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Essenziale 2049

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Wild Horses

#essenziale2049

Pubblicato il 19 novembre 2017

A Jean non piaceva la pioggia.

In realtà non aveva mai potuto scegliere molto, dal momento che da quando era venuto al mondo aveva visto solo quella. Eppure sapeva. Sapeva che in altri tempi c'era stata una luce calda e forte attorno, che faceva stare bene; e vai a capire cosa fosse esattamente, ma...

no, sia detto in questo sotterraneo, Jean conosceva una persona poco presentabile secondo i canoni attuali, che gli aveva raccontato alcune cose. Il sole, l'estate...

Ufficialmente, è ovvio, Jean vi avrebbe parlato di condensazioni di vapore saturo che scendono a terra ed evaporano in un eterno circolo di rigenerazione dell'acqua, dove in condizioni ideali di temperatura e pressione... ma in fondo dentro di sé sapeva.

Era quella luce un po' grigia, quel suono incessante, come un fruscio forte, quella sensazione di umido addosso, un'umidità strana, artificiale. Senza un tuono, senza il gusto di bagnarsi per asciugarsi, senza il calore e la tenerezza di prendersi un bel temporale con qualcuna che diceva lui per poterle asciugare i capelli, prendersi il calore e l'arcobaleno, ridere. No, era un "uoooooonnnn...." continuo.

Quell'amico, più in età di lui per sapere cosa c'era prima, gli aveva raccontato ste cose. L'arcobaleno, il sole, l'estate.

Fu interrotto nei suoi pensieri dal pigolio del suo Modulo Comunicativo Personale, che come ogni modulo comunicativo di quel periodo, distillò la chiamata per importanza produttiva, le diede priorità 1 e proiettò un'immagine olografica sulla scrivania dell'ufficio.

Il grande capo, ovviamente.

- Unità Produttiva 16, mi serve assolutamente la mappatura digitale della corona conica. Adesso. Né bi né ba. Adesso ti muovi -

Eh, le corone coniche: in un mondo come quello, la meccanica stava scomparendo, ridotta ai minimi termini. Cosa ne potevano sapere gli altri delle corone coniche, dei pignoni, degli alberi meccanici? A volte Jean si sentiva un dinosauro.

Peggio, un rettile preistorico che lavorava per i simboli dell'oggi. In ogni città della terra, dopo la risoluzione 32, i templi principale era un immenso orologio che scandiva il tempo, fatto come ai tempi antichi. Un enorme impianto di ingranaggi, corone, alberi e pignoni, che scandiva il tempo e ricordava chi era la divinità da venerare. La religione ufficiale. Ovvio che chi scandiva il tempo veramente erano l'orologio atomico di Greenwich o altre prodezze molto più attendibili, ma lavorare dove lavorava lui era avere quasi un posto sicuro.

Una fabbrica di ingranaggi per i templi-orologio della terra, grandissime produzioni e un settore che non tramontava mai. Come purtroppo quello delle onoranze funebri, come diceva con una battuta sgarbata un collega.

Ingranaggi, ricambi di ingranaggi quando la pioggia faceva sin troppo il proprio effetto, ingranaggi su misura per i templi più chic degli architetti-sacerdoti più in voga... perché gli orologi digitali andavano bene, ma avevano meno presa sul pubblico. Templi chic e en vogue per un popolo sempre più credulone. Ferro e carbonio, in fondo. Ferro nella pioggia.

***

"Io non ti posso amare solo... così... a parole.

Tu sei mia...

Dammela...

Ti voglio...

Certo, è bello e lo griderei al mondo, ma se amo te, amo la tua libertà; e combatterò per quello che posso perché tu possa riprendertela. Io amo la donna libera e non sarò io a metterla in gabbia. Anzi, sto ancora cercando le chiavi per aprirla"

Erano le parole che aveva letto su un foglio di carta del suo amico. Gli aveva chiesto il motivo e il significato di quelle scritte e lui aveva taciuto, con le lacrime agli occhi.

- Un giorno forse te lo spiegherò - aveva risposto.

"Te la ricordi "Wild Horses"? Adesso è qualcosa di antico, ma è una delle più belle canzoni dei Rolling Stones senza Brian Jones. Sei sempre stata un wild horse, tutti e due lo siamo sempre stati. Vorrei, anzi voglio, che tu torni a correre nella prateria"

Jean non aveva mai sentito Wild Horses e nemmeno provando a chiedere all'amico aveva mai ricevuto risposta. Solo un riassunto vago del tipo:

- il senso della canzone è che il male che ti ho fatto è quello che mi stai ricambiando, ma non esistono cavalli che mi riusciranno a strappar via da te e quei cavalli prima o poi torneremo a cavalcarli insieme -

Non si poteva sentire. A parte il fatto che ascoltare musica era una pratica considerata vagamente immorale, in quell'epoca, tollerata solo per poche e rare eccezioni, l'amico gli aveva proibito persino di chiedergli notizie o note per canzoni come quella o "What Is And What Should Never Be" dei Led Zeppelin, peggio ancora "Wish You Were Here" dei Pink Floyd. Riusciva a diventare quasi una furia ed arrivare alle lacrime. Non gli piaceva vederlo così, anzi, gli faceva male. Eppure Jean aveva intuito che dietro i dinieghi ci potessero essere capolavori, o qualcosa che faceva bene e male al tempo stesso. Così, le volte che si vedevano, passavano immancabilmente a parlare di musica, proibita e salvifica, dirottando il più delle volte su Beethoven o l'opera lirica.

L'amico, si dica sottovoce, inviso allo stato per i suoi trascorsi trasgressivi, si chiamava Alexandre. Era stato un musicista e scrittore ed il più delle volteaveva manifestato dissenso nei confronti delle autorità, fino ad ottenere una condanna per Blasfemia quando dichiarò in un romanzo che l'unica vera divinità era l'amore. Che secondo lui era una combinazione di vita, natura e forza interiore. Costruttività, anche. Amore, soprattutto. Era fuggito in un seminterrato, nascosto agli occhi del mondo, ricordando la sua lei, il mondo che era stato e amando i ricordi di ciò che era stata l'estate. Si ammazzava di fumose sintetiche, viveva di ciò che Jean e pochi altri gli portavano di straforo e pur essendo una strana persona per i canoni attuali, aveva un fascino tutto particolare e sapeva parlare; e peggio ancora, sapeva ascoltare. Il ricordo di lei non lo manifestò mai apertamente con loro, se non con vaghi accenni, incomprensibili, qualche nota buttata lì a caso ed una frase detta una volta e poi più: - Una scelta d'amore è una cosa che ti può uccidere, ma è amore e consapevolezza che dei due, una lei si salverà -

A dire il vero, Jean non capiva benissimo questa cosa, perché nello stato la risoluzione Demografica 15 sanciva una termine di età per cui a trent'anni, uomo o donna, avevano l'obbligo di scegliere in un catalogo mondiale la propria donna, o uomo ideale, da una fotografia ologramma, contrattare le nozze e provvedere a un matrimonio. Nessuno si era mai sognato di discutere e così sembrava normale, pratico e razionale. Se solo avessero intuito dai discorsi di Alexandre che l'amore è la cosa meno razionale...

- E lei si è salvata? - provò a chiedere lui, una sera che nel sotterraneo erano seduti in cerchio lui, Smith, Corvin ed Alexandre.

L'uomo si era acceso una fumosa sintetica, aveva guardato nel vuoto con le lacrime agli occhi ed aveva sussurrato: - In un certo senso... -

***

- Allora, sta cazzo di corona? -

Jean si scosse.

- L'ho appena portata al reparto mappatura - rispose.

- Gli hai detto che è urgente, vero? Se no, guai a te -

- Sì, sì, gliel'ho detto... -

- Sarà meglio per te -

Il grande capo, forse, aveva scelto nel catalogo sbagliato. Jean guardò fuori dalla finestra e la pioggia scendeva incessante. Come sempre.

Ferro nella pioggia.

Spegnendo la conversazione e rimettendosi a studiare i disegni cotruttivi dei nuovi pezzi meccanici per la cattedrale dell'orologio dell'architetto Celine Gautier, gli capitò sotto gli occhi la foto della Gautier. Era piccola, magra, sorridente. Con una faccina buffa da ragazza sveglia e le gambe magre come quelle di un trampoliere. Gli occhi scuri lo colpirono.

Cercò di concentrarsi sui piani di controllo che stava facendo prima, ma una voce femminile nel Locale Produttivo a fianco lo distrasse di nuovo. Non l'aveva mai sentita. Era una voce dolce e molto bella. Musicale, forse. Rideva e le rideva la voce. Aveva detto un paio di cose che in modo naturale avevano portato allegria nel locale. Si voltò e la intravvide dai vetri. Era piccola, magra, sorridente. Con una faccina buffa da ragazza sveglia e le gambe magre come quelle di un trampoliere. Gli occhi scuri lo colpirono ed in un attimo sentì che, catalogo o no, la doveva conoscere.

Il più era cercare un come.

- Architetto Gautier, questo è Jean DeLac. Segue il suo progetto, meccanicamente -

Jean alzò la testa. La ragazza, accompagnata dal grande capo, era entrata nell'ufficio. Lo guardava con un sorriso propositivo. Sollevò due dita in segno di saluto, come era uso in quel periodo, riduzione al minimo dei contatti umani. Jean sollevò due dita in risposta ed aspettò che il capo se ne andasse.

- Quanto rompe, quello - gli sfuggì, piano.

La ragazza lo guardò e capì. Le partì una risatina che lo contagiò.

- Si guadagna bene - disse sottovoce - anche se quando un mio amico disegnava auto era più felice -

- Case per orologi... - rispose lui, con aria scherzosa.

- Tutte cazzate... ops... - concluse Celine.

- Anch'io ho un amico che ha idee diverse, diciamo così -

- Diverse? Come Alexandre non credo -

Jean la guardò sbalordito, capendo in un attimo.

- Perché non ti ho mai vista al sotterraneo? - chiese, con un filo di voce.

- Sono stata molto lontana... - sussurrò lei - per molto tempo -

Jean si scosse e cercò di riacquistare un tono professionale.

- Adesso, architetto Gautier, le spiegherei un attimo il funzionamento meccanico di questo nuovo orologio. Gli ingombri, le dimensioni, in modo che non abbia problemi progettuali nel chiudere le linee del disegno. Che mi dicono sia molto bello. Una prima maquette, o un plastico, sono già pronti? -

***

Appena si congedarono e Jean ebbe salutato la ragazza, si collegò al Modulo Comunicativo di nascosto. Fare telefonate private in ufficio era poco tollerato e col grande capo in giro, che non era esattamente elastico, era un vero problema.

Contattò il modulo sotterraneo di Alexandre e gli chiese brevemente se avesse notizia di una bella ragazza mora che così e così...

...ed Alexandre, senza fare una piega e con un'ombra di sorriso, gli rispose:

- Sapevo che prima o poi vi sareste trovati. Celine è come il sole che qui non c'è più -

- Perché non l'ho mai vista prima? -

- Perché i tempi non erano ancora maturi, sciocco. Stasera, se ti va di fare un giro qui, c'è -

Si fiondò per le strade con la canoa a idrogetto, vedendoci poco nella pioggia che quella sera era più intensa del solito. Appoggiò la canoa in un angolo, mise le scarpe a tenuta stagna e fece il tragitto a piedi. Lo strato di acqua sulle vie era di circa una ventina di centimetri, mediamente, era molto semplice far perdere le proprie tracce. Almeno quello. Entrò spingendo piano la porta e vide Alexandre là in fondo, nella penombra, fumosa in bocca e leggero accenno di canzone sussurrata tra sé e sé ma abbastanza udibile.

- Adesso mi racconti, però, eh? - esordì Jean a voce piuttosto alta.

Alexandre si voltò lentamente, con un ghigno che poteva essere un sorriso e con voce pacata e calma gli rispose: - Se volete vi presento, ma mi pare che vi siate già incontrati... -

A fianco a lui, seduta in circolo con Smith, Corvin e una chitarra, stava Celine. Si sorrisero, istintivamente.

- E' venuto il momento, a quanto pare. Voi ora non capirete pienamente, ma col tempo avrete chiaro nella mente e nel cuore quello che vi dirò. Ora non lo sapete ancora, ma ci sono cose che ho visto in voi due, che mi ricordano certe cose. Antiche. Non dirò molto di più, ma so di aver fatto il mio tempo; e ne sono felice. Nel mio piccolo sono riuscito ad allevare quattro ragazzi splendidi, a quanto pare; pochi ma buoni. Ora so che la mia vita ha avuto un senso. Vi voglio bene, ragazzi. -

- Che intendi dire? - chiese Celine sussurrando.

- Che tutto ha un senso, ora. Ora so che lei è salva, che io sono rimasto solo per il suo bene, ma non è stato tutto inutile. La amo, sì, come sempre. Ora finalmente, prima che vi togliate dalle scatole, vi posso far sentire ciò che ho cercato di proibirvi finora per il vostro bene; e capirete molte cose. Il futuro è vostro, fringuelli. Ricordate quel poco che vi ho insegnato, se non siete così idioti da dimenticare tutto -

Prese la chitarra in braccio e tossì.

- E poi toglietevi dai piedi, per favore; e abbiate una buona vita -

Iniziò un paio di arpeggi ed accordi e partì

"So, so you think you can tell

Heaven from Hell

blue skies from pain..."

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