botola chiudendo la soffitta, poi andò in cerca del peluche, in tutte le stanze del piano superiore.

Ma non lo trovò.

Da nessuna parte.

Ormai si era fatto piuttosto tardi e Sara, stanca e piuttosto scossa, si recò al piano di sotto, in cucina, per prepararsi una tisana distensiva.

Mai, come ora, ne aveva avuto bisogno.

Quando fu pronta, la mise in una tazza e andò a sedersi sull’altalena della veranda, come sempre, quando voleva rilassarsi.

La bevve tutta, concentrata solo sul sapore gradevole e il calore proveniente dalla tazza, poi alzò la testa e guardò il mare.

Rimase impietrita

. Alla fine del lungo pontile, era seduto l’orsetto, rivolto verso la grande distesa azzurra, ormai placata.

A ripensarci dopo, non avrebbe saputo dire come arrivò a raggiungerlo, tanto era terrorizzata, ma lo fece.

E quando fu lì, notò che lo sguardo del pupazzetto era rivolto in basso.

Guardò anche lei e capì che, sotto la passerella, c’era qualcosa.

Non avrebbe saputo dire cosa, a causa del buio che avanzava e dello sciabordio dell’acqua, ma doveva andare a vedere.

Fortunatamente, era un’eccellente nuotatrice e, dopo essersi tolta il maglioncino e le scarpe, si tuffò.

L’acqua era piuttosto fredda e per niente piacevole, ma si fece coraggio e si mise a cercare sotto il pontile.

E, alla fine, lo vide.

Era un bauletto, come quelli che si vedevano nei film dei pirati, dove veniva custodito il tesoro. Era chiuso da un grosso lucchetto, e legato con una grossa corda a uno dei pilastri, in legno, che sorreggevano il pontile.

Sara riemerse un paio di volte per riprendere fiato. Al terzo tentativo riuscì a sciogliere la corda. Trascinò il bauletto sino al punto in cui avrebbe potuto issarlo sul pontile e, con enorme sforzo, ci riuscì.

Si sollevò fuori dall’acqua e si sedette sul pontile, per riprendersi dalla fatica.

L’orsetto era ancora lì e questo la fece sorridere

“Non sei sparito, stavolta. Mi stavi aspettando, vero?” disse al peluche.

“Non le avevo detto di avvisarmi, se lo avesse ritrovato?” disse una voce dietro di lei.

Sara si voltò e vide il signor Morgan che le puntava la pistola contro.

“Ma che sta facendo, è impazzito?” chiese Sara “No, signora, è lei che è una pazza. Ed è proprio questo che dirò, quando la troveranno morta. Dirò che mi ha aggredito e ho dovuto difendermi” disse il poliziotto

“Ma perché? Cosa le ho fatto?” chiese ancora Sara, incapace di spiegarsi un simile comportamento.

“Non lo vede? Ha tirato fuori questa cosa dall’acqua e non avrebbe mai dovuto, maledetta impicciona!” disse con veemenza.

Sara guardò il bauletto, poi l’uomo, infine l’orsetto, e una orribile verità si fece strada dentro di lei.

“Qui dentro c’è il bambino, vero? L’ha ucciso lei!” esclamò e subito dopo aggiunse

“Perché, in nome di Dio, perché?” la voce di Sara, suo malgrado, era diventata un grido

“Io…io non volevo ucciderlo. Volevo solo che lei soffrisse. Lei, che mi aveva lasciato per mettersi con quell’altro, e poco dopo, si erano sposati perché lei era incinta. Incinta! Capisce? Magari se la intendevano anche prima, ridendo di me! Io . . . volevo solo che capisse cosa si prova a perdere qualcuno che si ama… ho rapito il bambino ma non sapevo dove andare, così sono venuto qui, nella casa più isolata del paese.

Ma la signora Zanin sapeva già tutto, credeva che io lo avessi ritrovato e voleva telefonare ai genitori, così, preso dal panico, l’ho soffocata con un cuscino.

Poi … il bambino ha continuato a piangere, non aveva mai smesso…dio, ho ancora il suo pianto nelle orecchie! Allora…ho soffocato anche lui.

Non volevo ucciderlo, giuro, volevo solo che smettesse di piangere.

Ero terrorizzato!” “Molto meno di quanto lo fosse lui, di sicuro” mormorò Sara, poi chiese

“E dopo? Cos’è successo?”

“Dopo, ho rimesso la signora a letto, come se dormisse, poi ho messo il bambino nel bauletto, con l’orsetto di peluche e l’ho nascosto nella soffitta.

Quando, dopo molto tempo, abbiamo smesso di cercarlo, sono tornato qui e ho gettato il bauletto in acqua, legandolo a un pilastro del pontile.

La casa non era più abitata e qui non veniva mai nessuno, quindi mi sentivo al sicuro" spiegò l'agente

"Certo, lei dirigeva le indagini quindi nessuno poteva sospettarla. Complimenti, un bel piano davvero!” osservò la donna, sarcastica.

“Finché non è arrivata lei, maledetta, ora dovrò ucciderla!” disse, preparandosi a premere il grilletto.

Ma, invece di sparare, si accasciò a terra.

Quando stramazzò al suolo, Sara vide sua figlia con il braccio ancora sollevato e il bastone pronto a colpire di nuovo.

“Mamma! Mamma! Stai bene?”

Sara le sorrise, poi vide tutto nero.

Quando si svegliò, stavano portando via l’agente e anche il bauletto.

Il comandante di polizia, venuto dal paese vicino, le chiese se voleva tenere l’orsetto.

“No, datelo al bambino. Che riposino in pace, insieme”

“Hai ragione mamma, guarda come gli voleva bene.

Era senz’altro il suo compagno di giochi preferito!” disse sua figlia, mostrandole la foto che lei aveva trovato in soffitta.

Nella foto, il bambino, abbracciato stretto stretto all’orsetto, rideva felice.

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