scrivi

Una storia di Nikolay

Vorrei sapere solo come stai

E se stai mangiando: non è che ti sei sciupata?

2.4K visualizzazioni

Pubblicato il 31 dicembre 2017 in Storie d’amore

Tags: amicizia amore ricordi rimpianto sogno

0

Spesso mi viene semplicemente da chiedermi chissà come stai?

Soprattutto la notte, che con sto freddo gelido già di per sé è difficile pigliare sonno.

Ma non mi chiedo come stai perché mo’ non ci sto più io nella tua quotidianeità.

L’amore, la famiglia. Pure prima che arrivasse il sottoscritto, diciamo che niente di tutto questo ti era mai mancato.

Piuttosto, questa domanda risponderebbe alla mia necessità di essermi sentito esageratamente, senza ragione alcuna, un secondo papà.

Che ti osservava da lontano. Che seppure sembrava che non ci fosse, teneva sempre l’occhio vigile a vedere se sorridevi, e se il sorriso serviva a nascondere un poco di infelicità.

Mi capita ancora oggi, è ‘na cosa che non controllo.

In particolare quando, con la testa fuori dal balcone del mio salotto, mi immagino dentro la tua casa. Il calore che avrei trovato lì, proprio in queste sere così buie, mi avrebbe scaldato assai, prima il cuore e poi tutto il resto.

Una casa in cui non mi serviva niente altro che essere me stesso. Io che me stesso lo sono stato poche volte, perché agli altri non andavo a genio.

Ma a te invece non te ne fotteva, a te io andavo bene.

E non mi ci sono mai abituato a questa cosa. Non a caso, ogni volta che ridevi alla mia vista, e mi correvi incontro per un abbraccio, era n’emozione nuova.

Io che sentivo di dover dare sempre tutto, eppure non mi aspettavo mai niente, perché per tanto tempo era stato sempre così nei confronti miei.

Paradossalmente, la rovina nostra è stata questa.

Perché per questa mia poca abitudine, mettiamola così, ad un certo punto il tuo bene l’ho dato per scontato. Al di là degli errori, le parole dette senza importanza, le cose fatte senza riflettere.

Tanto il tuo bene ormai stava là.

Immutabile, inscalfibile, eterno.

Solo una persona l’avrebbe potuto far scomparire, ed è quella che ora sta scrivendo. Con le mani che tremano, i brividi alla schiena. E stavolta fidati, non centra il freddo.

Perciò vorrei averti qua un’ultima volta e chiederti tante cose.

Se la nonna te le prepara sempre le polpette la domenica.

Se tua mamma fa ancora il mio nome, lei che mi aveva pigliato in simpatia.

Se il tuo papà ti fa ancora i cazziatoni che ti ritiri tardi la sera, pure se mo’ sei donna. Che poi tu già lo eri da un sacco, solo che io non me ne volevo capacitare proprio.

Io che avrei desiderato assai vederti crescere ancora. La patente, la maturità, l’università e gli esami, e chissà che altro. Però questa fortuna sicuro la terranno altri.

Perché qualcuno c’è stato prima di me, e qualcuno sarà già arrivato dopo e ne arriveranno ancora. Che proprio a loro vorrei dire, se potessi: “Guagliù statevi attenti, non ve la fate scappare mai! Non siate fessi come me, che ormai l’ho persa…”.

Eppure io ero convinto che non ci fosse niente di peggio nella vita che deludere la persona più importante che tieni.

Ma poi ho scoperto, a mie spese, che di peggio c’è eccome, se la persona più importante che tieni sei capace di deluderla due volte.

Diciamo che mi so’ superato, però niente di nuovo: si sa che so’ “particolare” assai. Io mi definisco “diverso”, tu dicevi “speciale”, a ognuno libera interpretazione.

E diverso continuerò a essere, che per quanto uno si vuole sforzare, le persone in fondo non cambiano. E in questa mia diversità aspetto che qualcun altro, come hai fatto tu, si possa pigliare cura di me. Io che volevo essere papà e a volte mi so’ sentito figlio, perché a vent’anni non avevo capito la vita.

O magari chissà, un giorno tornerai. “Quello il tempo cura le ferite, me lo hai insegnato tu!”, mi hai detto l’ultima volta che ci siamo rivolti la parola.

Io che vorrei chiederti, proprio in questi giorni di festa, con chi sei, cosa fai. Se tuo padre non ti ha detto niente che ti sei messa quel vestito che ti esce tutta la spalla fuori, ma sei pazza, vatti a cambiare immediatamente!

E chi lo sa, cara R., se la senti ancora qualche volta la mia voce nella testa. E se soprattutto, ripensando a noi, ricorderai risate e gioie, e non le delusioni che ti ho dato.

Io così faccio quando posso, perché magari mi pesa meno sulla coscienza. Proprio io, che ero “particolare”, secondo me “diverso”, ma per te “speciale”. Ed è un peccato che me ne sono accorto mo’ che ti posso incontrare solo nei sogni miei.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×