scrivi

Una storia di Ivanbavuso74

logo sfide intertwine

Questa storia partecipa al contest
Condivido ergo sum

5

A1

Benzina

Pubblicato il 23 novembre 2016

La testa pelata di Dario brillava nella notte, sotto la pioggia finissima che aveva sostituito il nubifragio delle ore precedenti. Eravamo zuppi ed io puzzavo di benzina. Dal naso Dario sbuffava un vapore caldo che si appiattiva nel fango della riva. I suoi jeans si erano impigliati da qualche parte e lui mi gridava di abbandonarlo al suo destino come un soldato attorcigliato nel filo spinato delle trincee nemiche.

«Muoviti!» gridai.

«Ma non rompere… Lasciami qui! Vattene, lasciami qui!»

«Non dire stronzate. Aspetta, ora ti aiuto. Ok prova adesso…»

Eravamo stanchi, avevamo sonno, eravamo sporchi. Per quanti chilometri avevamo camminato in mezzo ai campi che costeggiavano l’A1? Difficile dirlo. Ora stavamo tornando indietro, ma quei maledetti pantaloni non ne volevano sapere di liberarsi dalla rete che separava la campagna dall’autostrada. Per aiutarlo avevo dovuto appoggiare la bottiglia di acqua Panna piena di benzina che avevamo riempito all’autogrill: era senza tappo e se fosse caduta avremmo perso una parte del carburante che ci serviva per raggiungere la stazione di servizio da cui, Dario ed io, arrivavamo.

La macchina, una vecchia Opel Astra, era invece ferma in una piazzola. Dentro c’erano i nostri amici che russavano.

Quando la benzina finì, tentammo il tutto per tutto, ma ci andò male. L’auto iniziò a singhiozzare a quattro chilometri dall’autogrill. Dario era alla guida, io gli stavo seduto dietro. Guardammo per un istante la lancetta stecchita che puntava la spia arancione della riserva e poi facemmo gli scongiuri: un attimo prima che il motore si spegnesse, Dario riuscì a mettere in folle e nel silenzio rotto solo dalla pioggia che picchiettava sulla cappotta percorremmo, sempre più lentamente, un altro pezzo di strada. Poi accostammo.

«Cos’è successo?» chiese Antonio sbadigliando.

«Siamo rimasti senza benzina.»

«Siamo rimasti senza benzina?» ripeté Marcello sollevandosi dal poggiatesta. Vito si limitò a sbuffare.

«Dario! Ma come cazzo hai fatto? Non l’hai controllata la spia?» insistette Antonio.

Dario non parlava ed io mi sentivo responsabile quanto lui dell’accaduto.

La cosa era andata in questo modo: eravamo partiti da Salerno con un ritardo enorme per colpa di Antonio che per tutta la giornata ci aveva abbandonati. La macchina era la sua, quando nel tardo pomeriggio venne a prenderci a casa di alcun suoi amici dove ci aveva parcheggiati era raggiante. Rideva Antonio, con quel suo bel faccione da scugnizzo. Si era fatto gli affari suoi con una ragazza e ora era pronto per riportarci a casa, dopo Milano.

Partimmo che stava per mettersi a piovere, dopo alcune ore di viaggio la pioggia aumentò d’intensità. Antonio si fermò e chiese a Dario di guidare al suo posto perché si sentiva stanco e aveva paura di addormentarsi. Intanto la pioggia si trasformò in un tornado. Sprofondammo tutti nel sonno, anch’io mi appisolai.

Una buca mi fece sobbalzare ed ebbi appena il tempo di accorgermi che al posto di guida non c’era nessuno. La macchina procedeva inesorabile in mezzo a un acquazzone frusciante e noi avevamo perso il nostro autista. Mi sporsi in avanti e vidi Dario piegato sul cruscotto, lo afferrai per le spalle. La macchina sbandò e invase l’altra corsia:

«Oh! Sei scemo?» disse Dario.

«Che stai facendo? Perché guidi così?»

«Tu che dici? Guarda un po’ il parabrezza.»

Il vetro davanti era inondato, la visibilità era limitatissima e c’era un solo tergicristallo che oscillava avanti e indietro; l’altro lo aveva strappato via la bufera.

«Fermiamoci alla prossima area di servizio e spostiamo il tergicristallo dietro. Lo mettiamo al posto di quello che abbiamo perso» dissi.

Ci fermammo, sostituimmo il tergicristallo e ci sgranchimmo le gambe. Il peggio era passato, la pioggia stava scemando e noi ci rimettemmo in cammino. Ci rilassammo. Decisi di non dormire più, non volevo lasciare Dario da solo. Parlammo del più e del meno, di quell’imbroglione di Antonio che ronfava sul sedile anteriore del passeggero. A un certo punto però mi cadde l’occhio sulla lancetta della benzina:

«Dario, siamo quasi a secco. Anzi togli il quasi.»

«Ma la spia non si è ancora accesa.»

«Mi sa che questa spia non s’illumina.»

Dario ruggì.

Non era molto che avevamo lasciato la stazione di servizio e non sapevamo quando ne avremmo trovata un’altra. Era inutile svegliare i nostri amici, l’unica cosa che potevamo fare era proseguire. Andammo avanti ancora per un po’ senza dire niente. Nell'istante in cui oltrepassammo un cartello che ci avvisava della prossima area di servizio, fu come trovarsi nel deserto ad ammirare il profilo tremulo della città all’orizzonte: era lì, ma non sapevamo se l’avremmo raggiunta.

Tuttavia, man mano che ci avvicinavamo, recuperammo il buonumore. A 5.000 metri dall’area rifornimenti eravamo ormai certi di raggiungerla…

«Che ore sono?» chiese Vito.

«Le tre e trentacinque del mattino» rispose Marcello.

«Alle sette e mezzo devo essere al lavoro» sussurrò Vito, ma senza chissà quale preoccupazione: «Bologna l’abbiamo già passata?»

«Sì, da un pezzo» lo rassicurai. «Siamo un po’ prima di Parma.»

«Un po’ quanto?» insistette Vito.

«Un po’! Non lo so quanto, ho visto la scritta Parma.»

«Quindi… che facciamo?» domandò Marcello.

Antonio, da sotto il sedile, tirò fuori una bottiglia di plastica vuota di acqua Panna da due litri e la porse a Dario: «Hai detto che mancano solo un paio di chilometri…»

«Due e mezzo, per la precisione» disse lui.

Antonio alzò le spalle e sdraiò il sedile, si girò sul fianco e si rimise a dormire. Marcello e Vito lo imitarono. Dario scese dall’auto, la pioggia era tutta dentro la nebbia: fitta e fredda. Mi faceva pena. Scesi anch’io e insieme ci avviammo sulla corsia d’emergenza dell’autostrada.

I tir e le macchine sfrecciavano veloci. Avvertivamo forte gli spostamenti d’aria. Avevo paura, non si poteva mai dire. Qualcuno avrebbe potuto infilare la corsia, al buio non ci avrebbe visto. Dopo un po’ che ci muovevamo in direzione dell’autogrill ci imbattemmo in un furgone. Il suo autista stava riposando.

«Che fortuna…» dissi.

Quando raggiungemmo il piccolo camion, iniziai a battere sul finestrino laterale. Feci appena in tempo a spostarmi, il furgone partì sgommando… Per poco non lasciai i piedi sotto le ruote posteriori. Rimasi sconcertato.

«Che credevi? Che avrebbe aperto a un matto che gli batte contro il finestrino alle tre di notte?» mi ammonì Dario. «È logico che se la sia svignata.»

Andammo avanti.

«Passiamo dai campi» dissi «ho paura a stare qui in strada.»

«Ma così allunghiamo…»

«Però forse ci salviamo.»

Ci buttammo nei campi. Il terreno era molle, e a ogni passo i piedi sprofondavano di una decina di centimetri. Quando li tiravamo su, le scarpe erano più pesanti per via del fango che si era attaccato sotto il carrarmato delle suole in gomma. Raggiungemmo un tratturo, in lontananza potevamo ammirare le ombre delle cascine, dei fienili e dei depositi dei mezzi agricoli. Un cane abbaiava solitario.

«Non dirlo. Lo sai che non ci aprirebbero neppure loro. E poi siamo quasi arrivati» disse Dario, bocciandomi sul nascere l’idea di rivolgerci ai contadini per chiedere aiuto.

Scavalcato il guard-rail, attraversammo di corsa la curva che immetteva alla stazione di servizio. Continuava a piovigginare, e anche se mi ero ormai abituato all’umidità dei vestiti, l’acqua che mi finiva sulla faccia e negli occhi m’infastidiva. Soprattutto ora che potevo vedere le gocce di pioggia che sferzavano la luce gialla dei lampioni.

L’area di servizio era quasi deserta. C’erano poche auto parcheggiate davanti al bar. Dentro, un paio di persone sorseggiava un caffè. Entrammo e senza ordinare niente scendemmo le scale che portavano ai bagni. Avevamo bisogno di darci una veloce ripulita. Dietro di noi il fango dei terreni che avevamo calpestato imbrattava il pavimento che doveva ancora essere passato con lo straccio.

La donna delle pulizie aveva iniziato dai cessi. Le piastrelle e gli specchi brillavano, i lavandini smaltati sembravano essere appena tornati da un restyling.

La donna delle pulizie, con il suo Mocio Vileda tra le mani, ci fissò un lungo istante. Fu come essere passati ai raggi x da Superman. La sfidai con lo sguardo. Dario, invece, sembrava non averla nemmeno notata. Ci dirigemmo ai bagni e poi ai lavandini. Mi tolsi gli scarponi e li sciacquai sotto le suole.

«Maledetti! Maledetti!» si mise a gridare la donna.

Aveva ragione lei, ma quello non era il momento per farmi girare le palle. Mi voltai e le urlai qualcosa di molto volgare. La poverina si rincantucciò in un angolo e non osò dire più niente. Dario mi guardò e scosse la testa. Uscii dal bagno che mi sentivo ancora più sporco di quando ero entrato.

Il benzinaio ci riempì la bottiglia senza tappo. Cercai di spiegargli che eravamo rimasti senza benzina, ma a lui la nostra storia non interessava minimamente. Era ancora buio, mi faceva male la testa e dovevamo tornare indietro.

Ripercorremmo, al contrario, la strada che avevamo già fatto. Poi i pantaloni di Dario rimasero impigliati.

«Lasciami qui! Vattene. Lasciami. Non ce la faccio.»

«Dai, non fare lo scemo. Siamo quasi arrivati.»

Alla fine riuscimmo a disincastrare il cavallo dei jeans di Dario, anche se gli costò una scucitura che sua madre avrebbe dovuto riparare.

I fari delle macchine ci maltrattavano le retine, ma sarebbe durato poco. Stava albeggiando. Una macchina della Polizia era accostata a quella dei nostri amici, eravamo ormai a qualche centinaio di metri. Poco prima che raggiungemmo la piazzola di sosta, l’auto della Polizia si rimise in strada. L’agente seduto accanto al guidatore portò due dita alla visiera del cappello e ci salutò con un sorriso beffardo.

«Ci hanno preso per il culo» disse Dario.

«Già» risposi.

Scoppiammo a ridere.

«Ma quanto puzzate? Non vi si può proprio stare vicino» sentenziò Marcello.

«Che ore sono?» chiese Vito.

«Non c’era il tappo…» dissi.

Marcello si mise a ridere, anche Antonio, che nel frattempo si era rimesso alla guida, rise.

«Qualcuno mi dice che ore sono?» domandò di nuovo Vito.

«Hai visto che faccia ha fatto la donna delle pulizie quando ci ha visto tornare in bagno?» disse Dario.

«Sì, ho visto. Non ho voluto infierire. Mi sono comportato male la prima volta, la seconda gli ho lasciato tutto quello che mi era rimasto nel portafogli.»

«E quanto ti era rimasto?» volle sapere Marcello.

«Cinquemila lire.»

«Un patrimonio, l’hai fatta diventare ricca.»

«Non è questo Marcello… Dovevo chiederle scusa. È il gesto che conta.»

«Allora avresti anche potuto non darle i soldi e chiederle semplicemente di scusarti.»

«Sì… Avrei potuto fare anche così.»

«Che ore sono? Ditemi che ore sono?» gridò Vito.

«Sette e mezzo!» gli rispondemmo urlando.

«Non ce la fai più ad andare lavoro in orario, Vito. Mettiti il cuore in pace. Quando saremo a casa, telefona in ditta e di’ che non ti senti bene» disse Antonio.

Milano era vicina. La mattina era tersa, il cielo limpido, e l’aria fresca. Il litro e mezzo scarso di benzina che avevamo portato indietro dalla nostra spedizione era stato appena sufficiente a farci arrivare alla stazione di servizio. Avevamo fatto il pieno e poi un’abbondante colazione. Dario ed io eravamo tornati in bagno a lavarci.

Man mano che si avvicinava il casello d’uscita dell’autostrada il traffico sembrava intensificarsi e incolonnarsi. Dal finestrino vedevo sfilare berline nuove di zecca con a bordo rappresentanti in giacca e cravatta: avvocati, ingegneri, manager di multinazionali. Indossavano tutti degli occhiali scuri. Qualcuno fumava, qualcun altro sembrava assorto nei propri pensieri. C’erano anche dei Doblò aziendali sui quali viaggiavano dipendenti dell’Enel o delle Panda che trasportavano in ufficio impiegate dai capelli arruffati. C’erano camioncini a tre posti occupati dai muratori. C’era tutta un’umanità che si era svegliata per andare da un posto a un altro. Pronta a guadagnarsi la giornata, il mese… Forse la pensione. Tutta gente che aveva mutui ventennali da pagare, figli da mandare a scuola, genitori da accudire.

Pensai a mio padre, che quella mattina si era alzato alle quattro. Era scivolato silenziosamente dal letto per andare in cucina, aveva bevuto il caffè che gli aveva preparato mia madre e poi, senza fare rumore aveva aperto la porta e si era diretto al mobilificio, dove lo attendeva il suo camion. Mentre io arrivavo a casa, mio padre aveva imboccato l’autostrada in direzione opposta alla mia. L’avrei rivisto solo il venerdì.

Alla radio passò, per sbaglio, Ricominciamo di Adriano Pappalardo. Era il cavallo di battaglia di Dario. Si mise a cantare a squarciagola. Non impiegammo molto a unirci a lui.

Avevamo vent’anni, tutta la vita davanti. In modo diverso, saremmo rimasti senza benzina altre volte. Avremmo intrapreso nuovi viaggi e incontrato persone che non sognavamo nemmeno. Ora, però, eravamo lì: dei ventenni che cantavano una canzone già vecchia mentre tornavano a casa stanchi, sudati, sporchi… felici.

Fine

Inizia a far sentire la tua voce attraverso le tue storie. Iscriviti, è gratis.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×

Ops, c'è stato un errore. Riprova più tardi.

×

Sicuro che sia questa l'email?

×

Email non valida

×