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Una storia di Massimo.ferraris

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Buona passeggiata, Mr. Goodman

Pubblicato il 17 luglio 2017

Andrew Goodman si aggrappava all'idea che tutto stesse andando per il verso giusto. Non poteva trovare difetti, perchè mai, con una vita come la sua a dir poco perfetta. Andrew aveva quarantatre anni, un'età in cui nella maggior parte dei casi si è raggiunto il successo, faticando molto, ma con risultati soddisfacenti. Ed era così, ce l'aveva fatta, lui povero figlio di una coppia di operai del Minnesota era riuscito ad emergere ed ora, a bordo della Limousine, guardava le ultime notizie di borsa sullo smartphone.

"Oggi quindicimila dollari di profitto", pensò sorridendo. Era ricco, in modo indegno, poteva avere tutto e tutti ai suoi piedi, ma... c'era qualcosa che non andava. Cosa di preciso non sapeva, nessun segnale negativo all'orizzonte, una salute di ferro che teneva controllata grazie al dottor Hower e alla sua clinica dove lui versava mazzette di dollari. Fisico snello e muscoloso ottenuto con assidue sedute in palestra ed una vita sessuale più che soddisfacente; niente donna fissa, ma incontri frequenti con ragazze incontrate nei locali più alla moda di Boston.

-Ho paura che faremo tardi- James, l'autista, lo interruppe dai pensieri. Guardò fuori dal finestrino e notò che davanti all'auto si snodava una fila di fari che si dilungava in lontananza. Odiava perdere tempo, nonostante la serata si preannunciasse noiosa e solitaria. Aveva da lavorare, sistemare la contabilità e fare un paio di telefonate importanti a due collaboratori. Sbuffò impaziente e slacciò la cintura.

-Vado a piedi, James- lo informò, scendendo dalla Limousine ferma in coda.

-Ma signore, questa zona non mi sembra...-.

-Non preoccuparti, me la so cavare, ti lascio l'incombenza di portare a casa la valigetta e il computer. Vedrai, se tutto va bene arriverò prima di te-.

L'aria pungente gli fece stringere il giaccone attorno al collo, notò che anche gli altri pedoni accusavano l'aria gelida della sera. Era sceso a Roxbury, una volta quartiere malfamato, ma ora in lento miglioramento, grazie all'intervento delle forze dell'ordine e l'espansione immobiliare. Adocchiò un grande murales che riproduceva l'inferno dantesco, gli passò accanto, vedendolo trasformarsi nella versione reggae del paradiso terrestre, quindi imboccò una strada ai cui lati palazzi di recente costruzione conducevano verso l'ingresso di un parco. Non era ancora buio, i raggi del sole bucavano lo spicchio di cielo sui palazzi, ma allungò lo stesso il passo, più per sicurezza che per timore. Visi tranquilli, ragazzi che ridevano, alcuni si girarono osservandolo, uno gli chiese da fumare. Andava tutto bene, cercò di tranquillizzarsi, eppure quel tarlo che gli rodeva dentro lo mise in allarme.

"Ho fatto una cazzata!", si maledì, sibilando la frase tra i denti. Forse il traffico si sarebbe ridotto in poco tempo, magari James era ancora in fila; girò la testa verso sinistra e valutò la sua posizione. Non era pratico della zona, ma era sicuro che entrando nel parco e girando ad ovest sarebbe tornato sulla strada. Gli venne l'impulso di correre, ma si bloccò pensando che sarebbe stato notato. Tre ragazzi di colore sbucarono dall'ingresso del parco, uno una montagna di muscoli che guizzavano sotto la felpa aderente, gli altri due alle spalle, quasi a coprirlo. Forse era un bullo di quartiere, un di quei tipi pronti a sgozzare il prossimo per pochi spiccioli. Non rallentò, abbassò di poco lo sguardo e sperò che non gli dessero noia. Quando la distanza si fece minima una goccia di sudore si formò sulla fronte, nonostante il freddo. Ebbe l'istinto di chiudere gli occhi quando la fragranza del dopobarba della montagna di muscoli penetrò nelle narici. Gli sembrò di essere su una nuvola, voltò lo sguardo che si posò su un cartellone pubblicitario, dove due anziani felici si tenevano per mano e osservavano una villa immersa nel verde. "Casa di riposo Clayton: dove la vita ricomincia" recitava la scritta; pensò ai suoi e un groppo alla gola lo fece sbandare. Sentì il contatto con qualcosa di duro.

-Che cazzo fai, sei ubriaco?- non una voce, ma un ruggito lo assalì. Era finito contro il ragazzo.

-Scusa, non volevo...- nonostante avesse anche lui un fisico muscoloso, non poteva competere con quello dell'altro. Non si fermò, ansimando allungò il passo.

-Dove corri, coglioncello?- era uno dei due ragazzi. -A Doc non piacciono i damerini che non si fermano nemmeno a salutare-.

-Già, salutare... arf... arf...- ghignò l'altro, ridendo come un cane spompato. Erano a pochi metri, non poteva fuggire, nonostante fosse allenato. Doc lo superava in altezza di almeno venti centimetri e di altrettanti anni in meno.

-Fermati!- gli intimò, ringhiando nuovamente. Non ci pensava nemmeno, a costo di rotolarsi nel fango aveva intenzione di mettere più strada possibile tra lui e loro. Con la coda dell'occhio valutò che con uno scatto potente li poteva spiazzare e raggiungere il parco. Di sicuro lì sarebbe stato più difficile, non conosceva il luogo, che forse loro lo potevano attraversare ad occhi chiusi, ma sperava nei sentieri e siepi. Un tempo aveva gareggiato con buoni risultati nella corsa ad ostacoli e spesso si divertiva, quando era solo, a saltare muretti e transenne. Nessuno in vista a cui chiedere aiuto, nemmeno la possibilità di telefonare, doveva solo correre e sbucare dall'altra parte, sulla via trafficata, mettendosi in salvo. Il buio della vegetazione lo colpì, mentre alle spalle il rumore dei passi iniziò a scatenarsi. Una serie di platani formava una curva attraverso i quali scattò deciso. Anche lì nemmeno un'anima viva. Provò l'istinto di urlare aiuto, ma non sapeva se in mezzo a quel nulla ci fosse qualcuno ancora peggio dei tre alle calcagna; doveva trovare un riparo, farli passare oltre e studiare il modo di uscirne.

-Sei morto!- sentì urlare. -Appena ti becco ti apro come un libro!-. Forse avrebbe dovuto fermarsi, supplicarli di lasciarlo stare, magari ricevere qualche strattone e finirla così, ma di sicuro ora non era più il momento: fermarsi significava essere pestato di brutto. Rimpianse di aver rifiutato il corso di tecniche di difesa personale proposto da Jim, il suo allenatore.

Una fontana, poi una serie di lampioni che lo rendevano visibile. Scartò di lato, compiendo un salto sopra alla siepe di bosso, ma nella foga calcolò male i tempi e finì a terra. Il colpo gli provocò dolore alla spalla, ma l'adrenalina che pompava nell'organismo lo rimise in piedi immediatamente.

-Tu da quella parte!- Doc diede ordine a uno dei due. Andrew non si girò per controllare, ma capì che qualcuno aveva cambiato sentiero ed ora gli stava correndo alle spalle.

"Mi vogliono chiudere, bastardi!". Non sapeva quanto fosse grande il parco, ma di sicuro si estendeva notevolmente; non riusciva a scorgere i rumori e le luci della strada, forse aveva valutato male il percorso, girare ad ovest non gli era più possibile. Una statua con un cavaliere, più avanti un chiosco ormai chiuso, poi due strade sterrate che conducevano in direzioni opposte.

-Merda!- urlò, si girò e vide che uno dei due, quello che rideva come un cane, era ad una decina di metri, degli altri nessuna traccia. Non era muscoloso, anzi, piuttosto magro. Sbuffava notevolmente, di sicuro più di lui, un punto a favore che poteva permettergli di avere la meglio.

Prese il sentiero sulla destra, quello meno illuminato e si accorse che dopo la prima curva si inerpicava verso una piccola collina sulla cui sommità si trovava un gazebo in metallo. Chissà come gli venne in mente una piccola orchestra intenta a suonare arie da camera. Tenne duro, corse per altri cento metri, quindi si fermò, voltandosi. Il ragazzo ebbe uno sbandamento, di sicuro non si aspettava quel gesto, ma subito riprese a correre verso di lui.

-Ti ammazzo!- gridò, sferrando pugni all'aria come un pazzo. Andrew era pronto, le mani appoggiate ai fianchi. Quando la distanza si ridusse ad una decina di metri scattò in avanti con tutta la velocità che riuscì a raggiungere e gli finì addosso. Il dolore fece esplodere una serie di luci davanti agli occhi: aveva colpito il tipo con la spalla dolorante. Il ragazzo cadde all'indietro, rotolando giù per il pendio. Persino nelle tenebre che stavano ammantando il giorno riuscì a scorgere l'espressione di stupore sul viso e la smorfia di dolore.

-Eccolo, è qui- Andrew scorse gli altri due entrare nella visuale; erano ancora scattanti, nonostante la corsa impegnativa. Uno almeno era stato fermato, ma rimaneva ancora Doc, quello più duro. La giacca si fece pesante e il calore corporeo si trasformò presto in qualcosa di appiccicoso; non era la solita serie di esercizi scanditi a ritmo regolare, questa volta aveva saltato il riscaldamento e il risultato era una respirazione che si stava facendo sempre più corta e faticosa. Che doveva fare? Correre, di sicuro, non rimanere fermo ad osservare il tipo a terra dolorante. Così fece, riprendendo la risalita, oltrepassando il gazebo e trovandosi davanti ad un tratto pianeggiante che finiva sulle rive di uno specchio d'acqua. Non ricordava l'esistenza di un laghetto, tanto meno l'idea di quel parco, che stava diventando la sua prigione personale. Si passò la lingua sulle labbra, secche al contatto e valutò il da farsi. Alle spalle le grida continuavano a bombardarlo, frasi di vendetta, di rabbia e morte.

Quella sensazione provata si era trasformata in qualcosa di reale, in quel momento tutti i soldi che possedeva non servivano a nulla, se ne rese conto, amaramente. Avrebbe dato tutto se solo per magia i due alle calcagna fossero spariti.

Un sentiero largo poco più di un metro si snodava intorno al lago; anche lì lampioni, panchine e bidoni per l'immondizia posti ad intervalli regolari. Amava l'armonia delle cose, sin da bambino era un patito dell'ordine e geloso delle proprie cose. Di sicuro era stata quella l'arma vincente, l'organizzazione e la precisione l'avevano accompagnato da sempre, nonostante fosse cresciuto con suo fratello Mike, disordinato e completamente.

-Facciamo un patto- sentì ansimare, -ci fermiamo e ci stringiamo la mano-.

-Si, la mano... arf... arf...-l'uomo cane aveva sempre fiato per latrare.

Erano a una trentina di metri, li poteva vedere nitidamente sotto le luci del lampione, Doc piegato in due, la mano destra all'altezza del fegato, l'altro in piedi e sbuffante come un mantice.

-Facciamone un altro- rispose Andrew, -voi ve ne andate e mi lasciate stare. Non serve il contatto fisico, non sono scemo e ho qualche anno di esperienza più di voi-.

-Vuoi dire che non ti fidi?- chiese allibito la montagna di muscoli. -Doc ha una parola sola-.

-Quelli come te sono solo dei fottuti bastardi!- urlò Andrew. Il silenzio calò, in lontananza rumore di automobili. Da quella posizione non riuscì a decifrare l'espressione di Doc, che al suono delle parole si era rimesso dritto. Sembrava una sfida da far west, mancavano solo il cinturone e le pistole.

-Risposta sbagliata- sentenziò Doc e riprese a correre. Lo scatto fu così fulmineo che in pochi secondi recuperò parecchi metri. Non gli restava che scappare, di nuovo, verso una via d'uscita. Era sul sentiero, perciò non poteva fare altro che percorrerlo. Sembrava senza fine e dopo quasi un minuto Andrew provò il dubbio atroce che stesse compiendo un giro su se stesso.

-Ci sei, fighetto!- il ragazzo, quello che sarebbe dovuto giacere a terra dolorante, si materializzò davanti. Era pronto, in posizione di difesa, il fianco leggermente inclinato pronto a ricevere l'impatto. Quando si rese conto di non poter far altro che finirgli contro, Andrew girò su se stesso e si preparò. Una frazione di secondo dopo ci fu il contatto, le mani di lui lo afferrarono alle spalle e una sensazione di volo gli trasmise la certezza che sarebbero finiti a terra. Quello che accadde fu ancora più sconvolgente: l'acqua attutì il colpo, ma lo fece in modo doloroso. Era fredda, ghiaccio fuso, da togliere il respiro. Gli penetrò nel naso, in bocca, facendolo annaspare, mentre l'altro lo teneva per una manica, impedendogli di emergere. Sarebbe morto, ne era sicuro, tutto per colpa di una stupida coda sulla statale. Sentì il pugno sulla guancia e il gusto metallico del sangue, poi un altro e allora capì di essere vivo. Puntò un piede sull'addome del ragazzo, scatenato nel tentativo di colpirlo al viso, quindi spinse in avanti, liberandosi. Ma fu questione di poco, ritornò alla carica, il pugno chiuso lo sfiorò. Era pazzo, i suoi occhi sembravano pozze nere di fango. Doveva salvarsi e per farlo occorreva reagire. Allungò la mano e gli afferrò i capelli, appiccicosi al contatto; ebbe quasi la tentazione di lasciarli andare, ma per fortuna le dita non risposero. Spinse verso il basso, facendo leva con il suo corpo. Il ragazzo finì sotto, dimenandosi. Andrew lo cavalcò, bloccando ogni tentativo di reazione. Lo voleva uccidere, sì, sentirlo scalciare e poi distendersi come un sacco vuoto. Odiava la violenza, ma ora era lo spirito di conservazione che lo guidava. Il ragazzo ebbe uno scatto improvviso, lui non mollò la presa e dopo poco gli ultimi spasmi gli fecero capire che era finita. Lo lasciò andare, scalciando quel corpo flaccido e vuoto di vita. Un grido gli salì alla gola, quello di un animale ferito ed iniziò a piangere.

-Tom, Tom!- l'uomo cane era sulla riva, aveva osservato la scena e fissava il corpo dell'amico con occhi sbarrati. -Che gli hai fatto, testa di cazzo! Ora farai la stessa fine!- si lanciò in acqua, sotto le luci scintillò una lama. Andrew nuotò, portandosi verso il centro del lago, dove sorgeva una piccola isola fatta di pietre irregolari. Si ferì la mano nel tentativo di salire, mentre il freddo e la tensione lo facevano tremare. Aveva ucciso un uomo, lo vedeva galleggiare a faccia in giù. Ci sarebbe stato un processo, guai, nonostante l'avesse fatto per legittima difesa. La giustizia quando voleva poteva essere pesante, specialmente con uno ricco come lui. Stava ancora pensando quando si accorse che l'uomo cane si era messo in piedi in un punto dal fondale basso, fece scattare la mano e il sibilo fu accompagnato da un dolore intenso al braccio sinistro. Abbassò gli occhi stupito, incredulo di trovare il coltello conficcato nella manica della sua giacca da ottocento dollari.

-Morirai dissanguato... arf... arf...- stava avvicinandosi pericolosamente. Doc era in piedi sulla riva, osservava la scena, muto, quasi rapito da una situazione degenerata nel delirio.

"Bastava chiedessi scusa...", Andrew accompagnò il pensiero dall'estrazione della lama dal braccio. Lanciò un urlo, come una bestia ferita e serrò gli occhi a fessura. "Scusa un cazzo! Siete solo feccia, non sapete cosa vuol dire vivere...". Non c'era più paura, ma odio feroce. Da ragazzo aveva imparato a lanciare i coltelli insieme a Mike. Si erano allenati parecchio contro le assi del cancello della stalla, ed ora quella pratica sperò fosse ancora in suo possesso. Bilanciò il peso e lo fece partire, teso e all'altezza della gola. Penetrò con precisione millimetrica, bloccando il respiro e i movimenti al ragazzo.

"E due...", rise tra se, ne mancava solo uno, il pesce più grosso. In piedi, in mezzo al lago si sentì come un dio, forte ed invincibile. Doc si portò le mani alla testa, i suoi scagnozzi erano morti per una cavolata. Quel tipo era più tosto di quanto pensassero, ma aveva bisogno di essere tolto dai piedi.

-Pensi sia finita così? Che me ne vada spaventato? Li hai uccisi, ma questa è stato il tuo ultimo divertimento. Non mi farò infinocchiare da qualche giochetto, nemmeno incantare dalle parole- Doc estrasse di tasca l'arma. Andrew rabbrividì, in mezzo al lago era un bersaglio troppo facile, non avrebbe sbagliato e lui non aveva intenzione di finire i suoi giorni così. Eliminare Doc voleva dire cancellare ogni traccia del suo passaggio. Avrebbe recuperato il coltello, l'unico oggetto che possedeva le sue impronte, quindi avrebbe raggiunto casa, senza farsi vedere da James. Chissà se il rimorso era qualcosa che riemergeva, oppure il fatto di aver eliminato degli esseri inutili e pericolosi rendeva tutto più accettabile. Non era il momento delle domande, ma quello della salvezza. Si cacciò in acqua, nell'aria riecheggiò il rumore dello sparo. Il bastardo aveva intenzioni serie; nuotò sott'acqua per qualche metro, dirigendosi verso il lato opposto. Di sicuro Doc avrebbe corso e recuperato parecchia strada, ma Andrew era convinto che una volta fuori gli sarebbe stato facile infilarsi nella vegetazione. Sul fondo si vedevano finalmente le luci della strada. Doc si guardò intorno, poi in alto e capì che se il fottuto bastardo riusciva ad uscire poteva scappare, quindi riprese a correre sul sentiero, zigzagando tra le panchine e i cestini. Era deciso a farla finita, peccato per i due uomini, ne avrebbe trovati altri, pagandoli una manciata di dollari. Era il momento di aumentare il giro d'affari e un paio di guardie del corpo in più gli avrebbero evitato altri incidenti simili.

Andrew rotolò sulla ghiaia, il respiro bruciava in gola, così come il braccio. Mosse la mano e scoprì con piacere che le dita rispondevano. Di sicuro qualche punto di sutura, che il dottor Hower gli avrebbe dato senza fare domande e la vita sarebbe tornata a scorrere serena. Aveva visto giusto, gli alberi formavano una fitta barriera attraversata da un viale che conduceva verso l'esterno. Riuscì a vedere le luci delle auto.

-Non fare un passo- Doc gli era alle spalle. -Voltati e dimmi chi cazzo sei. A giudicare dall'abbigliamento uno con parecchia grana, vero?-.

Non era il momento di fare l'eroe, forse poteva salvare la pelle proponendogli un po' di dollari.

-Sono ricco, enormemente ricco- disse di getto, -e potrei coprirti di soldi-.

Doc rimase in silenzio, valutando l'offerta.

-Hai ammazzato i miei uomini, lo sai che questo significa molto per uno come me-.

-Non ho limiti- cercò di rimanere calmo. Nella penombra l'uomo sembrava ancora più minaccioso. Andrew indietreggiò di poco, incespicando su qualcosa e cadde a terra.

-Non ti muovere o ti ammazzo!- gli intimò Doc, che si fece avanti. Andrew, cadendo, finì con la mano su un ramo, l'afferrò, tenendosi pronto. Quando gli fu vicino lo fece roteare fulmineo, colpendolo con violenza alla mano. L'arma volò in alto, finendogli in grembo. La fortuna era dalla sua, questo voleva dire che ciò che stava facendo era giusto. Afferrò l'arma e scaricò uno dietro l'altro i colpi del caricatore. Doc fu sbalzato all'indietro, finendo a terra a braccia larghe.

Si alzò fulmineo e corse verso il lago; l'uomo cane galleggiava con il viso rivolto al cielo, la lama conficcata nel collo. Tornò a tuffarsi e con poche bracciate vigorose lo raggiunse. Prese il coltello e lo mise in tasca, insieme alla pistola. Doveva scappare da lì, al più presto, o la fortuna poteva cambiare idea e mettere qualcun altro sui suoi passi. Uscì dal lago e corse verso il corpo disteso, passò oltre e con falcate decise raggiunse il cancello d'uscita.

Non aveva sbagliato i calcoli, la strada, curvando, passava proprio in quel punto. Sentì il suono di un clacson e voltò la testa in quella direzione. Era la sua Limousine, con James al volante.

-Signor Goodman, ma che è successo?- l'autista lo guardò preoccupato.

-Niente, tranquillo, ma mai avventurarsi in un parco di notte, potresti finire a bagno come ho fatto io- aprì la porta e sprofondò nel sedile. Era una scusa, ma James l'avrebbe bevuta. L'indomani i giornali avrebbero riportato la notizia, non sapeva se James avrebbe fatto due più due e collegato gli omicidi a lui. Non gli importava, era pronto, in tasca aveva il coltello che ora stava stringendo con forza: nel caso sarebbe servito ancora una volta.

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