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Una storia di gabriellamirra

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Il piccolo principe del domani

Una storia tra i banchi del futuro

Pubblicato il 18 novembre 2017

Primo capitolo: La mia Rosa

E' il mio primo giorno di scuola, finalmente sono all'ultimo anno, la terza media. Ma facciamo prima un passo indietro, partendo da chi ha dato origine a tutto: la mia mamma.

Mia mamma si chiama Rosa, penso che sia un bel nome, non è una mamma come le altre. Lei è affettuosa e amorevole ma un difetto ce l'ha, è un po' “anticonformista”. Ad esempio, tutti i miei compagni di classe già ad un anno di età avevano un cellulare, io ancora non ce l'ho. Posso guardare la televisione un paio di ore al giorno, ma solo i programmi che dice lei. Dice che lo fa per proteggermi, non ho mai capito da cosa, ma adesso inizio a capire. Una prima opinione me la sono fatta in prima media quando provavo a parlare con i miei compagni di classe ma nessuno mi rispondeva mai, “ormai sono tutti “andati” mi dice sempre la mamma. Nonostante io non abbia ancora un cellulare e non sia ancora iscritto a nessun social network, sono felice così. Mamma vuole che aspetti i diciott'anni perché a differenza dei miei coetanei, in questo modo, riesco ancora a provare dei sentimenti. A dire la verità un amico ce l'ho: è una volpe che vive nel boschetto dietro casa, sia la volpe che il bosco sono in via d'estinzione e per questo motivo la mamma ci tiene a vivere lì. Mi ripete in continuazione che è importante il contatto con la natura. Molti miei compagni di classe non sanno addirittura nuotare e neanche i loro genitori sanno farlo. Dicono che i loro bisnonni sapessero farlo ma io non ci credo. D'estate le spiagge sono deserte io e la mamma insieme ad altre sole poche famiglie andiamo al mare, i miei compagni di classe restano in città a guardare serie tv tutto il giorno, tutti i giorni.

Tornando a stamattina, come ho già detto, la mia mamma è buona, affettuosa e amorevole, ma quando si tratta di scuola, si arrabbia perfino lei. Non vuole farmela frequentare, dice che quello che c'è da sapere me lo può insegnare lei e che ha conservato dei libri che mi può far leggere. Purtroppo è obbligatoria e stamattina non era di buon umore sapendo che mi doveva accompagnare lì.

Secondo capitolo: venerdì 17

Purtroppo il primo giorno di scuola non è iniziato nel migliore dei modi, io e la mamma abbiamo fatto tardi come al solito, lei si ostina a non voler comprare una macchina quindi mi accompagna in bici. Scattò subito la sanzione dal preside, ormai lei e il preside si conoscono bene a causa delle tante convocazioni e mamma proprio non lo sopporta.

Nella scuola decide tutto lui, vigono regole strane. Il professore di filosofia, che non è come gli altri, mi ha confessato segretamente che una volta durante un consiglio d'istituto il preside non ha fatto altro che parlare per due ore consecutive, non facendo intervenire nessuno e se qualcuno provava a dire qualcosa, lui rispondeva: “la scuola è mia, i banchi e le sedie pure, i computer, le lavagne, è tutto mio! considerato ciò sono l'unico a dover decidere”.

La cosa per me ancora più grave è che questo stava bene a tutto il corpo docenti, ai miei compagni e agli altri genitori. A tutti tranne che a me, alla mamma e al prof. di filosofia. Forse quelli strani eravamo noi, ma quando lo dicevo alla mamma lei mi rispondeva che dipendeva dai punti di vista.

Tornando a stamattina, dopo poco, il preside ordinò a me e mia mamma di andarcene, io avrei preferito andare a casa con lei ma sfortunatamente avevo lezione di educazione fisica. Avevo trovato nel bosco dietro casa un diario datato 2010 di una bambina che amava l'educazione fisica, pensai che forse all'epoca era una bella materia, io la detesto e come forse avete già intuito amo la filosofia, o meglio il prof. me l'ha fatta amare.

Raggiunsi velocemente la mia classe in palestra, il prof. Vanitoso mi rimproverò per il ritardo e mi disse che per farmi perdonare gli avrei dovuto fare un complimento. Non è la prima volta che succede una cosa del genere: solitamente durante la lezione ci chiede “Chi è il prof. migliore del mondo?” e tutti in coro dobbiamo rispondere “Il prof.Vanitoso!”, una volta dimenticai di rispondere e rischiai la bocciatura, ero in prima media e mamma fu costretta a riempirlo di complimenti tutto l'anno per riparare al disastro che avevo combinato.

Terzo capitolo: 09:20

Dopo la lezione di educazione fisica non vedevo l'ora di salire in classe perché finalmente avevo filosofia che, da pochi anni, per mia fortuna, si studia anche alle medie. I miei compagni odiano questa materia. In fretta e furia uscii dalla palestra per salire in classe e prendere il posto al primo banco sebbene sapessi che quella corsa era inutile perché nessuno voleva stare lì davanti ma io la facevo lo stesso. Quella mattina feci tardi anche a lezione di filosofia ma sapevo che il prof. avrebbe capito, mi spronava sempre a seguire l'istinto e a decidere con la mia testa.

Feci tardi perché vidi il custode della scuola, Ettore, in portineria. Non parlavo spesso con lui perché si diceva fosse un ubriacone, non sono solito credere alle voci di corridoi ma quel giorno mi feci coraggio e mi avvicinai. Ebbi la conferma. Sorseggiava alle 9.20 del mattino una bottiglia di vino rosso sangue, iniziammo a parlare, non gli dissi il mio nome, gli chiesi solo cosa stesse facendo, Ettore rispose “Bevo” e io “Cosa bevi?”, lui non mentì e mi disse che stava bevendo del vino rosso, io allora gli chiesi il perché, e lui mi rispose che beveva per dimenticare una vergogna che provava da tempo, la vergogna di essere un ubriacone. Me ne andai in classe ma salendo le scale pensai a quanto l'uomo fosse debole davanti a un cellulare, un bicchiere di vino e una sigaretta.

Quarto capitolo: Non è come gli altri

Arrivai in classe, il prof di filosofia mi sorrise e mi fece cenno di sedermi, aspettava me per iniziare anche perché ero l'unico che lo ascoltava, mi sedetti e iniziò a parlare dei presocratici. Io ero veramente entusiasta delle sue lezioni, a differenza dei miei compagni che spudoratamente utilizzano il cellulare per tutta la durata della lezione, io non mi spiegavo perché il prof. non dicesse nulla, non richiamava mai l'attenzione a sé; forse anche lui credeva che i miei compagni fossero “andati” come dice sempre la mamma, per togliermi ogni dubbio, proprio quel giorno decisi di chiederglielo.

A fine lezione mi avvicinai a lui che immediatamente mi chiese:

“Ti è piaciuta la lezione di oggi?”

io risposi: “si prof. ma sono dispiaciuto perché nessuno si interessa alla sua materia”

Lui sospirò e non disse nulla.

poi io aggiunsi: “ho paura che a lungo andare possa essere una di quelle materie morte, quelle che ormai non si studiano più, come il latino e il greco”.

Lui mi fece ricordare di una volta che non andai a scuola per diversi giorni, mamma mi chiuse letteralmente in casa dopo una litigata storica con il mio preside, diceva che non sarei mai più dovuto andare in quel posto, dopo una settimana però la convinsi.

Mi disse il prof. che durante quella settimana parlò per tutta la lezione al vento nessuno lo ascoltava, nessuno alzò neanche un secondo la testa dal cellulare, erano tutti incantati, ipnotizzati. Allora io spontaneamente chiesi:

“Allora perché lo continua a fare? Perchè spiega anche quando non ci sono io a seguire la sua lezione?” il prof. mi rispose che era il suo compito, la sua consegna, tutti né abbiamo una, qualcosa che ci piace a cui dedicarci, anche se nessuno ti apprezza e ti ascolta. Inizialmente mi sembrò un po' assurdo, poi capii.

Quinto capitolo: La vera amicizia

Come già vi ho accennato un amico ce l'ho, è una volpe dal pelo rosso fuoco che vive nel bosco dietro casa mia, grazie a lei e alla mamma ho capito un sacco di cose della vita ma mi rendo conto di essere un po' solo, a volte, mi domando se fossi stato come gli altri, se avessi avuto anch'io un cellulare ad un anno di età come sarebbero andate le cose, certo, probabilmente, non saprei nuotare, ma avrei avuto milioni di amici virtuali, che mi avrebbero sicuramente apprezzato; messo mi piace alle foto e ai miei post, in cambio avrei dovuto solo mettere anch'io mi piace ai loro ed il gioco è fatto. Di persona ci si può anche non salutare, l'importante è far credere alle persone on-line di avere tanti “amici”. Da quello che ho capito le amicizie oggi funzionano così. Ad esempio, Francesco e Pietro che stanno in classe con me non parlano mai di persona, non so neanche se siano in grado di farlo, però, chattano durante tutte le lezione, si commentano tutte le foto e su instagram scrivono di essere migliori amici, i selfie che si scattano insieme raggiungono anche i 500 mi piace e a dire la verità qualche volta ho sbirciato nei loro telefoni e ho visto delle loro foto bellissime insieme, nelle quali sembrava proprio si stessero divertendo. La mia amica volpe mi ripete spesso che ormai avere amici, veri amici, é impossibile, noi siamo l'eccezione che conferma la regola.

Gli uomini preferiscono le cose facili quindi non hanno più veri amici perchè avere dei legami è difficile. Inoltre mi ha detto che oggi come oggi é più importante apparire che essere. Un tempo era il contrario.

Sesto capitolo: Sembra un naufragio

La domenica io e la mamma raggiungiamo il mare, ci godiamo la spiaggia, prima che costruiscano anche lì. Sono felice quando andiamo in spiaggia, anche se inizia a fare freschetto c'è la possibilità di incontrare qualcuno come noi, senza telefono, disposto a parlare. Quella domenica di inizio ottobre incontrammo un vecchio signore che con la maschera cercava di vedere qualche pesce sott'acqua. Io, curioso di sapere se ne avesse visto qualcuno, mi avvicinai, non se ne vedono da un po' di tempo da queste parti. il signore fu molto disponibile a conversare e questo mi rese felice, non mi disse il suo nome e io non glielo chiesi. Mi disse che era un geografo e mi bastò. Fui molto contento di aver incontrato quest'uomo, anche perchè faceva un lavoro che prima di allora non conoscevo, mi disse che i geografi disegnano il mondo, io subito immaginai un viaggiatore alla scoperta del mondo, mi costruì quell'immagine, peccato che le mie aspettative crollarono quando all'improvviso mi confessò: "Ho sempre vissuto qui, su questa spiaggia, è il mio luogo e mai me ne andrò". Allora chiesi come facesse ad essere un geografo e a disegnare il mondo se non si era mai mosso da quella spiaggia. Mi disse che non era compito suo. Mi chiese di descrivergli il mondo, io dissi che ormai le città avevano preso il sopravvento, cubi di marmo, cubi di marmo ovunque, e anche tantissimo ferro, il verde è quasi svanito. Le città sono cambiate, non si vedono più nè cani nè gatti e neanche tante persone a dire la verità, sembrano deserte. I negozi, i pochi rimasti, sono sempre chiusi, ormai tutti hanno il proprio negozio on-line. Molti lavori non esistono più. Fu a quel punto che il geografo, che in realtà non aveva mai visto il mondo, ma diceva di conoscerlo, scoppiò a piangere.

Io tornai da mia mamma che si era sdraiata a prendere il sole e non so perchè, in quell'instante, piansi anch'io.

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