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Una storia di FrancescoPomponio

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ALL'ITALIA

Non cadere, non ora.

Pubblicato il 07 settembre 2015

Spesso si crede che la Storia sia una fatalità, che gli eventi legati a una nazione non siano altro che scritti da una “Provvidenza”, che gli alti e bassi di un popolo siano casuali, e che una crisi in particolare non sia altro che un fulmine a ciel sereno, uno tsunami, la cui onda anomala travolge tutti, preparati o indifferenti. Tuttavia, ci si sbaglia. La storia di una nazione non è altro che una nave sull’oceano del tempo, in cui il popolo è l’equipaggio e i suoi fattori morali i venti che soffiano nelle vele.

Dicono che l’Italia sta affondando, con tutti gli italiani a bordo. Ce lo dicono sempre che siamo ormai superficiali, che i nostri modi di fare sono invadenti, che il nostro carattere è controproducente, che le nostre scuole invece di formare lavoratori efficienti, cercano di creare intellettuali liberi, che la nostra economia debole è il riflesso che italiani non hanno il carattere per uscire dalla crisi.

Gli italiani sono deboli?

Può un popolo che dagli albori della civiltà ha forgiato l’Impero romano, che nel Medioevo ha scritto Dante e dipinto Giotto, che dalla notte più lunga ha fatto sorgere il Sole più splendente scolpendo Michelangelo, inventando Da Vinci, essere debole? Non credo.

Certo, non siamo precisi come gli inglesi, non prendiamo il tè alle cinque, ma prendiamo il caffè espresso, e tre o quattro volte al giorno. Non usiamo il galateo a tavola come i francesi, ma mangiamo la pizza con le mani. Siamo piccoli e non grandi come gli americani, o i tedeschi, ma le nostre passioni sono le sfide e la mediocrità non è tra i nostri obiettivi, e per questo riusciamo a diventare giganti. Ci arrabbiamo per un dettaglio, ma sopportiamo anche il piombo sulla nostra schiena.

Perché nessuno sa tenere i denti stretti così a lungo, nessuno è più bravo di noi italiani con le spalle al muro, nessuno come noi riesce a vedere nel baratro la luce della rinascita. Gli italiani infuriano contro il buio, lo raccolgono e ne fanno una stella. Prendete Manzoni, che dalla peste e dall’oppressore ha fatto trionfare l’amore di due popolani, quello vero; Leopardi stretto dalla solitudine e dalla malattia ha creato l’infinito. La nostra costituzione non è una matrigna proibitiva come i dieci comandamenti, ma una madre che ti sussurra dolcemente all’orecchio “ Io non ti abbandonerò mai, ti proteggerò e ti darò tutto ciò a cui hai diritto”, e ci ha preso sotto il suo seno dopo che dei bulli in giacca nera ci avevano pestato.

Forse però la nostra più bella metafora recente risiede nel calcio, il nostro sfogo contro un mondo che ci giudica male a causa dei nostri problemi. Già perché forse ora l’Italia non è altro che la nazionale dell’82’, o quella del 2006, due gruppi di umili e vincenti campioni celati sotto la nebbia opaca del Totonero e di Calciopoli, che giocano sfiduciati dall’opinione interna ed internazionale, soffocati da un pregiudizio che non li rispecchia. Ma poi l’esultanza di Tardelli al secondo gol sulla Germania, quell’urlo liberatorio, quella corsa ad occhi chiusi, Pertini che incontenibile in tribuna che gridava “Non ci prendono più, non ci prendono più!”, l’esplosione di gioia di tutti al rigore di Grosso, quella corsa a pugni chiusi, tutti questi attimi spazzavano via quella coltre nera per fare spazio a una nazione che era consapevole di avercela fatta. Eravamo imprendibili, per noi stessi e per gli altri.

Siamo italiani e non siamo rari, siamo unici.

Ogni sentiero sbagliato percorso, ogni crisi politica, sociale, serve a farci capire che abbiamo smarrito la retta via, cercando di cambiare la nostra essenza. Una politica fallimentare ed incompetente non sminuirà il nostro impegno, perché, fortunatamente, non siamo fatti per le cose facili, ma per le difficili, ed ovviamente sarà difficile tornare quelli di una volta, ma non impossibile. Quello che i nostri occhi giovani chiedono non è la rassegnazione davanti ai fallimenti, ma la consapevolezza di ammettere l’errore così superandolo; che il nostro orgoglio non sia mai più grande della nostra critica.

Non crediamo, dunque, a chi intima a cambiare le nostre radici, a chi spaccia le differenze sottili per dirupi insuperabili, a chi mette in risalto i problemi annegando le soluzioni, perché il passo di chi crede che l’età e la posizione geografica sia un ostacolo, che l’omertà sia rispetto e l’opportunismo una virtù, cammina sulla strada dell’istinto, quella facile, ma non quella giusta.

Riprendiamoci, invece, i nostri sogni, perché essi non esistono solo quando siamo addormentati. Facciamo battere il nostro cuore in un sol desiderio, di verità e di luce. Prendiamo questo sentiero, ed essere italiani non sarà più un imbarazzo, ed essere uniti non sarà una debolezza, ma un punto di forza. Andiamo oltre il nostro orizzonte, insieme, questo non è il nostro tramonto.

Noi siamo italiani, non siamo fatti per perdere.

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