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Una storia di Nightafter

La rimpatriata - Pt. 1

L'appuntamento

Pubblicato il 02 dicembre 2017 in Altro

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Ti spaccava le ossa il freddo quella mattina.

Un traffico di auto e furgoni con vetri appannati sfilava veloce sull'asfalto candido di brina della via Sacchi.

Al loro passaggio folate di aria lo colpivano come schiaffi ripetuti e gelidi.

Non c'era riparo a quella fermata del tram sul viale a ridosso del muro della stazione.

Di fronte aveva le colonne di granito grigio che scandivano la lunga teoria di portici che costeggiava la strada.

Due palazzi contigui e gemelli interrompevano quella sequenza e si aprivano, mostrando la prospettiva di una stretta via di mercatino rionale, dove fruttivendoli infreddoliti e clienti riluttanti si apprestavano ad un gruppo risicato di bancarelle.

Erano le otto di una giornata di fine novembre, la luce cruda del mattino scorticava le superfici delle cose e i pensieri distratti di passanti assorti nella loro fretta.

Scie candide di fiato seguivano i passi ad ogni nuovo respiro, disperdendosi rapidi come sogni scaduti del primo mattino.

Dal muro di vecchi mattoni alle sue spalle, giungevano, ovattati, i rumori operosi della ferrovia.

La stazione di Porta Nuova stava cento metri più in giù: vedevi in lontananza il giallo dei taxi giungere rapidi a scaricare i clienti con il loro carico di bagagli e premura.

L' eco degli altoparlanti annunciava arrivi e partenze, in un gracidare indecifrabile che si mescolava al clamore del traffico sulla via.

Alla fermata con lui c'erano due ragazze del quartiere, una coppia di anziani ed un quarantenne impettito nel cappotto grigio fumo.

Reggeva in mano una borsa nera da impiegato, forse un contabile in qualche studio di Commercialista del centro, portava intorno alla fronte un ridicolo paraorecchie a fascia elastica di lana.

Lui invece le orecchie e la testa le teneva scoperte, infatti non sentiva più nulla al di sopra del collo: il freddo lo aveva completamente anestetizzato.

Potevano mozzargli il capo con un colpo netto e non avrebbe fatto una piega, non se ne sarebbe neppure accorto, non sarebbe uscita una sola goccia di sangue.

Fanculo a Giulio che non arrivava, lui stava assiderando.

Era li da mezz'ora e dell'altro ancora non se ne aveva storia.

Una delle due ragazze, quella bruna alta, col maxi cappotto nero e borsa a tracolla con disegni etnici, la conosceva.

Frequentava il suo stesso Liceo, ma era di terza, un anno avanti a lui.

La chiamavano "Cavalla", forse per l' altezza, o per quel modo indolente che aveva nel deambulare .

Aveva un viso non brutto che mascherava sotto un trucco eccessivo, che le conferiva un aria sprezzante e volgare.

A guardarla con quel bistro in eccesso ed un rossetto viola alla bocca, ti faceva pensare ad una puttana.

Portava una mini di pelle scamosciata viola scuro: quelle con chiusura a portafoglio che lasciavano sempre in vista una porzione di coscia col collant, era quasi una divisa la consuetudine a quel capo d' abbigliamento.

Aveva gambe lunghe che si immergevano in stivali alti, neri, con tacchi smisurati.

L'aria era sempre assente, lo sguardo svagato di chi non mette a fuoco.

Era come se vivesse perennemente in una sua campana di vetro silenziosa, separata dal tutto.

Forse era il suo modo di proteggersi, lasciando il resto del mondo ad agitarsi fuori.

Dicevano fosse così per gli acidi che le avevano fritto il cervello, e che per questo le girava a regime ridotto.

Molti gli stavano dietro per via di quell'aria equivoca e svitata, che induceva a supporre che la mollasse facile.

O forse perché facile lo era poi realmente, e tendeva a lasciarsi fare, quando si cuoceva di fumo o si era impasticata.

Lui con lei non ci aveva mai provato.

E forse per questo lei lo salutava a stento, quando si ricordava di farlo.

Infatti quella mattina la memoria non gli brillava, non aveva accennato ad uno straccio di saluto manco per sbaglio.

"Zoccola!". Aveva pensato lui.

Giravano delle storie su di lei, dicevano che si lavasse poco, poca igiene intima.

Un suo compagno che le era stato dietro, una volta l'aveva portata in soffitta, dopo raccontava che quando si era sfilata le mutandine l' olezzo di figa non lavata aveva ammorbato l' aria della stanza.

La cosa non aveva avuto un esito felice, lui etra un tipo sensibile e anche un po' schizzinoso, per quel motivo gli era rimasto moscio e non aveva combinato niente.

Lui francamente non sapeva se crederci.

Quella gli pareva una storia esagerata, magari la raccontava così proprio perché non gli si era rizzato.

Però una volta che a scuola c'era sciopero, durante un assembla in aula magna, lei gli si era seduta accanto, e la puzza di sudore l'aveva ben sentita.

Spendeva molto in ombretti e kajal, ma trascurava il deodorante ascellare,

L' altra con lei era la sua amica del cuore, frequentava un istituto diverso, ma in zona al nostro Liceo.

Fuori dalla scuola erano inseparabili, facevano coppia fissa.

Era più bassa e con una testa voluminosa di cappelli ricciuti tinti di rosso, portava sempre delle lunghe sciarpe multicolori, fatte a mano.

Era difficile da classificare, avresti detto che non era bella e neppure brutta, tendenzialmente non era, e basta.

La chiamavano "Unghia" per via delle unghie lunghissime e smaltate dei più strani colori fluorescenti.

Forse quelle unghie erano la sua nota più significativa, al di la di quella, per tutti, era semplicemente l' appendice di "Cavalla".

Vivevano in un rapporto simbiotico, dove era l'una, era anche l'altra.

I più maligni dicevano che girassero insieme, che fossero lesbiche.

Si diceva che "Unghia" fosse l'unica in grado di stare vicina a "Cavalla" ed ai suoi afrori selvatici e forti.

Forse l'unica capace di leccargliela senza vomitare.

Ora aveva preso a camminare su giù per lo spazio della fermata, cercava di riattivare la vita alle estremità inferiori ormai pietrificate.

"Quattro stagioni": le chiamavano così le scarpe che aveva ai piedi.

Le portava estate e inverno, con sole, pioggia o neve, in qualsiasi condizione climatica.

Di qui la storia delle "quattro stagioni".

Le teneva ai piedi da due anni, le toglieva solo per andare a letto la sera, ed avevano assunto una nuance verde-marrone, tendente al marcio, lui preferiva definirla di sottobosco.

Ormai vivevano di una vita con attività biologica propria.

Nate per le escursioni nel deserto, erano però assolutamente inadatte a fronteggiare quel cazzo di freddo, non avevano, infatti, una fodera interna di pelo o lanetta.

Erano scarpe da tracking nel deserto, mica fatte per andare a spasso nella tundra siberiana.

Il Tram numero nove arrivò sferragliando, si fermò con suono di metallo abraso, e spalancò con uno scatto secco le porte.

Nessuno scese.

Ma Cavalla e Unghia, la coppia di anziani ed il quarantenne impiegatizio vi montarono rapidi.

Lui invidio il calore che li avrebbe accolti all' interno della vettura.

In quel gelo, anche il tepore mefitico della vicinanza a Cavalla, in quel momento, gli sembrava desiderabile.

Era il quarto tram che lasciava andare aspettando Giulio, tardava come sempre, lo stronzo.

La sera prima si erano sentiti al telefono, avevano concordato di tagliare insieme quella mattina.

Era una rimpatriata, era almeno da due mesi che non si vedevano.

Avrebbero passato la mattina in un locale dove si poteva bere qualcosa e sentire musica, un posto nuovo frequentato da studenti che facevano sega, che era aperto dalle 10 del mattino.

In attesa di quell'ora, sarebbero andati prima a fare colazione insieme in qualche bar del centro, poi a farsi una canna per far carburare la mattinata.

Si accese una sigaretta e soffio il fumo caldo fra le mani gelate.

Che cazzata non aver messo un paio di guanti ed una sciarpa quella mattina, si fregò le mani vigorosamente, battendo i palmi tra loro per scaldarli.

Un colpo più deciso e le dita gli sarebbero cascate come stalattiti spezzate.

L'ora dell' appuntamento era passata da quaranta di minuti.

La sera prima, facendo lo scemo come suo solito, Giulio aveva detto: - Tranquillo, vengo di sicuro. Se mi sveglio. Comunque Se non mi vedi dopo venti munti, prenditi un caffè, un tram e vai per i cazzi tuoi. - E aveva riso, l' animale.

- Prova a farmi un bidone e ti metto il buco del culo a cappuccio. - Aveva replicato lui.

Poi avevano riso insieme, come sempre.

Loro la leggenda del Secondo Liceo Artistico di Piazza Omero.

Due teste matte, due miti.

Qualche vota anche due coglioni che si ficcavano in certi casini.

Il casino più grosso però lo aveva combinato lui, e tutto poi era cambiato.

Lui in quella scuola era stato ritenuto indesiderabile, allontanato, espulso.

Troppe le assenze ingiustificate, avevano detto che cubavano all'ottanta per cento del totale ore dell'anno scolastico.

Inutile spiegare che aveva avuto una crisi esistenziale, dovuta a ragioni sentimentali, che gli avevano impedito di concentrarsi sul programma di studio e sulla normale ferquenza alle lezioni.

Poi quell' episodio in cui era venuto alle mani con l'assistente di disegno figurativo, un emerito stronzo che cercava di fare il bavoso con la sua ragazza.

Quella era stata la sua firma sulla condanna a morte.

Trasferito d' ufficio al Primo Liceo: non gliela avevano perdonata.

Aspirò con forza una boccata di fumo, gli venne da tossite e piccole lacrime gli riempirono gli occhi.

- Che merda di uomo - pensò, - L' ha detto e l'ha fatto. Non si è svegliato, ed io, "il coglione", qui a gelare aspettando.-

Strinse le palpebre e fissò lo sguardo verso il fondo della via: oltre l'incrocio col C.so Sommelier, per mettere a fuoco un punto dove sperava di veder materializzarsi la 500 blu, col tetto apribile, di Giulio.

Nulla, auto su auto, moto, camion, ma di quella 500 non c'era ombra.

Sentiva un acido di delusione e rabbia che gli bruciava nello stomaco.

In lontananza già compariva, piccolissima, la sagoma verde del prossimo tram.

Allora chiuse gli occhi, serrò le mascelle, fece il vuoto intorno e respirò lentamente.

Avrebbe contato fino a trenta.

Se al trenta la macchina di Giulio non fosse comparsa, avrebbe preso quel tram.

Uno…due…sei...nove…15…

- Dai bastardo muoviti. Arriva!

- …18…21…25… -

- Per favore…Cazzo, dai!

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