scrivi

Una storia di Didimo89

Un ricordo sorridente

Dedicato a nonna Candidami hai amato più di quanto abbia mai meritato

Pubblicato il 05 gennaio 2018 in Altro

Tags: nonna nipote affetto morte sorriso

0

“Eccomi” dissi io entrando in salone, dopo che salii le scale, in quella domenica di metà primavera.

“Ah, el me bagai” disse mia nonna, con un sorriso, dopo essersi sistemata sulla sedia, in quella giornata di fine aprile.

Come sempre era seduta in un angolo, appoggiata al su bastone. Un intero e grande salone a disposizione, più grande del caldo monolocale in cui vivo io a Milano, e ne occupava solo un piccolo angolo. Se ne stava seduta, quasi rannicchiata, schiacciata dal peso della sua età avanzata e dalla quotidianità, ormai sempre più gravosa con la sua instancabile e vuota routine.

Passava lì molte ore della sua giornata, a guardare fuori dalla finestra e a guardare oltre ciò che la circondava, ricordando i bei tempi andati, quando era giovane o più giovane di allora, quando poteva ancora addormentarsi vicino a suo marito, strappato troppo presto da quel loro letto, quando curava e cresceva le sue figlie, quando si divertiva con i suoi amici e le sue amiche, o quando si prendeva cura dei suoi fratelli.

O forse ripensava solamente a quando non aveva i cappelli grigi, e la sua chioma nera le adornava ancora il suo volto rotondo e pieno. Quel periodo mi fece conoscere una nonna e una donna molto più vanitosa di quanto mi sarei mai aspettato.

Vanità che emergeva ogni qualvolta le scattavamo una foto.

“Guarda che capelli…” diceva.

Lei voleva apparire bella ed in ordine, noi volevamo solo strappare al tempo un suo breve ricordo, immortalarla per sempre e sconfiggere, nel nostro piccolo, quel fuoco ardente in cui tutti noi bruciamo ma che ci dà anche la nostra occasione di splendere, più o meno intensamente.

Ormai, da qualche mese, una certa routine aveva assalito anche me, ma, a differenza della sua, la mia aveva una scadenza settimanale, anziché giornaliera. Ogni domenica, infatti, dalle 17 alle 18 circa, dedicavo un’intera ora del mio tempo a mia nonna. Mia madre, che si prendeva cura della nonna, in quell’ora della domenica se ne andava a messa, in una chiesa tanto vicina a casa nostra quanto lontana da me.

Così, per quell’ora, toccava a me tenerle compagnia.

Non che facessi granché: stavo seduto al tavolo, dandomi aree da intellettuale, leggendo qualcosa, una rivista e o un libro.

Ogni tanto l’aiutavo ad alzarsi e ci facevamo un giretto, sempre chiusi in casa, sia ben chiaro, però quattro passi glieli facevo fare.

“Facciamo un giro?”

“Mmm?” rispondeva lei, assorta nei suoi pensieri, tenendo la bocca chiusa, con quelle labbra rigate dall’età.

L’accompagnavo e le stavo vicino, come faceva lei con me, anni prima, quando io imparavo a camminare, mentre lei in questi ultimi anni era sempre più tremolante.

A distanza di tanti anni i ruoli si erano invertiti, in modo inevitabile.

Tanti sono i ricordi che posso associare alle cure che mi dava mia nonna da piccolo, ma in quei mesi, invece, ero io a curarla e ad osservarla. Vedevo, però, una nonna diversa da quella dei miei ricordi, da quella con cui avevo vissuto quasi tutta la mia vita.

I capelli ampi e sempre soggetti ad una permanente erano pian piano passati da un grigio nerastro ad un grigio puro fino a giungere, negli ultimi mesi, ad un grigio quasi bianco.

Il progressivo “ingrigimento” dei suoi capelli fu accompagnato da un progressivo “ingrigimento” anche delle sue giunture, tanto che quando ero bambino la vedevo andare in giro, camminare ed andare a messa, o, addirittura, andare in bicicletta, mentre in quei mesi, e anche in quegli anni, il lamento per i dolori alle gambe era accompagnato da un forte tremolio.

Posso ancora ricordare le mani tremanti di mia nonna quando aveva bisogno di me come bastone, quando andava “a brascet dal mè umet”.

Sentivo, a metà del braccio, più o meno, dove riusciva ad agganciarsi a me, quelle sue dita raggrinzite muoversi tremando sulla mia giacca, sulla mia pelle, sul mio corpo. A volte l’accompagnavo a messa, altre volte “a fare i piedi”, altre volte andavamo al cimitero a visitare i morti, i suoi amici, i suoi parenti.

“Il cimitero è diventato un paese”

Finita la sua passeggiata, in casa, la facevo riaccomodare alla sua sedia.

Indossava sempre quelle tute monocromatiche, grigie, ed aveva abbandonato i suoi vecchi vestiti, il suo grembiule o quella specie di pelliccia morbida, nera, calda, che vestiva quando la portavamo da qualche parte. Ed ogni volta, era sempre pronta almeno mezz’ora prima. Imparai questa sua abitudine, e cercai di adattarmi.

“Andiamo alle tre, ok?”

“Sì.”

Invece dovevamo uscire alle due e mezza. Così ero sicuro che per quell’ora sarebbe stata pronta e non mi avrebbe messo ansia.

Viveva sempre in ansia, almeno da ciò che ricordo, in attesa che qualcosa di brutto accadesse.

Quella pelliccia la indossò anche quando venne alla mia scuola, quando andavo alle elementari.

Le maestre, quella volta, invitarono i nonni degli alunni a scuola per parlare, di cosa ormai non lo ricordo più. Però nella mia mente è impresso ancora il momento in cui vidi mia nonna avvicinarsi alla classe. Ero nell’atrio, a giocare da solo con gli altri bambini, stava finendo l’intervallo.

Una maestra invitò i nonni che arrivavano ad entrare in classe. E mia nonna, tutta impettita nella sua pelliccia con un gran sorriso, disse:

“Io vado nella classe di Tommy.”

Per quell’occasione eravamo tutti insieme, i bambini di tutte le sezioni. Lei, ovviamente, non lo sapeva, ma non le sarebbe importato, perché d’importante, per lei, c’ero io.

“Non vuoi vedere la tv? Vuoi che l’accendo?” qualcosa doveva pur fare, invece di guardare il vuoto, leggere un libro ormai era improponibile.

“No… son tutte stupidate…” preferiva i ricordi del suo passato, di quella Ornago che ormai non esiste più.

Una Ornago di cui mi raccontò tanti anni fa, sempre quando andavo alle elementari e dovevamo chiedere ai nonni di raccontarci della guerra. Mi ricordo che le facevo delle domande, e lei rispondeva, rinvangando ricordi di cinquant’anni prima. Io mi annotavo tutto, per non fare brutta figura a scuola, con il massimo impegno, visto che già avevamo preso tutti una nota perché non avevamo fatto in tempo il compito. Oggi non ricordo nulla di quello che mi disse mia nonna, probabilmente non esiste più neanche il quaderno su cui scrissi… tanto rumore per nulla.

Ricordo però le sue lacrime, il fazzoletto che portò agli occhi per asciugarsele e io, bambino, la guardavo.

Queste ore domenicali passate insieme a mia nonna, mi fecero capire chiaramente che per tutta la mia vita io crescevo mentre lei invecchiava. Forse anche per me verrà il giorno in cui smetterò di crescere per iniziare ad invecchiare.

Tante domenica, forse troppe poche, passarono in quel modo. Quell’ora, quella domenica, passò uguale alle altre, se non fosse stato per il suo epilogo, per poco sfuggitoci.

“Ah… ma io ti devo dare la mancia.”

Quelle sue semplice parole mi colsero alla sprovvista. Non ero affatto pronto a ciò, non me lo aspettavo, visto che, da qualche anno ormai, non prendevo più la mancia da mia nonna, né tanto meno dai miei genitori, siccome avevo uno stipendio.

Qualcos’altro, però, mi travolse maggiormente, come fanno certe onde improvvise quando te ne stai comodamente a mollo in acque basse.

Detta la sua battuta, mia nonna si alzò di scatto, con più impeto di quanto avrebbe mai fatto una quasi novantenne, e fece la sua breve e impacciata corsetta verso il suo portafogli, adagiato sul caminetto.

Erano mesi, se non anni, che non la vedevo correre o muoversi in quel modo. A quanto pare, la paura di non dare a suo nipote la mancia, che secondo lei doveva essere la cosa più importante del mondo, l’aveva spronata, smuovendola dal suo torpore.

Seppi più tardi che anche a mio fratello diede una mancia e che, al solo pensiero, era tutta contenta, sorridente. Contentezza che notai anch’io in quel momento sul suo viso. Mi guardò con semplicità e mi fece un sorriso, buono e puro come quello di un bambino e grande come lo spazio che c’era nel suo cuore per la sua famiglia.

Non potei fare altro che accettare. Tornò a sedersi, felice di quello che aveva fatto e che la sua memoria, in quell’occasione, non avesse fatto cilecca.

Quella fu l’ultima ora che passammo insieme, prima che smettesse di brillare per sempre in questo mondo, e continuasse a brillare nei nostri cuori e nella nostra memoria.

Quel portafogli rimase a lungo su quel caminetto e mi riservò un’altra, inaspettata e gradevole sorpresa.

Una sera, entrato in quel salone ormai vuoto, presi il portafogli e vi trovai dentro la sua carta d’identità, con una foto, scatta probabilmente nel 2013. Forse una foto che non sarebbe piaciuta a mia nonna, poiché aveva i capelli grigi ed era tutta minuta e rannicchiata su di sé, ma era una foto che mi regalò un’ultima visione di quel suo bel sorriso.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Intertwine è la community che connette scrittori, lettori e creativi che guardano il mondo con occhi diversi.<br>Iscriviti, è gratis.

Intertwine è la community che connette scrittori, lettori e creativi che guardano il mondo con occhi diversi.
Iscriviti, è gratis.

Intertwine è la community che connette scrittori, lettori e creativi che guardano il mondo con occhi diversi.
Iscriviti, è gratis.

No, grazie
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×