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Una storia di LuigiMaiello

Di quando nelle mie estati c'erano solo albicocche e mercato

C’è un tempo per lavorare, e un altro per raccontare.

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Pubblicato il 10 luglio 2018 in Giornalismo

Tags: albicocche zonavesuviana frutta ricordi mercato

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Questo è il periodo dell’anno in cui in treno ci sono due categorie di persone.

Le riconosci da lontano: quelle che vanno a lavoro o all’università, e quelle che vanno al mare.

Io appartengo alla prima categoria, e per questo oggi mi tocca lavorare mentre molti dei miei compagni di viaggio a quest’ora sono già al mare.

Che figata andare al mare quando gli altri lavorano

ho pensato stamattina quando li ho visti. Erano più di 10 solo nel mio vagone, ma ne sembravano molti di più per l'entusiasmo che mostravano.


Forse faranno un tuffo anche per me e mangeranno un panino o una pizza di maccheroni, che la mamma ha preparato per loro la mattina stessa.

Li ho invidiati, ma poi mi sono ricordato che in realtà a giugno e luglio io non andavo al mare, perché lavoravo quasi sempre, almeno fino ai tempi del liceo.

Il periodo tra la fine della scuola e il mese di agosto era infatti il periodo delle albicocche, in dialetto “cresommole”. In quelle settimane lavoravo con mio padre, zii e cugini nel mercato della frutta del nostro paese.


Per me la data di inizio del lavoro coincideva con l’ultima interrogazione a scuola. Fatta quella, il pomeriggio stesso o al massimo il giorno dopo, scendevo a lavoro, perché per mio padre:

  • “stare in mezzo alla via senza fare niente è pericoloso”;
  • “è meglio che lavori, così te li guadagni i soldi, invece se sta senza fa’ niente te li spendi”;
  • “se lavori, la sera stai stanco e non esci”.

La coltivazione e la lavorazione delle albicocche della zona vesuviana fino a qualche anno fa erano una grande fonte di ricchezza per i nostri paesi.

Auto, trattori, camion, Ape Car, Panda 4X4 e tir carichi di albicocche passavano a tutte le ore.

Era un periodo incredibilmente vivo, in cui tutti eravamo coinvolti, in un modo o nell'altro.


Non c’erano orari, o meglio, c’erano ed erano molto duri: al mercato iniziavamo prima delle 6 del mattino e finivamo verso mezzanotte. Spesso anche dopo. Non esisteva la domenica, né giorni di chiusura, perché alla maturazione dei frutti sugli alberi non puoi imporre delle pause.

In quel periodo della mia vita ho incontrato tante persone: i contadini, gente modesta ma orgogliosa di essere ciò che era; i commercianti locali e quelli del nord; i “tedeschi” dell’industria; i fruttivendoli sempre di corsa.


Quando i responsabili di grandi aziende come la Zuegg venivano da noi, tutto doveva essere in ordine e i prodotti più buoni e belli del solito.

Alla fine gli offrivamo una birra e un’aranciata al bar e tutto andava sempre al meglio.

Arrivavano in BMW e avevano i baffi, come nei migliori stereotipi.


Attenzione, quando parlo di mercato ortofrutticolo non mi riferisco al mercatino rionale.

Il mercato di Sant'Anastasia era (e in parte lo è ancora) un vero e proprio un centro di smistamento per i mercati di tutta Italia: quello di Fondi, di Milano, della Toscana, i siciliani, pugliesi, ecc.

In quel contesto ho imparato tante cose.

Che quando facevi cadere un frutto a terra, sebbene ce ne fossero in quantità industriali, quel frutto lo dovevi raccogliere, perché “ci ha messo un anno per nascere, crescere e maturare”.


A contatto con persone più grandi, ho capito quando stare zitto, perché non era il mio turno per parlare e ho capito che di alcune persone mi potevo fidare, mentre con altri clienti non potevo neanche girarmi, perché c’era il rischio che se ne andassero senza pagare.


Ho appreso presto le leggi del mercato: banalmente, che il prezzo dipende dalla domanda e dall’offerta. Mio padre, con la scusa di mandarmi a prendere dei caffè al bar, mi faceva attraversare tutto il mercato chiedendomi di vedere quali prodotti c’erano quel giorno e quali no. Ovviamente lui già lo sapeva qual era il prezzo da chiedere, ma io portavo in dote una piccola quantità di informazioni. Dati in forma molto grezza, potrei definirli ora.


L’equilibrio tra la domanda e l’offerta l’ho ritrovato anni dopo, quando ho affrontato l’esame di microeconomia all’università.

L’importanza dei dati e delle informazioni è quanto mai centrale nel mio lavoro.

Equilibrio tra domanfa e offerta.
Equilibrio tra domanfa e offerta.

Come ho già detto, le albicocche erano una fonte di grande ricchezza per i paesi della zona vesuviana: un fiore all’occhiello che, oltre a far guadagnare contadini e commercianti, offriva lavoro a tanti ragazzi che così potevano racimolare “i soldi per il mare”.

C’era chi andava in campagna la mattina presto per la raccolta e chi selezionava e confezionava le albicocche da inviare ai mercati del nord Italia.


Era quello che tecnicamente viene definito indotto, ma più semplicemente c’erano tante persone che lavoravano e guadagnavano.


Poi un po’ alla volta tutto questo si è perso: la filiera troppo lunga, la concorrenza, i mercati saturi, gli egoismi, i consorzi mai creati, la valorizzazione e le certificazioni mai arrivate… ma quella del declino di questa coltura e della sua lavorazione, è tutta un’altra storia a cui posso fornire solo un contributo nostalgico.

Tuttavia la faccenda è più complicata.

Chiedo scusa, non mi piace questa frase. Non mi piace l'uso che ne fanno quelli che la sanno lunga. Ma purtroppo spesso è vera. In questo caso lo è. La faccenda è più complicata

Il mercato ortofrutticolo fisicamente esiste ancora, anche se tanto è cambiato.


Ogni mattina ci passo davanti per andare a prendere il treno che mi porta a lavoro, e a volte ripenso alle estate scandite dalle albicocche, ai clienti che in un modo o nell'altro dovevamo sempre accontentare, alle sudate, ai calli delle mani che dopo un paio di settimane si spaccavano, ai San Luigi (21 giugno) in cui dovevamo offrire i dolci a tutti. Alla prima domenica di festa in cui il dubbio era sempre tra riposare o andare al mare. Alle notti in cui mi concedevo di uscire, e quando facevo un po’ più tardi, una doccia e via: una tirata fino al mattino.


Poi ci sarebbe stato il tempo per recuperare.

E uno per raccontare.​​​​​​​

Ma ora voglio tornare ai ragazzi di stamattina, che in treno stavano andando al mare. Chissà ora cosa stanno facendo. Magari al ritorno li incontrerò di nuovo e glielo chiederò.

Saranno senz’altro bruciati dal sole, e avranno meno entusiasmo.

Avremo qualcosa in comune: la stanchezza del ritorno e una nuova storia da raccontare.


"C'è un tempo bellissimo, tutto sudato

Una stagione ribelle

L'istante in cui scocca l'unica freccia

Che arriva alla volta celeste

E trafigge le stelle"

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