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Una storia di Fiordaliso

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Vite dal Sud del Mondo

Liberia

Pubblicato il 27 febbraio 2017

La strada svoltava a sinistra, ad angolo retto quasi perfetto, proseguendo verso sud per molte miglia, fino ad uscire dalla città per terminare in un mare verde, talvolta bruno, arrostito dal sole estivo. Prima della sua fine un portone ammaccato, sbarre di ferro, prigione di libertà, si apriva a destra, sul marciapiede rovinato e rimpicciolito per far posto alle signore della strada.

Il silenzio del bronx era illusorio. Ad un orecchio raffinato sarebbe facilmente apparso il vociare straniero che il muretto basso, insufficiente, rotto e ricoperto da tristissimi teli verdi, quelli che da noi vengono usati "per fare le olive" inutilmente cercava di celare e trattenere al di quà della villa.

Era la villa un luogo imponente e pauroso. Gli anni di inutilità l'avevano resa più spettrale e malinconica; per questo una volta rinnovata e adibita a casa, la sua imponenza veniva confermata in parte e in altra parte smossa da rumori di vita.

La vita in questo angolo di bronx è nera, come quel velo che ricopre le stelle impedendo loro di brillare vicine e accecare i nostri occhi. Nera mista al bianco della crema. I corpi assiderati, le mani rugose e arrugginite, la pelle si spacca in sottilissime fenditure che hanno sete di cremosità e di polpa. La crema. Il suo profumo morbido e dolce riempie i vuoti che il mare ha stampato per sempre sulla nera pelle riarsa. Gli occhi spalancati, ad aspettare cosa? la morte, la gioia, la vita, l'amore. Occhi di pantere, fulminanti, pericolosi e felini. L'iride nera si fonde con la pupilla e spiazza l'osservatore attento che si perde nel bianco della sclera, reso più lucente dal contrasto.

I riccioli fitti, spessi, lunghi, avvinghiati tra loro e stretti in una morsa feroce profumano di shampoo quotidiano, non lasciano posto al disordine ma sovrastano il cielo e si stagliano in altezza.

Dulleh apparve all'interno della villa, all'ora di cena. Ricurvo sotto il peso dell'angoscia, la gentilezza stampata negli occhi, la fronte ampia e libera, i capelli nascosti da un cappuccio. Il freddo dell'estate scuoteva la sua anima e lo rendeva errante vagabondo tra tavoli di legno, recuperati dall'oblio. Lo stesso oblio al quale si negava, costrinse Dulleh a parlare quella sera. La voce calda e pastosa, i muscoli del collo visibili nello sforzo estenuante di parlare. Le labbra tese, violacee, il contorno doppio e le screpolature aperte. I grandi occhi piegati in un sorriso beffardo, scacco alla morte, scacco alla vita.

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