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Una storia di Nikolay

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Essenziale 2049

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"Come si disegna un baobab nel 2049?"

Quando la domanda di un figlio ti sconvolge la giornata...

Pubblicato il 19 novembre 2017

Prima parte

C'è ancora una leggera pioggia stamattina. È stata una notte paurosa, tant'è che dai lastroni di vetro lucido dell'attico, ieri sera, si vedevano lampi grossi come non mai.

La luce nello studio va ad intermittenza. Da quando in condominio hanno deciso di alimentare la corrente solo coi pannelli solari, in inverno si ha sempre qualche problemino.

È ormai un'ora che sono a tergiversare per il finale del mio romanzo. Ho sentito il mio editore due giorni fa, in videochiamata. Dice che è inutile fare la versione cartacea, tanto i libri non li compra più nessuno, sarebbero fondi sprecati. Lanceremo esclusivamente l'online, con una presentazione in live su tutti i social media, direttamente da casa.

Questa cosa che neanche più per lavoro devo lasciare le quattro mura, mi turba un po'. Anche mia moglie, che ormai fa la spesa ordinandola sul sito del supermercato e che ha stretto praticamente amicizia con il fattorino del quartiere, mi fa capire come il mondo continui a cambiare rispetto a quand'ero giovane. A cinquantadue anni pensavo di aver visto ormai tutto: la cura per il cancro, le auto a benzina bandite completamente dalla circolazione, i giornali cartacei che falliscono tutti, di mese in mese, perché la gente non ha il tempo neanche di andare a comprarli. Ed ogni giorno invece mi sorprendo sempre più.

Guardo l'orologio al neon fissato sulla parete: segna le dodici. Decisamente troppo presto per il pranzo.

Affranto, provo a buttare giù due righe sul pc. Cancello, poi ci ripenso. Vado per digitare ma il pensiero mi blocca ancora. Troppo elementare. Troppo complicato. Troppa, troppa indecisione.

Seconda Parte

Un'indecisione disturbata dall'arrivo di qualcuno.

"Papà, ho bisogno d'aiuto!". È mio figlio, che dalla faccia mi appare preoccupato.

"Dimmi, cosa è successo?", gli faccio subito.

"Stavo guardando nel ripostiglio ed ho trovato questo...", e mi pone davanti una vecchia versione cartacea de "Il Piccolo Principe". Oddio, che ricordi. Devo aver avuto al massimo vent'anni quando l'ho comprata, e non mi capacito di come potesse essere ancora lì.

Gli occhi mi brillano, riportando alla mente gli anni felici degli studi universitari. Dove provavamo ad ipotizzare, nel nostro piccolo, del mondo cosa ne sarebbe stato un giorno, non riuscendo però ad immaginare un cambiamento del genere, col senno di poi.

"Papà, ma mi ascolti?", mi sento dire, con tanto di scossone sulla spalla. Mi sono assorto totalmente nel rammentare la gioventù, a tal punto da perdere per un attimo di vista la realtà.

"No, hai ragione, mi sono distratto. Lo hai letto? Ti è piaciuto?", gli chiedo felice.

"Ci ho provato papà, su internet. Ma dopo un po' mi sono dovuto fermare", mi risponde.

"Come mai?", chiedo, assai sorpreso.

Non per il fatto che lo avesse cercato sul web. Cosa del tutto normale da quando, nella riforma scolastica, è passata la legge che impone nelle scuole elementari l'insegnamento di "educazione digitale"; per cui, dai sei anni in su, i ragazzi imparano e vengono valutati per come utilizzano il computer e gli smartphone.

"Cos'è un baobab? C'è scritta questa parola qui, quando parla della pecora, ma proprio non riesco a capire!". Ecco il problema. La cosa mi lascia perplesso, tant'è che mi prendo qualche secondo per rifletterci.

"È un albero, come tanti...", gli rispondo, quasi nel tentativo di dribblare la questione, facendola appararire fin troppo semplice.

"Come questi che abbiamo giù al parco?", mi sento dire.

"Non proprio, quelli sono artificiali. I baobab sono alberi secolari".

"Cosa significa?".

"Che sono alberi che hanno centinaia e centinaia di anni...".

"E sono sempre allo stesso posto?".

"Si, non si muovono da lì, mai".

La sua faccia perplessa quasi mi fa sentire in debito nella mia funzione di padre. Ma davvero ho pochi argomenti con cui rispondere, quindi vederlo allontanarsi mi fa sospirare di sollievo. Purtroppo però, considerando che si tratta di mio figlio, dubito di poterla fare franca.

Il baobab è un albero secolare originario del Madagascar.

Terza parte

Non a caso, dopo un po', si ripresenta. Stavolta non parla, mi fa cenno di volersi sedere sulle gambe, così gli faccio spazio. Dopodichè apre un programma sul computer, e mi dice: "Come si disegna un baobab?", per poi guardarmi con tanto di sorriso smorzato, come a voler dire: "Ti ho fregato!".

Ebbene si, mi ha fregato meravigliosamente. Non lo so proprio come si disegna un baobab, non me lo ricordo. Tentenno, provo qualche tratteggio, sperando la sua attenziona possa calare col tempo, ma temo non succederà facilmente.

"Facciamo una cosa, una bella ricerca su internet, così siamo sicuri di non sbagliare!", gli faccio, convinto di avere ancora un asso nella manica.

Ma tanto lui ha già cercato, per questo è qui, è sicuro di sé. Spero di poter contare su anni di esperienza per poter aggirare il meraviglioso mondo del web, che ci porta sempre più a guardare quello che deve essere guardato, piuttosto che ciò che interessa davvero.

Su Google immagini non c'è nulla. O meglio, foto di tanti alberi ma che non sono baobab.

"Sarà questo? Sì, pare di sì...", sono i miei tentativi di mettere fine a quella curiosità per lui innocente, ma che a me ha fatto riflettere non poco.

"No, ho già visto la descrizione, e non si chiama baobab", mi risponde ancora. Ecco, mi sa che devo chiudere tutto e lasciar stare. Sconfitto da un bambino di sette anni e mezzo. È comunque mio figlio, sarà motivo di soddisfazione, no? Peccato ci sia dell'altro.

"Sai papà, ho fatto una ricerca anch'io, prima", mi dice.

"Ah bene, ed anche tu non hai trovato nulla?".

"No, ho trovato tante cose interessanti".

Lo lascio digitare, e mi si apre davanti agli occhi un mondo della quale non mi ero mai interessato più di tanto, facendo forse finta di non vedere.

Apre un documentario a schermo intero, dal titolo: "Africa distrutta: omessa tutta la vegetazione per fare spazio alle industrie". Uno di quei siti poco curati, molto elementari, con un indirizzo abbastanza strano, probabilmente dato che spesso chiudono per aver dato fastidio a parecchie persone non certo comuni. Circa venti minuti di filmato, di qualità non proprio ottimale, dove comunque si distinguono benissimo veicoli da lavoro che distruggono intere foreste tropicali.

"Alcune specie di flora sono andate totalmente perdute, essendo le operazioni svolte da gruppi di operai sottopagati e non specializzati", racconta la voce camuffata del narratore, con le immagini che mettono da parte ogni minimo dubbio, sempre che ce ne fossero ancora.

"Visto papà? Ecco dov'erano i baobab. Ed ecco perché ora non ci sono più", mi spiega, con il sorriso finale che ancora una volta non manca. Poi, senza aspettarsi altra risposta, scende dalle mie gambe, e lascia lo studio.

Quarta Parte

Effettivamente ho poco da dirgli. In un mondo dove la brama di sperimentare e costruire sembra prendere sempre più il sopravvento, saranno proprio loro, i nostri figli, a sentire il peso degli errori che ci portiamo dietro, e che oggi non ci sembrano niente. Come noi ci siamo portati dietro il peso degli errori dei nostri padri, e così discorrendo chissà ancora per quanto.

Magari fino al giorno in cui, guardandoci intorno, non rimarremo nient'altro che noi in questo che era, una volta, un meraviglioso mondo.

"Papà", mi sento dire ancora. "Mamma dice che il pranzo è pronto, andiamo?", mi chiede, aspettandomi fuori dalla stanza. Forse è l'unica buona notizia del giorno. La pioggia persiste, ho rimandato per l'ennesima volta il finale del romanzo e mio figlio mi ha fatto scoprire che hanno fatto sparire i baobab dalla faccia della Terra. Magari lo sapevo già, ma non gli avevo dato peso, almeno fino ad oggi.

"Ma dimmi una cosa, secondo te, la pecora c'è o meno?", gli faccio lungo il corridoio, prima di entrare in cucina.

"Certo che c'è!".

"Come fai ad esserne così sicuro?", insisto.

"È dentro la scatola, papà. C'è, perchè io ci credo...devi crederci!", mi dice convinto.

"Si, hai proprio ragione. Bisogna crederci", rispondo contento. Così come bisogna credere che forse, un giorno, cambieranno in meglio le cose. Perché potranno costruire macchine che pensano per noi, ma la saggezza dei bambini sarà un dono che non ci toglieranno mai.

E tu che dici, c'è o no la pecora?

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