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Una storia di MarcoTrogi

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SODALITIUM PIANUM

il bene e il male... Noi, da che parte stiamo?

Pubblicato il 24 febbraio 2017

Prologo

I cancelli del cimitero erano da poco stati aperti. Era una bellissima mattina di primavera, il piccolo viale che conduceva alle aree delle sepolture risplendeva dell’intenso e accecante verde chiaro, dipinto dalla miriade di giovani foglie che danzavano sui rami degli alberi, con quell’esuberanza tipica della giovane vita appena germogliata, così inquieta, prepotente, ansiosa di essere vissuta. L’anziana signora si appoggiò alla colonna del cancello per sistemare il grande mazzo di fiori che a fatica teneva sotto il braccio. Vestiva completamente di nero. Sopra la testa, legato sotto al collo, portava un foulard anch’esso scuro, che ricopriva completamente i capelli. Nella mano destra, quella non occupata dai fiori, stringeva un bastone di legno che ne evidenziava ancora di più la camminata incerta, stanca, quasi dolorante. La vecchina, ricurva dal peso degli anni, percorse tutto il vialetto, soffermandosi più volte per riposare senza prestare molta attenzione, o forse senza nemmeno accorgersi, dei fiori che di tanto in tanto cadevano per terra, lasciando dietro di lei una suggestiva scia colorata. Attraversò per lungo tutto il camposanto, arrivando con fatica finalmente alla sua meta: una lapide con sopra una grande croce di marmo bianco, molto semplice, quasi anonima. Stanca del percorso, la vecchia signora si sedette sulla panchina di ferro posta di fronte a quel sepolcro. Il sole cominciava a essere abbastanza alto da far sentire sempre più intensamente il calore dei suoi raggi. Sudava, si asciugò la fronte con un fazzoletto.

«Ogni volta è sempre più dura. Non è che quando sai che vengo a trovarti, ti allontani apposta per farmi dispetto?» borbottò fra sé la vecchia signora. Attese qualche momento sulla panchina, giusto il tempo per riprendersi dello sforzo appena fatto, poi a fatica si rialzò, prese il vaso posato sul marmo della lapide e, avvicinandosi a un cestino per i rifiuti collocato di fianco alla panchina, vi gettò dentro i vecchi fiori oramai appassiti. Più in là, a una decina di metri, c’era una fontanella, la vecchina la raggiunse, svuotò il vaso dall’acqua sporca contenuta dentro, lo sciacquò e lo lavò accuratamente, quindi, fece ritorno alla panchina. Prese il grande mazzo di garofani di più colori che vi aveva posato sopra e iniziò a sistemarli, uno ad uno, all’interno del grande vaso bianco, spezzandone ad alcuni il gambo troppo lungo e avendo cura di distribuirli in maniera omogenea e gradevole, secondo i colori. Nuovamente riempito di fiori freschi, rimise il vaso al suo posto sul piano orizzontale di marmo bianco della tomba, togliendo successivamente con la mano alcune foglie appassite, resti dei precedenti fiori, cadute intorno al recipiente. Si avvicinò nuovamente alla fontanella, raccolse una bottiglia di plastica che era lì, posata per terra, e la riempì d’acqua, tornando poi lentamente, col suo passo affaticato, verso la lapide. Riempì il vaso di acqua pulita poi. dopo aver estratto dalla tasca un fazzoletto e dopo averlo inumidito con un po’ di quell’acqua rimasta in fondo alla bottiglia, cominciò con grande cura a pulire il marmo impolverato della tomba. Terminato di lucidare il piano orizzontale, si protese in avanti per pulire la foto incastonata sulla croce che si ergeva in fondo alla lapide. Ultimata questa operazione, nel momento stesso in cui cercò di tirarsi di nuovo su, forse a causa di un giramento di testa, l’anziana signora perse l’equilibrio, cadendo rovinosamente all’indietro sul selciato del vialetto.

«Oddio! Si è fatta male, signora?» esclamò un ragazzo che, vedendola cadere, accorse prontamente per soccorrerla. «Vuole che le chiamo un’ambulanza?»

«No, no, non c’è bisogno» rispose l’anziana. «La ringrazio. Mi aiuti solo ad alzarmi, per favore». Il ragazzo la aiutò a rimettersi in piedi, raccogliendole anche il bastone che nella caduta era rotolato più in là, sotto la panchina.

«Come sta, signora? Si deve essere spaventata parecchio. Vuole che le vado a prendere un bicchiere d’acqua?»

«Lei è molto gentile giovanotto ma stia tranquillo, va tutto bene. Ne ho passate talmente tante in vita mia, non credo possa uccidermi una semplice caduta».

«Venga, si sieda qui sulla panchina» la invitò premuroso il ragazzo. «Ucciderla magari no ma avrebbe potuto farsi parecchio male, lo sa? Ci vuole poco a rompersi una gamba» commentò il giovane.

«Soprattutto alla mia età, vero?»

«No! Non volevo dire questo…» rispose imbarazzato il ragazzo.

«Mi ricorda tanto una persona che ho conosciuto molto tempo fa, lo sa giovanotto? Anche lui, era molto timido e imbranato».

Il giovane, un bel ragazzo di non più di vent’anni, alto e dai capelli biondi, nel frattempo aveva raccolto il vaso caduto, raccattando anche tutti i fiori finiti per terra.

«Ecco fatto!» disse il giovane, dopo aver risistemato i fiori all’interno del vaso. «Per fortuna non si è rotto. Forse bisognerà aggiungervi un altro po’ d’acqua. Vado a prenderla! Lei resti qui seduta, penso a tutto io. Non si preoccupi».

«Grazie giovanotto, lei è veramente molto cortese» disse l’anziana signora, ammirando con quanta premurosità quel giovane stava prendendosi cura dei suoi fiori, e di lei.

«Ecco fatto! Le piace come li ho sistemati, signora?»

«Sì, bravo, ha fatto proprio un bel lavoro. E complimenti anche per il senso del rispetto e l’educazione dimostrata. È raro trovare certe qualità nei giovani d’oggi».

«Grazie, signora. Lei è molto gentile ma, aiutare chi ha bisogno, per me è una cosa naturale, istintiva».

«Bravo, molto bravo. Dio gliene renderà merito, vedrà… Mi scusi, posso chiederle quanti anni ha?» domandò la vecchia signora. «Mi sembra così giovane…»

«Ho diciotto anni, signora, li compio giusto oggi».

«Ah! Allora, auguri!» commentò la vecchina.

«Grazie, signora».

«Se non sono indiscreta... chi è venuto a trovare?»

Il ragazzo abbassò gli occhi, poi rispose: «Mio padre… è morto cinque anni fa, proprio il giorno del mio compleanno. Da allora, ogni volta che compio gli anni, lo vengo a salutare… è l’unico modo per passare questo giorno assieme a lui».

«È molto bello quello che fa, lo sa? Molto bello e, presumo, molto doloroso, vero?»

«Beh, sì. Un pochino…» rispose il ragazzo, strofinandosi furtivamente gli occhi. L’anziana donna lo guardò con tenerezza, senza dire niente. Sorrise, accentuando ancora di più le già profonde rughe solcate dal tempo sul suo viso e dando per un momento l’impressione, nonostante i suoi occhi fissassero quelli del ragazzo, di trovarsi altrove. «Chi era? Un suo parente?» chiese il giovane, indicando una foto piuttosto sbiadita incastonata sulla lapide di fronte, nel tentativo, probabilmente, di cambiare discorso.

«Chi?! Ah, no… » rispose la donna, riprendendosi da quell’attimo di apparente estraneazione. «Un momento…» disse a un certo punto il giovanotto. «Ma io conosco questa persona, lui è…». «Sì, è lui» lo interruppe la vecchia.

«Lei lo ha conosciuto?» domandò il ragazzo, guardando la foto del defunto incastonata nel marmo con il suo nome inciso sotto.

«No, non personalmente. Ho conosciuto però una persona che gli è stata molto vicino e che mi ha raccontato la sua storia, la sua vera storia. Io vengo solo a portargli dei fiori ogni domenica. Per una vecchia come me, è un modo come un altro per passare il tempo… Sono così lunghe le mie giornate, sa, giovanotto?»

«Mi scusi… Ha detto: la sua vera storia?!»

«Già… quello che il mondo ricorda di lui, si dice sia soltanto quello che è sembrato più opportuno ricordare, ciò che è parso più facile vedere e capire».

«Davvero?» domandò molto incuriosito, il ragazzo. «Sa che mi ha fatto venir voglia di ascoltare questa storia. Sono piuttosto affascinato da tutto ciò che può nascondersi dietro le apparenze. Pensi che il mio più grande sogno è quello, un giorno, di diventare giornalista» rispose il ragazzo. «Ah! Complimenti… sarebbe proprio una bella professione. Ma… è veramente sicuro di voler ascoltare questa storia, giovanotto?»

«Perché me lo chiede, signora?»

«Beh, glielo chiedo perché non vorrei che mi scambiasse per una vecchia pazza visionaria».

«Non credo proprio, anzi, direi il contrario» rispose il ragazzo, «per come la penso io, è più probabile trovare verità e risposte nell’insensatezza, piuttosto che nell’assennatezza».

«Mah… Se lo dice lei. Comunque, consideri quanto sto per raccontarle semplicemente come una favola, un’incredibile e meravigliosa favola».

«Non chiedo di meglio!» commentò il giovane. «Mi sono sempre piaciute le favole».

«E allora vieni, dai! Siediti qui, accanto a me» disse contenta la vecchina. «Ah! Scusami, posso darti del tu?»

«Ma certamente, signora! Anzi, mi farebbe solo piacere. Mi chiamo Stefano».

«Bene, Stefano! Io invece… fai conto che sia la tua vecchia nonnina. Va bene?»

«Va benissimo, nonna!»

«Bene! Allora, caro Stefano… Tutto ebbe inizio quando…

Capitolo 1

Roma: Ospedale Policlinico “Gemelli”, mercoledì 23 settembre, di molti anni prima…

… Una grossa auto nera entrò lentamente dai cancelli sul retro dell’ospedale, proseguendo fino all’ingresso dei sotterranei di servizio. Era una giornata piuttosto nuvolosa, soffiava un leggero vento caldo che impediva alle grigie e minacciose nubi di scaricare il proprio fardello di pioggia. L’auto compì un mezzo giro nel piazzale per arrestarsi davanti alle rampe di carico e scarico. Dalla portiera al lato del conducente e da quella posteriore sinistra scesero due uomini vestiti di nero; uno si fermò immobile di fianco all’auto guardandosi attorno, mentre l’altro si affrettò ad aprire la portiera posteriore destra, dalla quale uscì un’ulteriore persona, molto più anziana degli altri, anch’essa vestita di scuro.

«Vuole che l’accompagni?» domandò il tipo che aveva aperto la portiera, tenendo in mano un ombrello chiuso.

«No, non ce n’è bisogno, grazie» rispose l’anziano uomo, infilando un paio di occhiali scuri. «Prenda almeno l’ombrello, da un momento all’altro potrebbe piovere».

«No, stia tranquillo… finché c’è vento non pioverà» rispose il tipo, guardando il cielo. Salutato gli occupanti dell’auto, l’uomo si avviò a piedi verso l’ingresso dei sotterranei di servizio dell’ospedale. Percorse tutto il corridoio attraversando con passo deciso i locali caldaia e quelli della biancheria. Alla fine di quest’ultimo locale, l’uomo salì su una scala, percorrendola fino al livello del piano terra, dopodiché entrò dentro a un ascensore con il quale salì ulteriormente fino al terzo piano. L’anziano uomo percorse veloce e deciso un altro lungo corridoio; il rumore dei suoi passi secchi echeggiava in modo sinistro sulle pareti. Era un tipo di colore, alto, sulla settantina, vestito elegantemente di nero, senza cravatta, uno status tonale nettamente in contrasto con i camici bianchi del personale medico presente nelle corsie. «Guardi che adesso non è orario di visita» disse incrociandolo un’infermiera, uscita da una stanza. L’uomo non rispose, incurante delle parole della donna, proseguì verso la fine del corridoio dove due uomini piuttosto robusti, anch’essi vestiti di scuro ma con la camicia bianca e la cravatta, si paravano immobili davanti a una grande porta di vetro opaco.

«Buongiorno!» dissero quasi all’unisono i due tizi che presiedevano l’ingresso, spostandosi contemporaneamente di lato per lasciarlo passare. L’anziano uomo rispose con un lieve cenno d’assenso con il capo, spinse la porta ed entrò in quello che per altri non era che un ulteriore corridoio leggermente più lungo, alla fine del quale si poteva intravvedere un nuovo accesso, presidiato da altri quattro uomini vestiti esattamente come i precedenti e anche quelli decisamente ben piazzati. L’uomo percorse con lo stessa andatura anche questo androne e, ignorando questa volta il saluto dei quattro uomini di guardia, si fermò immobile di fronte alla porta, a non più di due metri dalla stessa.

«È ancora dentro?» domandò a un certo punto.

«Sì, signore». L’uomo continuò a restare fermo con lo sguardo fisso verso la porta per almeno altri due minuti, finché la stessa si aprì. Ne uscì un medico; un uomo ancora più anziano, dai capelli piuttosto lunghi e bianchi, un bianco di un’intensità quasi irreale. Il dottore, che portava un paio di piccoli occhiali legati al collo da una catenella dorata, lentamente se li tolse, lasciandoli cadere stancamente sul petto. Guardò un breve momento negli occhi l’uomo di colore, poi, con un tono piuttosto serio, disse:

«Venga, andiamo nel mio studio». L’uomo vestito di nero annuì, seguendo l’anziano medico oltre una porta adiacente, che immetteva in un piccolo studio dalle pareti completamente ornate da scaffali e vetrine, ricolmi di libri e medicinali, con un lettino per le visite sulla destra e una grande finestra sulla sinistra che illuminava interamente l’ambiente, conferendo alla stanza un aspetto ancora più asettico e ospedaliero di quanto già non fosse.

«Entri, prego! Si metta pure comodo» disse il medico, spostando una poltroncina imbottita posta davanti a una grande scrivania di metallo, sulla quale erano posate diverse pile di incartamenti. L’uomo chiuse accuratamente la porta, si avvicinò alla scrivania e, porgendo prima la mano al medico, si sedette davanti a lui.

«Oggi come sta?» domandò l’uomo di colore, con voce bassa e preoccupata, tradendo un leggero accento inglese.

«Purtroppo non bene. Le sue condizioni sono però stazionarie» rispose il medico. «La situazione non è delle migliori, d’altra parte non era possibile immaginare una prognosi migliore; le ferite e le ustioni riportate ricoprono ben l’ottantacinque per cento del corpo».

«È cosciente?»

«No! Assolutamente. Lo teniamo volutamente in stato di coma farmacologico per cercare di alleviargli almeno il dolore».

«Quante probabilità pensa possa avere, professore?»

«Non molte. Comunque, ammesso che possa sopravvivere, le lascio immaginare quali sarebbero le sue condizioni di vita e quali sofferenze dovrebbe affrontare».

«Già…» rispose l’uomo vestito di nero.

«Certamente non potrebbe più ricoprire l’importante incarico svolto finora» aggiunse il medico. «Professore…» disse l’uomo abbassando ulteriormente il tono della voce. «Anche la situazione fuori di qui non è delle migliori. Avrà seguito le ultime notizie, immagino».

«Sì, certamente» rispose il medico.

«Bene. Allora comprenderà che ogni informazione a riguardo dovrà, per necessità di cose, passare attraverso me. Niente, e ripeto, niente dovrà uscire da qui. Lei non dovrà in alcun modo rilasciare alcuna dichiarazione. Di quello che succederà qua dentro, nemmeno sua moglie dovrà esserne messa al corrente. Nel caso, le fornirò tutto il personale medico qualificato di cui potrà avere necessità, ma nessuno, e ci tengo a ribadirlo, nessuno oltre lei gli si dovrà avvicinare».

«Personale medico più che qualificato ne abbiamo già a sufficienza qui» rispose il professore con un tono di leggero disappunto. L’uomo sorrise, voltandosi verso la grande finestra alla sinistra della scrivania. Si tolse lentamente gli occhiali scuri, poi, guardando nuovamente il medico, aggiunse:

«Ne avrà di migliore. Mi dia ascolto professore, si fidi».

«Mi perdoni, io non volevo certo contrariarla» rispose il medico, mostrando una certa subordinazione nei confronti del suo interlocutore.

«È che trovavo la cosa abbastanza inutile. Comunque, se le cose stanno così, va bene, farò come lei dice».

«Bene, vedo che ha ben inquadrato la situazione. Lasci gestire il problema a me, opinione pubblica compresa. Lei si occupi, con la competenza e la professionalità che da sempre la contraddistinguono, esclusivamente dell’aspetto medico. Sono stato sufficientemente chiaro, Professor Martinelli?»

«Chiarissimo, Monsignor Ferguson. Non si preoccupi e conti pure su di me».

«Certo, certo… lo so che posso contare su di lei, professore, come sempre del resto e, come sempre, vedrà che il Signore gliene renderà merito». Monsignor Ferguson, dopo aver indossato di nuovo gli occhiali, si alzò dalla poltroncina. Altrettanto fece il Professor Martinelli, accompagnando l’alto Prelato alla porta. «Grazie di tutto e buona giornata, Professore, che il Signore sia con lei» disse il prete, porgendo la mano al medico.

«Buona giornata anche a lei, Monsignore».

Continua...

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