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Una storia di Jelena

Fotografia

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Pubblicato il 20 giugno 2018 in Storie d’amore

Tags: amore storie passato scrivere fotografie

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Infine è successo. Vi ho visti insieme, milioni di pixel compongono i vostri volti, gli occhi di lei completamente assorbiti dalla tua presenza e tu sembri diverso. Forse più grande, più consapevole, direi ridendo, che sembra che abbia messo la testa a posto, la stessa testa che con me lasciavi in giro chissà dove e con chi. Ma evitiamo le polemiche, ormai ho qualcosa di concreto per cui infuriarmi, disperarmi e pentirmi: una fotografia.

Non sei veramente tu e non è veramente lei, siete solo inchiostro su carta, perciò io con una punta di cattiveria spero in un temporale violento che sciolga i vostri colori fino a diventare ricordi sbiaditi, fino a cancellare le tracce della vostra esistenza.

Vorrei esserci io in quella fotografia, vorrei poterti guardare ancora in quel modo, vorrei che tu mi guardassi come se non mi avessi mai vista prima, come se tutti i pezzi della tua vita trovassero il loro posto, come se fossimo due pianeti impazziti che finalmente trovano la propria orbita.

C'è tutto in quell'immagine, il mio dolore e il nostro passato, la tua felicità e il tuo futuro.

C'è il ricordo di quella domenica trascorsa al mare, quando i miei silenzi erano accompagnati dal rumore delle onde e le tue parole taglienti erano levigate dal vento fresco di un'estate ormai al culmine. Ci eravamo visti poco in quei mesi, tu impegnato con le tue cose ed io impegnata a cercare di allontanarmi sempre di più da quella che chiamano una dipendenza affettiva, ne avevo parlato con le solite amiche, le stesse che hanno raccolto lacrime e lascrime per mesi e poi stufe, persino loro, hanno deciso di ignorare i miei lamenti e sbattermi in faccia la realtà.

Te ne eri andato, lo avevi fatto in modo meschino, lasciandomi fare i conti con l'umiliazione di un tradimento e la sensazione di panico che genera la solitudine.

Ti ho giustificato, ma la vigliaccheria non ha giustificazioni, l'amore non ha bisogno di mezzucci da quattro soldi, di sotterfugi, di scuse inventate per non tornare la sera. La partita di calcetto organizzata con i colleghi all'ultimo minuto, i genitori con casa allagata, un contrattempo in ufficio. Ci credevo, devo essere onesta e terribilmente stupida.

Credevo in te, e nelle tue mani intrecciate alle mie, al bacio sulla fronte prima di andare via, al messaggio per dirmi solo che eri stato bene, alle pause pranzo trascorse insieme, a tutto quello che ho costruito.

Da sola.

Tu non c'eri, non eri davvero lì, eri come in quella foto, una proiezione di ciò che sei, un inganno sotto ogni punto di vista, eri ovunque tranne che con me.

Ho provato a fissarti nella mia mente il più possibile, a ricordare ogni tuo dettaglio, e me lo ricordo bene che tra l'angolo della bocca e la fossetta che si formava quando sorridevi, si formava tutta la bellezza del mondo.

Spesso, però, la bellezza non nasconde il dolore ma ne amplifica la percezione, così ogni volta che sorrido mi fermo a pensarti, a chiedermi se avresti sorriso allo stesso modo, ed ogni volta che vedrò quella foto sentirò sempre lo stesso senso di vuoto.

Ed infine succederà che a quell'immagine ne savrapporrò una nella quale i miei occhi

incontrano quelli di un altro, e l'unica cosa che trasparirà non sarà dipendenza ma immensa fiducia.

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