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Una storia di Fiordaliso

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La felicità per me

Georges

Pubblicato il 24 aprile 2017

Eravamo sdraiati, al buio, sotto le raffiche fredde del vento salato. Esausti. Non ci interessava nulla della vita, ormai. Eravamo lì, inermi, ad aspettare il nostro turno. Il giorno prima ci avevano detto che saremmo partiti presto. Per fortuna non è toccato a noi. Chi ci ha preceduto è tornato indietro, non si è fatto inghiottire e ora ha perso tutto: il suo ultimo treno, la sua ultima possibilità, il suo denaro, tanto denaro. Eravamo abituati a perderlo per strada, a farcelo rubare, a pagare per aver salva la vita, se quella possiamo definirla vita.

Lì, di notte, eravamo arrivati in milioni, tutti soli. Milioni di solitudini. Dietro muri di parole incomprensibili, di culture diverse che hanno in comune solo un colore, a volte neanche quello.

Non credo che qualcuno riuscisse a dormire, quella notte. Io ero sveglio e, per la prima volta, mi rendevo conto che sì, faceva freddo, ero spaventato, ma non c'erano bombardamenti in corso. Quella notte non sarei morto. Forse il mattino successivo sì, ma quella notte, almeno, sarei stato ancora un sopravvissuto. Pensavo alla mia famiglia. Mia madre, mia sorella, i miei fratelli...mio padre. Cercavo, in cielo, le stelle e poi, invece, è arrivata la luce.

Ora sì, toccava a noi. Non ci hanno neanche contati. Non so quanti fossimo. Sono venuti a cercarci, ci hanno parlato in arabo, ci hanno dato qualcosa di cui non conosco il nome: "Quando sarete in mare, lanciateli verso il cielo. Qualcuno vi vedrà e verrà a prendervi". Ci hanno anche dato un cellulare: "Per chiamare se avete bisogno di aiuto". In mare.

Ci hanno fatti salire sul gommone e così, stretti, impauriti, infreddoliti, siamo partiti. La Libia alle spalle, non sapevo esattamente dove stessimo andando. Volevamo solo farcela. Solo vivere, sopravvivere. Non so nuotare. Nessuno tra noi sa nuotare. Qualcuno piange. Io sento che potrei anche morire. Non importerebbe a nessuno. Morirò in mare e spero di non soffrire.

"Fratello, non piangere. Non serve a nulla. Non c'è nessuno e nessuno potrà aiutarti". Il Mediterraneo è la nostra tomba.

Non so quanto tempo sia passato.

Proprio mentre iniziavamo ad imbarcare acqua ho visto qualcosa venire verso di noi. Ho iniziato a piangere. Ho ringraziato Dio. Ho pianto mentre scivolavo in acqua e mentre una mano mi afferrava e mi incitava a salire. Ho pianto e non capisco, ora, perchè io non sia morto. Ho pianto perché ero vivo. Il Mediterraneo è una tomba, non la mia.

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